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America is back” ha dichiarato Joe Biden dopo la vittoria alle presidenziali di novembre sottolineando la sua volontà di imporre una discontinuità con l’era di Donald Trump. Segnata a suo avviso da una volontà di isolazionismo da parte dell’amministrazione statunitense che, alla prova dei fatti, si è manifestata più sotto forma di sfoghi retorici che per mezzo di azioni concrete. Dal debito all’esposizione commerciale, dal ruolo del dollaro al dispiegamento di truppe su scala globale Trump ha aumentato nel corso degli anni tutti gli indicatori che segnalano l’esposizione internazionale di Washington. E anche sul fronte dei legami con l’Europa, bisogna sottolinearlo, un vero e proprio ritorno dell’America non si è reso necessario: Washington ha continuato a esercitare anche dal 2017 al 2020 un’influenza precipua sulle strategie del Vecchio Continente.

Il fatto che Biden agisca, sotto diversi punti, in inevitabile continuità con Trump non è dovuto solo al fatto che gli Usa hanno interessi consolidati e strutturati difficilmente stravolgibili nel giro di una sola amministrazione ma anche a una serie di vincoli e controlimiti: l’ostilità crescente con nazioni come Cina e Russia, l’inevitabile richiamo del teatro mediorientale, la complessa sfida di mantenere aperte le rotte marittime e funzionanti i commerci su scala globale in una fase caratterizzata da crescenti focolai di tensione nel mondo.

Come successo sul caso delle limitazioni imposte a Huawei, del caos migranti al confine, del confronto con Cuba, del legame con Israele e del riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico Biden ha ricevuto da Trump un’eredità ben chiara e precisa. Che incorpora anche delle lezioni tratte dall’esperienza dell’amministrazione di Barack Obama di cui era vicepresidente. Tanto che nei confronti dei suoi principali alleati Washington ormai agisce attraverso una serie di politiche che rappresentano un ibrido tra quelle dei due predecessori di Joe Biden.

Una cosa ha accomunato le scelte di Obama e Trump, non poi così dissimili in politica estera alla prova dei fatti come la narrazione ha voluto descriverli: la concezione di un’Europa sostanzialmente subalterna come attore geopolitico e ininfluente su scala globale se non come assistente della superpotenza.

Obama mirava a rafforzare, attraverso le sanzioni alla Russia, il velato contenimento anti-tedesco, la stipulazione dei trattati commerciali transatlantici, la dipendenza dell’Unione Europea e del resto dei Paesi del Vecchio Continente da Washington, mascherando il tutto con la dottrina della responsabilizzazione degli alleati (leading from behind) negli scenari critici. Trump ha ribadito in termini diversi la sostanziale verità secondo cui la Nato, negli Usa, è percepita come una garanzia e un prolungamento dell’interesse nazionale della superpotenza. E ha richiamato più volte l’Europa alla scelta di campo, chiara e netta, contro il nuovo nemico numero uno, la Cina. Biden si trova a dover fare una sintesi di tutto ciò.

Da un lato, gli Usa si sono di fatto ormai convinti che la Nato funzioni bene così com’è solo se opportunamente divisa nella prassi: appaltare agli alleati dell’Europa orientale il contenimento antirusso consente di richiamare all’ordine le potenze dell’Europa occidentale alla vera sfida cruciale con Pechino. Un anelito molto “trumpiano”, che prosegue inevitabilmente nell’era Biden: troppo profonde le trincee scavate in questi anni dalle due superpotenze. Dall’altro, però, Biden mira a far sì che l’Europa possa perlomeno guardare le spalle a Washington e, al leading from behind obamiano ha aggiunto una sorta di principio di guida “avanzata”, un leading from beyond espresso chiaramente di recente dal capo del Pentagono. Pronto a ricordare agli europei la necessità di assumersi le proprie responsabilità, certamente, ma ribadendo nettamente la gerarchia delle potenze.

In un discorso tenuto a un evento dell’International Institute for Strategic Studies, tra i più importanti think tank inglesi a Singapore il generale Lloyd Austin, segretario alla Difesa degli Usa, ha sottolineato che Washington apprezza il sostegno europeo nell’Indo-Pacifico per le missioni di tutela della libertà dei mari che mettono pressione alla Cina ma aggiunto che “stiamo cercando di assicurarci di aiutarci a vicenda anche in altre parti del mondo”. La graduale ritirata degli Usa da alcuni teatri invita gli europei a giocare maggiormente da protagonisti (come in Iraq e Afghanistan) ma nel quadro di una strategia globale per l’Occidente che ha al suo centro l’Indo-Pacifico, area di pertinenza pressochè assoluta per gli Stati Uniti. Compito degli europei diventa dunque quello di disinnescare possibili trappole sparse per il mondo e capaci di minare l’avanzata degli Usa nella sfida alla Cina.

Come sottolinea Formiche ora Washington “vuole per esempio assicurarsi che qualcuno resti a presidiare (con una presenza di valore strategico) la regione del Medio Oriente, o che gli alleati transatlantici si concentrino nelle complessità del Mediterraneo” per coprire le spalle alle flotte e ai militari a stelle e strisce. Nel quadrante indopacifico “comunque sono gradite sortite per dimostrare capacità di coordinamento e cooperazione, parte della deterrenza militare da sviluppare davanti alla Cina come un fronte compatto delle Democrazie occidentali”. Le parole chiare di Austin hanno l’indubbio pregio di sottolineare come nel ragionamento di Washington al cambio di colore politico delle amministrazioni siano sempre le ragioni geostrategiche, prima ancora che i richiami a “valori comuni” di vario tipo, a giustificare le mosse della superpotenza. E di fronte a una nazione di rango imperiale non si potrebbe pensare nulla di diverso.

L’Europa è chiamata all’ordine come pedina nella grand strategy americana, chiamata a colmare vuoti. Ma indubbiamente, prendendo la palla al balzo, si può dire che Austin dia anche una lezione di realismo. Pensiamo a una nazione come l’Italia. Può davvero dirsi realistico ritenere che siano il Mar Cinese Meridionale, lo stretto di Taiwan o l’Indo-Pacifico una vera priorità per il Paese? Non sarebbe meglio concentrarsi sull’estero vicino e la definizione delle priorità nel Mediterraneo allargato? La risposta a queste domande è evidentemente positiva. La differenza la fa, come sempre, la presenza o meno di una volontà politica volta a creare azioni operative e strategiche. Che, ora più che mai, nel campo occidentale si concentra oltre Atlantico.