Il dispositivo di deterrenza nucleare di Regno Unito e, soprattutto, Francia, può essere l’ideale supplente in caso di disimpegno delle forze statunitensi dall’Europa e garantire l’ombrello atomico al Vecchio Continente? La questione è tornata d’attualità dopo l’apertura di una frattura tra le due sponde dell’Atlantico, l’annuncio di un rilancio delle spese militari europee e l’offerta del presidente francese Emmanuel Macron di un’estensione della garanzia nucleare transalpina al resto dell’Europa.
L’aspirante cancelliere tedesco Friedrich Merz non ha fatto mistero di voler aprire una discussione con Macron sull’estensione a Berlino della possibilità di condividere il deterrente atomico francese, sperando che anche Londra possa essere della partita. Rispetto al Regno Unito, Parigi dispone di una deterrenza nazionale a trecentosessanta gradi: Londra costruisce da sé le sue testate ma usa come vettori i missili statunitensi lanciabili da sottomarino Trident che è Washington a manutenere e ammodernare.
Condivisione nucleare all’europea
Se il Regno Unito ha solo la componente subacquea, la Francia ha invece due delle tre componenti della triade nucleare: Parigi dispone da un lato della componente aerea, potendo utilizzare i cacciabombardieri Rafale, in grado di lanciare i vettori balistici armabili con testate atomiche Air-sol moyenne portée (ASMP), capaci di colpire obiettivi a medio raggio e di decollare anche dalla portaerei nucleare Charles de Gaulle; dall’altro, la deterrenza sottomarina è affidata ai quattro battelli della classe Triomphant, ciascuno in grado di lanciare a lungo raggio sedici missili nucleari M51.
In quest’ottica, qualsiasi strategia paragonabile a quella promossa da Macron e rilanciata da Merz dovrebbe tenere in considerazione tre elementi: la possibile complementarietà tra il deterrente europeo e quello statunitense già stanziato nel Vecchio Continente; le modalità di assicurazione dell’ombrello atomico; la sua integrazione con le dottrine Nato.
Sul primo fronte, va ricordato che gli Usa ad oggi hanno in essere i cosiddetti accordi di condivisione nucleare (nuclear sharing) con Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia, che permette alle locali forze armate di avere voce in capitolo nella gestione del deterrente (principalmente le testate B61) stanziato sul loro territorio, come succede per Roma nelle basi di Aviano e Ghedi. Le atomiche ruotano tra gli Usa e l’Europa e gli Stati Uniti offrono addestramento e sostegno alle locali aeronautiche e agli altri reparti per evolvere una dottrina d’impiego. In che misura un’eventuale garanzia di una potenza come la Francia potrebbe integrarsi a quanto già avviene con gli Usa? Sarebbe Parigi in grado di strutturare un sistema che vede gli Usa, ad oggi, schierare in Europa circa 200 testate, ovvero due terzi dell’intera forza atomica francese?
Come sostituire il deterrente Usa
Qui si viene al secondo punto: come potrebbe la condivisione nucleare europea prendere piede? “Una proposta per rafforzare la deterrenza europea è che la Francia possa schierare i suoi aerei Rafale con capacità nucleare in Germania o in altri Stati della Nato”, ha fatto notare la Chatham House in una ricerca dedicata proprio al deterrente europeo, ma questo creerebbe sovrapposizioni e, inoltre, anche qualora a ciò si sommasse Londra ,si avrebbe una situazione caotica: “Francia e Regno Unito hanno arsenali nucleari diversi dagli Stati Uniti (in termini di tipi di piattaforme di lancio e grandi differenze di dimensioni)”, e ciò imporrebbe ai Paesi destinatari della nuova deterrenza di ricominciare da zero l’addestramento.
Inoltre, la dottrina nucleare francese non prevede, al contrario di quella britannica, la difesa del perimetro di sicurezza europeo della Nato ma bensì l’esclusiva assicurazione sulla vita del territorio metropolitano attraverso un principio strategico denominato dissuasion du faible au fort (“deterrenza dal debole al forte”). Quando ordinò lo sviluppo del deterrente transalpino, il presidente francese Charles de Gaulle a fine Anni Cinquanta indicò nell’autosufficienza di Parigi l’obiettivo cardin,e sottolineando che serviva costruire una minaccia credibile per scoraggiare una potenziale aggressione sovietica: “Non si attaccano volentieri persone che sono in grado di uccidere 80 milioni di russi, anche se essi stessi sono in grado di uccidere 800 milioni di francesi, supponendo che vi siano 800 milioni di francesi”, dichiarò de Gaulle nel 1961.
La Francia e l’ombrello atomico Nato
Mutatis mutandis, la situazione oggi non sembra essere cambiata ed è la Russia, nuovamente, l’obiettivo della deterrenza. Ma, e veniamo all’ultimo punto, l’apertura di Macron raccolta da Merz ad oggi appare realizzabile principalmente in ambito Nato. E lo ricorda la Chatham House, sottolineando che “se la Francia volesse segnalare il suo impegno a estendere la deterrenza nucleare all’Europa, il passo più semplice sarebbe quello di cambiare la sua posizione nucleare per includere esplicitamente l’Europa – qualcosa che i funzionari francesi sostengono sia avvenuto comunque fin dagli anni Settanta – e di aderire al “Nato Nuclear Planning Group”, la task force per la deterrenza del Vecchio Continente.
Si torna a un punto strategico che abbiamo già sottolineato parlando della corsa europea al rafforzamento della Difesa collettiva: il passo più rapido resta quello di consolidare la gamba europea della Nato. Se Washington si vorrà sottrarre, si avrà così un contesto di maggiore ordine strategico che oggi l’Europa di per sé non può garantire. Ai Paesi comunitari, come Francia e Germania, la riflessione se sia davvero la necessità di difendersi dalla Russia la priorità sistemica reale per la deterrenza atomica, così come per il resto del sistema di sicurezza europeo.

