Il ritiro della Francia dal Ciad ha posto fine all’epoca della presenza militare di Parigi nell’ex Françafrique, e a mostrare bandiera nel Sahel è rimasta in forze solo l’Italia. Di fronte ai cambi di paradigma geopolitici, alla crescente sfida russa all’egemonia transalpina nelle ex colonie, al decadimento dell’influenza francese fa a dir poco impressione vedere il presidente ciadiano Mahamat Idriss Deby definire gli accordi di cooperazione militare che legavano N’Djamena e Parigi “completamente obsoleti” alla luce delle “realtà politiche e geostrategiche del nostro tempo”.
Parimenti, fa impressione vedere come dal 2022 a oggi colpi di Stato, cambi di Governo e prospettive mutate abbiano spinto i governi di Burkina Faso, Mali e Niger a rinunciare alla cooperazione militare con Parigi (sono pronti ad aggiungersi Costa d’Avorio e Camerun) mentre, al contempo, nella lotta al terrorismo e sul fronte della cooperazione per la sicurezza in Niger l’Italia continua a mostrare bandiera nel quadro di un rinnovato interesse del Paese per l’Africa.
Il Niger è strategico per l’Italia
La giunta militare guidata dal 26 luglio 2023 dal generale Abdourahamane Tchiani ha di recente concluso con il governo di Giorgia Meloni un patto di cooperazione militare per il 2025 che farà proseguire la presenza delle forze armate italiane nell’ex colonia francese ove operano dal 2018. A dicembre a Roma il generale Sani Kache Issa, Segretario generale del Ministero della difesa nigerino ha incontrato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano. Sono state concordate nuove missioni di addestramento delle forze armate nigerine in termini di cooperazione antiterrorismo. Come nota Pagine Esteri, “le attività vengono svolte nei centri di addestramento di Niamey, Agadez e Arlit; oltre alle esercitazioni in ambito terrestre ed aereo”, le unità italiane forniscono il know how per “contrastare le attività illegali legate ai traffici illeciti, ai fenomeni migratori e alla criminalità”.
La missione di 500 uomini e un centinaio di mezzi dell’Esercito Italiano, coordinata dal Comando Operativo Vertice Interforze (Covi), offre a Roma una capacità d’influenza in una regione dove politica e sicurezza si toccano. L’Italia non è stata interessata dalle richieste di ritiro delle proprie forze armate che ha interessato Francia e Usa dopo il golpe del 2023 e si trova di fronte a un dilemma securitario: da un lato, avere a che fare con un governo indubbiamente legato a rivali del campo occidentale, come la Russia; dall’altro, dover presidiare l’area in nome dell’intero sistema euroatlantico e dover sviluppare informazioni e analisi di scenario per capire quanto le rotte criminali e terroristiche passanti per il Sahel e dirette verso il Sahara possano, tramite il Niger, trasportare minacce alla sicurezza nazionale affrontabili in profondità.
Sicurezza e sviluppo, l’Italia in forze in Africa
Non a caso Giovanni Caravelli, capo dei servizi segreti esteri (Aise) a marzo si è recato a Niamey per incontrare Tchiani, seguendo di poco in Niger il generale Francesco Paolo Figliuolo, ai tempi comandante del Covi e garantendo la presenza dell’intelligence italiana nell’Africa post-francese. Per l’Italia, la presenza sul terreno in Niger è l’architrave su cui posa una strategia d’influenza su più direttrici.
In campo militare, ai due estremi dell’Africa si segnala l’impegno anti-pirateria nel Golfo di Guinea, tornato con la crisi del Mar Rosso del 2024 centrale per il rilancio della rotta del Capo di Buona Speranza e il “ritorno” a Vasco da Gama conosciuto dai commerci marittimi, e il parallelo impegno nel Mar Rosso stesso iniziato con la missione europea Aspides.
In mezzo, gli interessi economici dei colossi italiani, energetici e non solo, e la strategia di cooperazione del Piano Mattei che nel 2025 si amplierà a cinque nuovi Paesi: Angola, Ghana, Mauritania, Tanzania e Senegal. Insomma, in Africa l’Italia c’è. E lo strumento militare è una tappa di una presenza più ampia, non un surrogato a un’influenza perduta. La grande differenza con la Francia è tutta qui. Ora sta a Roma capitalizzare questo dinamismo in termini di sicurezza, rafforzamento dei legami bilaterali, cooperazione e opportunità di business.
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