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Una portaerei da rimpiazzare all’ultimo momento per la più grande esercitazione navale della Nato dai tempi della Guerra Fredda. Un missile Trident, asset fondamentale della triade nucleare di deterrenza britannica, andato “a vuoto” in una simulazione di risposta rapida nel caso di un second strike. Ma anche una missione di sorveglianza con azioni di combattimento reali nel Mar Rosso contro gli Houthi e ben 13 navi da guerra in cantiere per ampliare la flotta che per oltre secolo ha imperato nel globo.

La Royal Navy sta ampliando le sue capacità, da sempre espressione della proiezione di potenza di Londra, ma non mancano i segnali di debolezza e le criticità cha fanno riflettere gli osservatori internazionali e gli analisti che guardano agli scenari ipotetici.

Le nuove fregate di sua maestà

Un piano di ampliamento di 9 miliardi di sterline, tre in più di quanto sono costate le due superportaerei classe Queen Elizabeth, capo classe e ammiraglia della flotta e la nave gemella Hms Prince of Wales, è stato previsto dalla Royal Navy per il varo di 8 fregate Type 26 e 4 fregate Type 31, a cui si aggiungono 3 navi di classificate come Fleet Solid Support.

Come parte fondamentale della “nuova visione” del governo britannico che entro il 2030 intende preparare le tre branche della della sua difesa – aria, mare, terra – ad affrontare ogni tipo di minaccia, il rafforzamento della componente flotta è stato concepito nell’ambito della “nuova strategia nazionale di costruzione navale”: un progetto che mira a trasformare le capacità di costruzione navale del paese.

Le Type 31, navi da guerra con una lunghezza di 140 metri, un dislocamento di oltre 5.700 tonnellate e 105 membri dell’equipaggio, rappresentano un tassello importante di questa strategia. Le General Purpose Frigate saranno armate con 32 celle per missili del tipo Mark 41 Vls adatte al lancio di missili antinave e per la difesa anti-aerea. Le nuove fregate Type 26, unità sviluppate per il rilevamento dei sottomarini e la guerra anti-sommergibile, hanno una lunghezza di 140 metri circa anch’esse, un dislocamento di 6.900 tonnellate, e possono contare fino a 208 membri d’equipaggio. Armate con celle lancia missili del medesimo tipo, sono dotate di sofisticate strumentazioni per dare la “caccia” ai sottomarini avversari come i temibili “buchi neri” russi che infestano il GIUK Gap.

Il fallimento del Trident

Nelle scorse settimane la notizia che un missile Trident lanciato dal sottomarino lanciamissili balistici della Royal Navy era andato a “vuoto“, fallendo nella sua traiettoria ipotetica, ha sollevato dubbi sullo stato della capacità di deterrenza nucleare del Regno Unito.

Non è la prima volta infatti che un missile balistico Trident inglese riscontra un malfunzionamento. Già otto anni fa un altro Trident – missile balistico intercontinentale lanciato da sottomarini che arma le unità classe Ohio dell’Us Navy e classe Vanguard della Royal Navy – era andato fuori rotta. L’incidente, celato dal governo inglese, suscitò critiche per la mancata divulgazione dopo la scoperta del fallimento. Anche questa occasione il “caso” è stato segnalato prima dalla stampa e poi confermato dal Ministero della Difesa, che non ha potuto fare a meno di dichiara come “i booster del missile si sono guastati e il missile è atterrato in acqua non lontano dal sottomarino”, l’Hms Vanguard.

L’aumento delle tensioni internazionali, che minacciano ormai settimanalmente un ipotetico futuro confronto tra la Nato e la Federazione Russa, che riconferma il presidente Vladimir Putin e continua nella sua linea politica sul conflitto ucraina che minaccia di trascinare l’Alleanza di un ruolo attivo nella guerra, rendono questa mancanza di “efficienza” dei sistemi una preoccupazione gravosa per Londra e per i suoi alleati che in parte fanno affidamento sulle sue capacità di deterrenza e impiego.

Le switch delle portaerei

Ulteriori dubbi sulle capacità di reazione immediata della flotta di sua maestà, che dal trapasso della longava Regina Elisabetta ha declinato il suffisso di tutte le sue navi in His Mejesty’s Ship (Hms) dopo 70 anni, sono stati sollevati dalla necessità di rimpiazzare all’ultimo momento la portaerei Queen Elizabeth con la gemella Prince of Walles nella più grande esercitazione navale che la Nato ha svolto dai tempi della Guerra Fredda.

A causa di un problema al compartimento delle eliche della Queen Elizabeth – criticità già riscontrata in passato – l’Ammiragliato ha dovuto allertare la portaerei Prince Of Wales, spostando a bordo la forza imbarcata di F-35B per prendere parte Steadfast Defender 24: la grande esercitazione programmata dall’Alleanza Atlantica che ha visto la partecipazione della nostra portaeromobili Garibaldi. I reiterati problemi con lo schieramento delle nuove super-portaerei varate da Londra per un costo totale di oltre 6 miliardi di sterline hanno suscitato una rinnovata preoccupazione, al pari dell’evento succitato, rispetto le reali capacità della prima potenza militare del Vecchio continente.

Dopo la Brexit Londra si è concentrata sui cambiamenti degli scenari strategici e sulla postura da adottare per tornare una potenza di peso nello scacchiere politico internazionale. Dando l’idea di volersi “rafforzare militarmente” per fronteggiare al meglio le crisi internazionali e l’instabilità che sta dilagando nel Mediterraneo, da Suez a Gaza, nei Mari del Nord e nel Mar Cinese, in modo da trovarsi “pronta” a proiettare la sua potenza in ogni regione del globo. Ritagliandosi un nuovo ruolo da protagonista accanto alle grandi potenze in ascesa che minacciano gli interessi condivisi con i partner della Nato.

Queste défaillance non sono sufficienti a minare la credibilità della temuta flotta britannica, ma sono senza dubbio “sentore” che ogni ampliamento deve essere accompagnato dalla verifica continua e della manutenzione dell’arsenale per garantire quella prontezza che nel caso lo stato di allerta si sposti al temuto livello di Defcon 2 fa la reale differenza.

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