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A più di tre anni dal lancio della “Cooperazione strutturata permanente”, un tempo strombazzata dai principali organi di stampa dell’Unione come la panacea di tutti i mali della Difesa europea, il bilancio non può che dirsi negativo: Pesco non funziona, non decolla, tanto da guadagnarsi, ancora una volta, l’appellativo di “Bella addormentata”.

Cos’è e come avrebbe dovuto funzionare

Pesco riunisce 25 paesi membri dell’Ue, che lavorano in gruppi più piccoli su un totale di 46 progetti congiunti. I progetti coprono terra, mare, aria, spazio e cyberspazio e vanno dalla difesa dei droni alla sorveglianza marittima alla formazione di intelligence. La cooperazione tra gli Stati membri dell’Ue in materia di difesa non è nuova in quanto tale ed è stata condotta in diversi formati in passato, tra cui l’addestramento e l’esercizio congiunto o l’acquisizione e lo sviluppo di attrezzature militari.

Pesco nacque con l’obiettivo di stabilire un panorama di capacità europee più coerente. Si tratta di un quadro e di un processo strutturato per approfondire gradualmente la cooperazione in materia di Difesa al fine di fornire le capacità necessarie per intraprendere anche le missioni più impegnative e quindi fornire una maggiore sicurezza ai cittadini dell’Ue. Il programma avrebbe poi dovuto integrare altre due importanti iniziative: il Fondo europeo per la difesa, e la Revisione annuale coordinata sulla difesa (CARD) che sostiene gli sforzi degli Stati membri per identificare meglio le opportunità per nuove iniziative collaborative (in particolare i progetti Pesco).

La possibilità per gli Stati membri di impegnarsi – su base volontaria – in una cooperazione strutturata permanente nel settore della sicurezza e della difesa è stata introdotta dall’articolo 42, paragrafo 6, del Trattato di Lisbona sull’Unione europea: il Consiglio europeo del 22 e 23 giugno 2017 ne sancì lo start “sulla necessità di avviare una cooperazione strutturata permanente inclusiva e ambiziosa per rafforzare la sicurezza e la difesa dell’Europa e contribuire a raggiungere il livello di ambizione dell’Ue espresso nella strategia globale dell’Ue pubblicato nel 2016. L’11 dicembre 2017 la decisione 2017/2315 del Consiglio ha istituito formalmente la Pesco con la partecipazione dei 25 Stati membri. La differenza fondamentale tra la PESCO e altre forme di cooperazione è la natura giuridicamente vincolante degli impegni assunti dagli Stati membri partecipanti. La decisione di partecipare è stata presa volontariamente da ciascuno Stato membro partecipante e il processo decisionale rimarrà nelle mani degli Stati membri partecipanti in sede di Consiglio. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di alcuni Stati membri dell’Ue.

Il disastroso stato dell’arte

A svelare lo stato delle cose è Politico, che attraverso un report del quale è venuto in possesso descrive lo stato di abbandono e i ritardi del progetto: il documento, che riunisce i rapporti sui progressi di tutti i 46 progetti Pesco, ricorda che, nonostante i discorsi di alcuni leader e funzionari dell’Ue sul raggiungimento di autonomia strategica, gli sforzi del blocco nel settore militare hanno ancora molti ostacoli da superare. Il report di 115 pagine, preparato dal segretariato della Pesco e inviato ai Paesi membri il mese scorso, afferma che sono stati segnalati ritardi per 15 progetti, rispetto alle tempistiche originali. In sei casi, la pandemia di coronavirus è citata come motivo del ritardo. In altri casi, non viene menzionata alcuna ragione. Per un’altra dozzina di casi gli obiettivi sono stati spostati agli anni successivi.

Tutto questo avviene mentre si sta ridisegnando l’intera geopolitica mondiale a ritmi impressionanti e in una fase di transizione del sistema internazionale in cui l’Unione ha più bisogno di potenziare le sue capacità militari, soprattutto evitando duplicazioni con la Nato. Tutto questo con buona pace degli Stati Uniti, maggiormente accondiscendenti verso un’Europa leggermente più autonoma rispetto all’era Trump: proprio all’inizio di quest’anno, gli Stati Uniti hanno persino aderito a uno dei progetti Pesco, un programma di mobilità militare guidato dai Paesi Bassi che mira a rendere più facile lo spostamento rapido di truppe e attrezzature in tutta Europa. Tuttavia, questa colonna infame del Tempio europeo continua ad essere affetta dalla malasorte e dalla malavoglia che toccò alla Comunità europea di Difesa.

Più di 21 progetti sono ancora nella fase di “ideazione”, altri 17 sono in fase di “incubazione”, nella quale viene definito il perimetro del progetto. Solo otto sono alla penultima fase, l’esecuzione. Nessuno è nella fase finale e nessuna risorsa finanziaria nazionale è stata assegnata finora a 20 progetti.

I non allineati europei e qualche piccolo successo

Forse è anche a loro che si dovrebbe guardare per comprendere le difficoltà che la Difesa europea deve affrontare. Gli Stati membri dell’Ue che sono neutrali o militarmente non allineati sono spesso trascurati nelle discussioni sulla difesa europea. Il loro status crea incertezza sulle ambizioni dell’Ue di diventare un’unione di difesa a tutti gli effetti, ma mette anche in discussione la funzionalità della clausola di difesa reciproca. Fra loro i “non allineati solo di nome” (Finlandia e Svezia); l'”intruso” (Danimarca); e gli “strategici” (Austria, Irlanda e Malta).

Quanto frenano l’idea di una Difesa comune? E ancora, che ruolo possono avere sulle nuove direttrici della difesa come, ad esempio la cybersecurity? L’Austria, ad esempio, qualunque siano le sue élite, indipendentemente dal loro orientamento politico, sono principalmente interessate a impegnarsi con le strutture di difesa dell’Ue per limitare queste ambizioni, per timore che il Paese riveli la sua debolezza in materia militare. L’Austria era ansiosa di aderire alla Pesco, ma non di contribuire troppo o di scegliere progetti impegnativi (ha aderito a un programma di sicurezza informatica con la Grecia, un programma di risposta alle catastrofi guidato dall’Italia, un’iniziativa di trasporto militare e il centro a guida tedesca per missioni di addestramento). Un “vorrei ma non posso” che è concausa di questa lentezza insieme a un ginepraio di altre ragioni frammiste alla pandemia.

Ci sono, tuttavia, alcuni piccoli grandi progetti che sembrano funzionare: ad esempio nel dominio virtuale, un progetto guidato dalla Lituania per creare un kit di strumenti informatici comuni, avviato nel 2020. Il rapporto afferma che è in corso la costituzione di un consorzio per sostenere il progetto, che dovrebbe essere pienamente attuato nel 2022. Un altro progetto che dovrebbe dare presto i suoi frutti è un Comando medico europeo guidato dalla Germania, avviato nel 2019 e che dovrebbe essere pienamente realizzato nei prossimi mesi. Ve ne sono altri, seppur minori, che sembrano rispettare le loro tabelle di marcia: poca cosa, mentre l’ombrello NATO continua a tenere banco.