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Dalla Zeitenwende (svolta epocale) decantata da Olaf Scholz il 27 febbraio 2022 ai recenti proclami del neoeletto cancelliere Friedrich Merz, il decimo nella storia della giovane Repubblica Federale, volti a trasformare la Germania nella più forte potenza convenzionale europea, emerge un netto cambio di postura di Berlino nel panorama internazionale: da semplice e innocua “potenza civile” ad attore geopolitico pronto a gettarsi nell’arena. L’invasione russa dell’Ucraina, con tutte le sue conseguenze politiche, economiche e sociali, ha inferto un colpo quasi fatale al vincente modello tedesco adottato con la caduta del muro di Berlino e l’avvento dell’era unipolare a stelle a strisce.

Le garanzie offerte dall’ombrello securitario statunitense, la fornitura costante e a basso costo di materie prime russe, soprattutto gas, la possibilità di esportare volumi sempre maggiori di beni spesso ad alto valore tecnologico quali autovetture, macchinari pesanti e prodotti chimici beneficiando dell’ascesa della Repubblica Popolare Cinese, hanno rappresentato per almeno un trentennio le architravi della potenza economica e industriale della Repubblica Federale. Tuttavia, oggi tale formula non risulta più spendibile in uno scenario di egemonia contrastata.

 Gli Stati Uniti chiedono un maggior coinvolgimento dei propri satelliti, “alleati” per i forti di cuore, per garantire la sicurezza del Vecchio Continente in modo da poter dedicare maggiori attenzioni e risorse all’Indo-Pacifico e alla soluzione della crisi identitaria interna che attanaglia il Paese (una sorta di condivisione del fardello imperiale, ovviamente a beneficio ultimo dell’egemone). La Federazione Russa, esclusa dai circuiti finanziari occidentali, ha rivolto il suo sguardo ai principali mercati asiatici per continuare a garantirsi i proventi derivanti dalle risorse energetiche, conseguentemente oggi Mosca è un socio economico di scarso rilievo per la Bundesrepublik. L’interscambio bilaterale fra Berlino e Pechino è in lenta, ma continua, discesa dal 2021, vittima di pressioni Oltreoceano e dei progressi delle aziende mandarine in settori prima dominati dai colleghi tedeschi. La Repubblica Popolare nell’arco di trent’anni è passata da essere il principale cliente dell’industria teutonica a temibile concorrente. È in questo contesto quindi che i funzionari e gli apparati tedeschi hanno imposto una virata per risincronizzare Berlino in scia ai mutamenti in corso.

Il 2025 può essere considerato il vero anno spartiacque, cesura netta tra un’epoca e un’altra, e sicuramente lo è per la Repubblica Federale. Sebbene il governo della coalizione semaforo di Scholz avesse nel febbraio del 2022 mosso i primi concreti passi annunciando la svolta epocale- concettualizzando il “ritorno nella storia della Germania” –  disponendo di un fondo da 100 miliardi di euro per rimediare decenni di disinvestimenti nelle Forze Armate tedesche, la Bundeswehr, e per dotare il Paese di una politica di difesa responsabile e quanto più autonoma possibile, è solo con il governo di Merz, insediatosi lo scorso maggio, che vengono poste le basi per la trasformazione della Germania in potenza militare. In Sintesi: il governo di Olaf Scholz ha dato la svolta (Zeitenwende) per scuotere una popolazione post-storica, economicistica, disabituata a ragionare in termini strategici, ha infranto il tabù secondo cui Berlino non necessitava di una politica di difesa nazionale. Il governo di Friedrich Merz, non senza ostacoli, sta mettendo in pratica tale cambio di paradigma. 

Delle varie iniziative intraprese alcune emergono per rilevanza e clamore. Come la storica decisione del Bundestag, nel marzo scorso, il quale ha prima istituito un fondo da 500 miliardi di euro da investire nei prossimi dodici anni per ammodernare le obsolete infrastrutture critiche del Paese (autostrade, ferrovie, porti, aeroporti, ospedali, centri di ricerca e molto altro), poi ha varato una riforma del regime fiscale riguardante il cosiddetto “freno all’indebitamento” per consentire al governo federale di contrarre debito per le spese nel settore della difesa e della sicurezza fino all’1% del Pil. Infine al vertice dell’Alleanza Atlantica all’Aia a giugno la Germania ha sottoscritto il documento per adeguare le spese per la difesa al 5% del pil, 3,5% nella difesa e l’1,5% nel rafforzamento delle infrastrutture critiche. 

Il piano per trasformare la Germania nella principale potenza convenzionale europea, oltre a occuparsi di investimenti di vario tipo, non può non coinvolgere direttamente le Forze Armate tedesche. La Bundeswehr è infatti al centro di diverse proposte per accrescere il proprio ruolo e la capacità di operare. Il confermato ministro della Difesa, Boris Pistorius, ha presentato un piano per aumentare progressivamente il numero di truppe attive a 260 mila entro il 2030, oggi il personale, non contando i riservisti, si aggira intorno alle 180 mila unità. Nonostante i lievi aumenti registrati dall’inizio dell’anno (+8%), difficilmente Berlino riuscirà a soddisfare tali criteri senza prevedere un ritorno della coscrizione militare-

Che la variegata e sempre più polarizzata popolazione tedesca non abbia ancora abbracciato in toto il cambio proposto dalle istituzioni emerge da un recente sondaggio. L’istituto Forsa per la ricerca sociale e le analisi statistiche ha chiesto a 1.000 cittadini quale sarebbe il loro comportamento nell’evenienza in cui la Germania venisse ipoteticamente attaccata. Solamente il 16% di questi si sarebbe dichiarato propenso a imbracciare “senza esitazioni” le armi, a fronte di una maggioranza, il 59%, che “sicuramente” o “molto probabilmente” non seguirebbe l’esempio dei concittadini. 

Nasce così il paradosso tutto tedesco. Il Paese con le potenzialità maggiori per distacco in Europa in termini di spesa bellica scopre di essere fragile. Difficile, se non impossibile, riuscire a trasformare la Germania nella prima potenza convenzionale europea senza un coinvolgimento attivo del popolo tedesco. Rilanciare, riqualificando in parte alcuni storici settori civili in imprese dedite alla produzione di armamenti, l’industria manifatturiera del Paese, acquisire peso geopolitico e margine di manovra all’interno del campo americano paiono essere le motivazioni che hanno spinto i funzionari e gli apparati tedeschi a uno storico cambio di approccio. La Germania di oggi è (ancora) spaccata, faglie etniche, culturali, economiche e sociali, impediranno a Berlino di assurgere a primaria potenza senza aver prima sanato le tensioni interne. A meno che negli uffici della Bundeswehr si ritenga che le enormi capacità finanziarie, sommate allo sviluppo delle tecnologie autonome, riescano davvero a colmare le lacune. 

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