La fine dell’impero: il fragile potere marittimo Usa e l’ascesa navale e portuale della Cina

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In un sistema globale dove la stragrande maggioranza delle merci viaggia lungo le rotte oceaniche, gli Stati Uniti rappresentano ormai un evidente paradosso geopolitico e finanziario. Washington tenta di agire come l’unico garante della navigazione planetaria, mentre le fondamenta economiche della sua egemonia si sgretolano sotto il peso di insanabili contraddizioni finanziarie. Per mantenere undici gruppi da battaglia incentrati sulle portaerei e una complessa rete di basi militari a presidio dei punti di strozzatura strategici, il Pentagono sostiene costi monumentali. Solo per il Dipartimento della Marina il bilancio ha superato la cifra di 257 miliardi di dollari, una voce di spesa titanica finanziata quasi interamente attraverso un debito pubblico federale che ha oltrepassato l’astronomica soglia dei 39 mila miliardi di dollari. L’emissione di titoli di Stato con tassi prossimi al cinque per cento trasforma la proiezione di potenza navale in un carico finanziario soffocante per la stabilità interna del paese. La garanzia della sicurezza dei mari, anziché consolidare la supremazia americana, ne erode costantemente la sostenibilità fiscale.

Tra flotta da guerra e commercio mercantile

La contraddizione stridente del modello americano emerge con forza quando si analizza la natura del traffico marittimo protetto dai cacciatorpediniere della US Navy. Le navi portacontainer che attraversano in sicurezza i bacini internazionali non battono quasi mai la bandiera a stelle e strisce, poiché la flotta mercantile degli Stati Uniti è ormai ridotta a un’ombra irrilevante del passato. Il controllo del trasporto merci globale risiede nelle mani di armatori europei, greci, giapponesi e cinesi, guidati da colossi della logistica come MSC, Maersk e COSCO. A questo profondo divario tra la capacità militare e la proprietà reale dei flussi commerciali si aggiunge la strategia infrastrutturale aggressiva ideata da Pechino. Attraverso il progetto della Nuova Via della Seta, la Cina ha acquisito il controllo diretto o partecipazioni rilevanti in oltre cento porti strategici situati nei punti chiave del pianeta, dal Pireo europeo fino ai terminal commerciali dell’Africa e del Sud America.

La conquista cinese delle banchine logistiche

Questa asimmetria strutturale trasforma la superiorità navale americana in un gigante dalle basi estremamente fragili. Mentre i gruppi d’attacco statunitensi pattugliano le acque internazionali, Pechino assume il controllo delle banchine, dei software gestionali, delle gru e dei terminal di arrivo e partenza. Il presidio militare delle rotte diventa sostanzialmente sterile se le infrastrutture di snodo rispondono all’influenza economica e politica della Cina. L’industria americana si trova così sottomessa a una realtà dove la produzione navale e la logistica mondiale sono state ciecamente delegate ai propri rivali sistemici. Se il dominio degli oceani non viene supportato da una solida marina mercantile nazionale e da una rete portuale sicura, le risorse finanziarie di Washington serviranno unicamente a proteggere un’architettura commerciale che deposita i suoi proventi nelle casse della superpotenza concorrente. Questo scollamento indebolisce ulteriormente la centralità del dollaro come valuta di riferimento negli scambi internazionali, accelerando la frammentazione dell’ordine globale.

La rivoluzione tecnologica della portaerei Fujian

Parallelamente al dominio delle infrastrutture terrestri, la Cina ha compiuto un salto di qualità decisivo nella capacità di proiezione bellica marittima. Le immagini recenti dei test condotti sulla portaerei Fujian mostrano il decollo del caccia imbarcato J-15T armato con un pesante carico di missili antinave YJ-83K. Questo vettore, dal peso di circa ottocento chilogrammi e con un raggio d’azione compreso tra centottanta e duecentocinquanta chilometri, è capace di volare a un’altitudine di crociera di venti metri per poi scendere a soli cinque metri dalla superficie nella fase di attacco finale. L’impiego di questo assetto operativo dimostra l’efficacia della catapulta elettromagnetica installata sulla Fujian, in grado di lanciare velivoli ad alto peso al decollo senza le rigide limitazioni imposte dai tradizionali trampolini delle portaerei precedenti come la Liaoning. Con la tecnologia del lancio assistito, l’aviazione navale di Pechino incrementa in modo drastico il potenziale offensivo dei propri gruppi da battaglia.

L’evoluzione dell’ingegneria navale di Pechino

Lo sviluppo del caccia J-15 evidenzia la straordinaria capacità dell’industria bellica cinese di rielaborare e superare le tecnologie straniere. Il progetto originale deriva dall’ingegneria inversa condotta sul prototipo sperimentale T-10K-3 dell’era sovietica, acquistato dall’Ucraina all’inizio degli anni Duemila. La Shenyang Aircraft Corporation ha studiato la cellula e le alette canard, ma ha completamente sostituito la componentistica interna con tecnologia nazionale di ultima generazione. Il nuovo J-15T integra infatti motori WS-10, radar AESA e avanzati comandi di volo, risultando compatibile con i missili antiradar YJ-91 progettati per neutralizzare il sistema Aegis delle navi statunitensi. Inoltre, la variante biposto J-15D è stata sviluppata per la guerra elettronica e la soppressione delle difese aeree nemiche, equiparando le capacità dell’americano EA-18G Growler. L’integrazione tra il controllo dei nodi commerciali terrestri e la crescita di una marina militare di altissimo livello tecnologico certifica il definitivo tramonto della supremazia unilaterale americana sui mari del globo.

https://it.euronews.com/2026/08/14/trump-ordina-alla-marina-usa-di-tornare-alle-catapulte-a-vapore-sulle-portaerei