La Groenlandia vuole l’indipendenza, Usa e Russia l’aspettano al varco

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Nel suo discorso per il nuovo anno, il primo ministro groenlandese, Mute Egede, ha chiesto l’indipendenza per la sua isola, ancora oggi formalmente parte del Regno di Danimarca. Nessuna novità, visto che il capo del Governo autonomo è espressione di Comunità del popolo, una forza politica che non ha mai celato le velleità indipendentiste. Il premier ha fatto espresso riferimento a una consultazione referendaria, da indire entro il 2025, in occasione della quale i poco meno dei sessantamila abitanti dell’isola artica potrebbero esprimersi a favore del distacco da Copenaghen, rompendo così quelle che Egede ha definito le “catene” del colonialismo.

La Groenlandia è l’isola più grande del mondo, con una estensione di oltre 2 milioni e centomila chilometri quadrati (circa sette volte l’Italia, isole comprese), e gode da decenni di un’ampia autonomia. Nel 1979 ottenne da Copenaghen il diritto all’autogoverno, e oramai la “madrepatria” conserva competenze solo su politica estera e difesa. Inoltre, quasi un antesignano della Brexit, nel 1985 un referendum popolare ne sancì l’uscita dalla Comunità economica europea, quasi a voler ribadire l’estraneità al vecchio continente.

Qualcuno avrà fatto caso alla coincidenza temporale tra il discorso del premier groenlandese e le dichiarazioni del prossimo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, che ha rilanciato la proposta di acquistare l’isola dalla Danimarca, sottolineandone l’assoluta necessità sotto il profilo strategico e delle risorse naturali.

Occorre molta prudenza a tal riguardo, visto che lo stesso Egen, replicando alle parole del tycoon, ha voluto rimarcare che la sua isola non è in vendita, e che l’aspirazione del suo popolo è quella all’autodeterminazione, non certamente di passare sotto le bandiere di Washington.

Le intenzioni di Trump non rappresentano, storicamente parlando, un’assoluta novità.

Nel corso della secondo conflitto mondiale l’isola fu occupata dagli statunitensi, dopo che la Danimarca era stata invasa dalla Germania nazista, mentre immediatamente dopo la conclusione della guerra, Washington si offrì di acquistarla per cento milioni dollari, proposta rifiutata dai danesi. Il che non impedì che durante la guerra fredda gli USA vi insediassero diverse basi – tra aeroporti e stazioni radio (o meteo) – successivamente dimesse, salvo quella di Pituffik (meglio nota come Thule), inizialmente gestita dalla Space Force e poi passata sotto l’egida del governo locale, dove è installato un sistema di rilevazione di primo allarme per i missili ICBM.

Non è solo un interesse di tipo strategico e militare a rendere la Groenlandia così importante. A farne un asset primario ci sono anche i possibili sviluppi della rotta artica, in gran parte appannaggio della Russia, circa i quali la collocazione geografica della Groenlandia, tra Federazione russa e Canada, appare di tutta evidenza. In particolare, c’è il Giuk gap, il “varco” a doppia entrata sito fra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, uno spazio sempre più attenzionato dal Pentagono a causa dell’attivismo della Marina russa, a cominciare dalla flotta di sommergibili.

Al di là delle prese di posizione ufficiali, occorre interrogarsi se la Groenlandia abbia un reale interesse all’indipendenza. L’isola dipende ancora oggi fortemente dalle risorse provenienti dalla “madrepatria”, senza contare gli investimenti annunziati a fine anno da Copenaghen per il rinforzo della difesa: si parla di 12-15 miliardi di corone, circa due miliardi di euro.

Le stesse risorse naturali dell’isola – petrolio, gas naturale, diamanti, oro, uranio e piombo – cui si aggiungono le terre rare, fanno gola a molti, ma da sole – e senza adeguati investimenti – potrebbero in gran parte rimanere inutilizzate. Come si leggeva su Inside Over di qualche anno fa, stando all’USGS, il servizio geologico nazionale statunitense: “la Groenlandia ha infatti la possibilità di surclassare la produzione di Terre Rare cinese in pochi anni”, ma per farlo servono forti investimenti.

Gli Stati Uniti, naturalmente, non vogliono perdere la partita coi cinesi, che a loro volta hanno iniziato a interessarsi alle risorse dell’isola, e nel 2019 hanno siglato un memorandum d’intesa con le autorità di Nuuk per nuove esplorazioni minerarie e geologiche.

In ultima analisi, ammesso e non concesso che la Groenlandia acceda all’indipendenza formale, è destinata a restare al centro di complessi interessi e manovre di diverse potenze, a cominciare da quella statunitense. E i governanti di Washington, ben prima dell’arrivo di Trump alla Casa Bianca, lo hanno sempre dimostrato, come quando in diverse occasioni – causando una certa irritazione negli ambienti di governo di Copenaghen – hanno intessuto relazioni dirette coi governanti locali.

Per tutte queste ragioni, è piuttosto improbabile che la Groenlandia possa realmente passare sotto la sovranità di Washington, pur essendo plausibile che rimarrà stabilmente inserita nella sfera di influenza del potente vicino.