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La prima pietra miliare di Readiness 2030/ReArm Europe è stata posta. Sono diciotto, su ventisette, i Paesi dell’Unione Europea che hanno fatto richiesta di aderire al programma Safe messo a disposizione dalla Commissione Europea per fornire prestiti ai Paesi dell’Ue con l’obiettivo di favorire il rafforzamento degli apparati militari e l’acquisto congiunto di armamenti del Vecchio Continente.

La Security Action for Europe (Safe) si riproponeva di erogare fino a 150 miliardi di euro in prestiti a basso interesse ed è riuscita a garantirne pro quota 127 ai Paesi che hanno fatto richiesta: Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Spagna, Ungheria.

Manca la Germania che sul riarmo farà, con ambizioni colossali, storia a sé, e l’Olanda tradizionalmente ostile al debito, ma per il resto l’Europa che spinge per gli investimenti in Difesa è presente. E detta un principio con l’adesione a questi prestiti. Bruxelles decide, da un lato, che è il potenziamento dell’apparato militare il campo su cui è possibile continuare la strada di distacco dalla forma più rigida di controllo fiscale e censura di bilancio. I diciotto Paesi, dall’altro, scommettono che acquisti comuni e strategicamente orientati possano favorire l’efficienza e consentire economie di scala nel potenziamento degli apparati strategici delle proprie forze armate.

Va detto che le richieste sono promosse per fini eterogenei. C’è chi, come la Pol0nia e la Grecia, fa della spesa militare un determinante fondamentale della sua politica estera e spinge apertamente per costruire un deterrente solido e efficace. Chi, invece, come la Francia e l’Italia, vuole farsi strada tra le ristrettezze dei conti pubblici o, nel caso della Spagna, ridurre al minimo l’impatto sui conti pubblici per l’aumento della spesa militare. En passant, l’immancabile Ungheria di Viktor Orban raccoglie fondi pubblici europei anche su questo fronte.

Secondo l’Istituto Francese di Relazioni Internazionali e Strategia (Iris), si avrà un’indubbia concentrazione di risorse su programmi europei perché “i prodotti acquistati utilizzando i prestiti Ue devono includere almeno il 65% di componenti europei” e al contempo “anche le attrezzature di difesa più complesse devono essere prodotte sotto il controllo di un’autorità di progettazione europea (che garantisca il controllo sulla proprietà intellettuale e sul know-how tecnico), mentre le categorie di armamenti più semplici non sono automaticamente soggette a questo requisito”. Pochi Paesi sono aggiunti al novero dell’Ue: la Norvegia, l’Ucraina, in prospettiva probabilmente il Canada e il Regno Unito, in un contesto che vede Bruxelles desiderosa di ridurre la dipendenza militare dagli Usa di fronte alla condotta dell’amministrazione di Donald Trump.

La politica di acquisti congiunti dovrà però andare di pari passo con una crescente standardizzazione e interoperabilità tra le forze armate che dovrà portare la Commissione a scrutinare quale piani d’acquisti saranno coperti potenzialmente dalla spesa di Safe. In quest’ottica, sarà doveroso comprendere chi controlla il controllore e a quali Paesi saranno indirizzate le commesse più ghiotte in termini di ritorni industriali.

Dove si genererà il Pil per l’investimento in Difesa pagato da fondi europei per gli Stati Europei e volto a comprare armi made in Europe? Perfino l’Iris francese si fa questi dubbi, chiedendosi se l’Ue “intende offrire ai suoi partner, altrettanto disillusi, un’alternativa al predominio industriale americano nel settore della difesa” o “sta cercando di estendere il suo tradizionale potere normativo a un settore dal quale, fino a pochi anni fa, era di fatto esclusa”. Dubbi che restano, in un contesto in cui il dilemma è palese. Da un lato, l’Europa chiede spese e rilanci comuni della capacità di difesa. Dall’altro, invece, i settori industriali sono polverizzati a livello nazionale. E la copiosa pioggia di fondi imporrà un aumento delle rivalità per commesse e asset. Un trend che ricorda che non di solo riarmo è costituita una strategia di difesa. E invita a pensare come spendere bene prima di decidere se spender molto.

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