Martedì l’Unione Europea ha svelato il piano ReArm Europe da 800 miliardi di euro utilizzando tutti i mezzi finanziari a disposizione del continente per aiutare gli Stati membri ad aumentare urgentemente le capacità della difesa, sia per far fronte alle minacce immediate che per gli anni a venire.
La disposizione di liberare i finanziamenti statali innescando misure di emergenza che esentino i Governi dalle rigide regole di spesa in deficit, chiede agli Stati membri di aumentare i loro bilanci per la Difesa dell’1,5% del PIL, equivalenti a 650 miliardi di euro in quattro anni, mettendo a disposizione 150 miliardi in prestiti per investimenti nella Difesa, sospendendo nel contempo le regole del patto di stabilità che costringe le nazioni dell’UE a non indebitarsi per un controvalore superiore al 3% del proprio PIL.
La necessità è certamente quella di rispondere all’urgenza a breve termine di sostenere l’Ucraina dato il subitaneo disimpegno statunitense, determinato – lo ricordiamo una volta di più – dalla volontà Usa che sia l’Europa dell’Alleanza Atlantica a occuparsi del contenimento della Russia, sia per affrontare la questione a lungo termine di assumersi una responsabilità molto maggiore per la sicurezza europea.
In comune il procurement di sistemi d’arma
Attenzione. Non si sta parlando dell’evoluzione di quell’embrione di esercito europeo nato con la forza di early entry. l’Expedition Force, composta all’indomani della tragica fine del conflitto in Afghanistan, bensì di uno strumento per coordinare meglio e dare impulso all’ecosistema difesa dell’Ue. Si tratta fondamentalmente di spendere meglio e spendere insieme parlando di domini di capacità paneuropei. Ad esempio: difesa aerea e missilistica, sistemi di artiglieria, missili e droni, sistemi anti-drone. Ma anche soddisfare altre esigenze: dalla mobilità informatica a quella militare. L’intento è quindi quello di aiutare gli Stati membri a mettere in comune il procurement di sistemi d’arma. Questo nuovo strumento permetterà anche di mobilitare il capitale privato attraverso la Banca europea per gli investimenti, però è proprio la panoplia di interessi nazionali e privati a essere il vero problema di questa importante e attesa riforma.
Tralasciando le note e già analizzate limitazioni di una difesa europea, date dalla mancanza di una struttura di comando unificato (per ora presente solo in via sperimentale a Bruxelles che coordina la forza di early entry), dalla mancanza di una singola e coordinata politica estera e dalla barriera linguistica tra le varie forze armate (problema superabile in quanto già risolto dalla NATO), quello che veramente manca a questo provvedimento è stabilire una razionalizzazione degli investimenti. Cerchiamo di spiegare meglio: unire il procurement è sicuramente un ottimo passo avanti, ma manca un vero e proprio coordinamento che divida all’interno dell’Ue competenze e ruoli nell’ambito dell’industria della difesa.
No a investimenti a pioggia
Facciamo un esempio pratico: stante la diversità dei sistemi d’arma presenti in Europa rispetto ad altre potenze mondiali dove ci sono solo determinate tipologie di velivoli o carri armati, a chi affidare la produzione di nuovi armamenti? Quali invece dovranno continuare a essere prodotti e quali no? Per evitare che protezionismi nazionalistici mettano in crisi questo sistema, sarebbe opportuno, come detto più volte da queste colonne, individuare degli hub strategici in Europa dove le maggiori industrie della Difesa, secondo la loro esperienza, si coordinano per creare o continuare a produrre quello che realmente serve. Gli investimenti, quindi, non devono essere elargiti a pioggia oppure seguendo le pressioni nazionalisti degli Stati membri più influenti, ma fatti arrivare effettivamente là dove servono.
Qualcosa che si può ottenere in modo sicuro e duraturo solo avendo uno strumento decisionale comune che stabilisca “chi fa cosa, per chi e quanto” in modo univoco, ipotizzando eventuali penali, come il divieto di accesso a ulteriori fondi, per quei Paesi che preferiscono affidarsi altrove o proseguire da soli. Ovviamente non sarà facile, ma se mai si comincia mai si arriverà al traguardo di rafforzare la Difesa europea in modo razionale.
Una doppia sfida per l’Europa
L’effetto collaterale di questo fondo, ormai possiamo dirlo, sarà quello di vedere aumentata la percentuale di armamenti Made in Europe rispetto a quelli Made in USA. Questo è un effetto già tangibile dall’aumento delle commesse per le industrie europee determinatosi dalla decisione statunitense di sospendere gli aiuti militari all’Ucraina, che ha portato con sé l’aumento delle quotazioni in Borsa delle stesse.
La domanda qui però è un’altra: considerando la differenza di grandezza tra i due complessi militari industriali (quello USA rispetto a quello europeo), riusciremo a far fronte alla sfida (doppia) di aiutare Kiev per conto di Washington e di migliorare le nostre capacità di difesa? Forse, ma sorge un altro interrogativo: possiamo farlo in tempi ragionevolmente adeguati rispetto agli Stati Uniti? Considerando che gli USA possono contare su una serie di armamenti off-the-shelf, ovvero disponibili quasi immediatamente, la risposta per il momento è negativa.
In ogni caso vogliamo essere ottimisti sottolineando come questo provvedimento apra la strada non già a velleità belliciste come affermato da più parti politiche, ma a un processo che doveva essere messo in atto da tempo e che permetterà all’Europa, in un non troppo lontano futuro (speriamo) di avere il peso politico per avere quella tanto agognata autonomia strategica.