Un aumento del 70% delle spese militari fino a 162 miliardi di euro annui nel 2029; progetti di consolidamento delle forze armate per renderle le più potenti d’Europa entro il 2030; un vasto piano di investimenti strategici e di rottura col passato della politica economica di un Paese al centro della trincea austeritaria dell’Europa: la Germania del cancelliere Friederich Merz è in all-in sul riarmo e al confronto delle risorse mobilitabili da Berlino nessun progetto di investimento in Difesa può, in termini assoluti, reggere il confronto in Europa, ivi compresi quelli ambiziosi di Francia e Polonia.
Le mosse di Merz e Pistorius sul riarmo
Nel contesto di un mondo fattosi sempre più pericoloso la Germania consolida la “svolta epocale” e, al contempo, coglie al balzo la palla del keynesismo militare e della mobilitazione della spesa pubblica verso gli armamenti per far tornare in sesto un’industria colpita dalle varie crisi produttive, energetiche e inflattive degli anni scorsi. Ma riarmarsi non è un gioco da ragazzi ma una complessa, articolata, dinamica partita industriale su cui Berlino deve capire come strutturarsi. Ad oggi, i soldi sono stati trovati, i progetti sulla carta esistono e l’ambizione c’è. Resta da industrializzare il tutto.
A questo si riferiva Boris Pistorius, ministro della Difesa che è passato indenne dall’era di Olaf Scholz a quella di Merz, parlando di recente al Financial Times. Lo “sceriffo” che da socialdemocratico pro-riarmo si trova più a suo agio con il cristiano-democratico Merz che col compagno di partito Scholz, parlando al quotidiano della City di Londra ha lanciato un appello all’industria: è ora di partire.
“L’industria deve aumentare le sue capacità. Questo vale per le munizioni, i droni, i carri armati, praticamente per quasi ogni settore”, ha detto Pistorius. L’ordoliberismo tedesco in cui lo Stato coordina e il mercato emerge lascia spazio al dirigismo militare, all’economia di guerra in pectore. Pistorius ha detto che il suo ministero “sta lavorando a un piano di approvvigionamento di equipaggiamenti, tra cui carri armati, sottomarini, droni e aerei da combattimento”. Al centro, colossi come Rheinmetall e Knds, ma anche tutta la filiera del Mittelstand e della subfornitura industriale.
Senza acciaio non c’è riarmo
Di fronte a un boom di domanda, però, è comprensibile che i colossi della Difesa abbiano dovuto prender tempo per partire col piede giusto. Più commesse, dagli F-35 tedeschi ai missili Taurus, dai proiettili da 155 mm a sottomarini e carri Panther di ultima generazione, richiederanno più linee produttive, più forza lavoro, più coordinamento. Tutto questo imporrà investimenti e strategie. E del resto da tempo le industrie tedesche del settore degli armamenti devono fare i conti con necessità operative quantomeno critiche. A partire da un elemento di partenza fondamentale: la domanda di acciaio.
Berlino è la più grande produttrice d’acciaio d’Europa e a causa della capacità di produzione dello stesso direttamente dal minerale (cosiddetto “acciaio primario”) può garantire altissimi standard qualitativi. Ne consegue che la siderurgia tedesca alimenta tanto l’economia industriale nazionale quanto un corposo export.
L’ucraino Gmk Center, tra i più importanti centri studi europei del settore siderurgico, ha ricordato che i produttori tedeschi non hanno tra le loro priorità, necessariamente, la fornitura del riarmo: “Alla fine del 2024, il Paese ha aumentato la sua produzione di acciaio del 5,2% rispetto al 2023, raggiungendo i 37,23 milioni di tonnellate”, nota il Gmk Center in un report aggiungendo però che “l’industria della difesa tedesca dipende in larga misura dal fornitore svedese SSAB AB. Ciò crea rischi in caso di interruzioni, soprattutto in un contesto di crescita della domanda. In risposta a ciò, due aziende tedesche, Salzgitter AG e Dillinger Hüttenwerke, hanno già annunciato la loro disponibilità a collaborare con il settore della difesa”.
L’industria siderurgica tedesca guarda fuori dal Paese: per i produttori l’acciaio deve costare il più possibile e alimentare proventi sistemici con l’export prima ancora che con la trasformazione. Con quasi 31 miliardi di euro nel 2024 l’export di acciaio era tra le prime dieci voci della bilancia commerciale tedesca.
La sfida industriale
Alla Difesa non resta, potenzialmente, molto e questo è un collo di bottiglia che a Berlino bisognerà risolvere, come la problematica della forza lavoro nel contesto di un settore che ha visto dal 2022 ad oggi i quattro maggiori appaltatori alzare già del 40% il numero di dipendenti. Per le industrie della Difesa la presenza di corposi appalti pubblici come fonte di reddito pone, in quest’ottica, sia coperture potenziali per gli investimenti sia sfide per i flussi di cassa effettivi, dato che condiziona anche la filiera. Parliamo di colli di bottiglia da superare per chi, come previsto dal portale francese Meta-Defense, potrebbe avere lo strumento militare più potente d’Europa verso la fine del decennio e al contempo essere l’attore chiave sul fronte industriale per il riarmo del Vecchio Continente.
Pistorius al Ft si è detto pronto a superare l’impasse attuando un meccanismo che imponga al governo obblighi d’acquisto regolari così da espandere gradualmente le linee produttive delle aziende e far prender loro piede tramite la semplificazione degli appalti. L’obiettivo tedesco è ridurre al minimo la dipendenza da fornitori esteri, Usa in testa, e l’industria fiore all’occhiello dell’economia di Berlino può giocare la sua parte. Non sarà facile, però, attuare il riarmo pensato da Merz e Pistorius se queste problematiche d’industria non verranno risolte. La sfida tedesca è quella di tutta l’Europa: l’industria, prima dei capitali, è il fattore dirimente per il rilancio delle spese militari. E se la locomotiva d’Europa se ne deve accorgere, lo stesso deve valere per tutto il Vecchio Continente.
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