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Londra, 2 marzo 2025 e Bruxelles, 6 marzo 2025. Due date da segnare con attenzione per capire se e in che misura i Paesi europei svilupperanno, dopo lunghe discussioni, architetture securitarie autonome e mirate a sopperire a un possibile disimpegno statunitense. Il clima d’urgenza è notevole: lo scontro muscolare tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca, la percezione europea di una tenaglia russo-americana volta a chiudere la guerra in Ucraina sulla testa del Vecchio Continente, l’ingresso del mondo in una fase caotica lo segnalano. Al contempo, è nell’era dell’urgenza che la grande politica deve pesare opportunità e prospettive strategiche, evitando di prendere scelte affrettate. Ma andiamo con ordine.

Due summit-chiave

A Londra, domenica 2, il primo ministro britannico Keir Starmer ha convocato un nucleo ristretto di leader europei, dal presidente francese Emmanuel Macron alla premier italiana Giorgia Meloni, passando per i primi ministri di Spagna (Pedro Sanchez), Polonia (Donald Tusk) e Olanda (Dick Schoof) e per il cancelliere tedesco uscente Olaf Scholz. Ci saranno anche il ministro degli Esteri Hakan Fidan in rappresentanza della Turchia e tutti i vertici delle istituzioni coinvolte nella politica e nella sicurezza europea: Mark Rutte (segretario della Nato), Ursula von der Leyen e Antonio Costa (presidenti di Commissione e Consiglio Europeo).

Un direttorio d’Europa chiamato a decidere in tempi stretti se e come rafforzare una partnership per la Difesa che bypassi gli Stati Uniti e se dare attuazione a quella “Banca per il Riarmo” lanciata dal generale in pensione britannico Sir Nick Carter, già capo di Stato Maggiore delle forze armate di Londra. In prospettiva, le parole del cancelliere tedesco in pectore Friederich Merz che hanno espresso la volontà di cercare addirittura la completa emancipazione dagli Usa lasciano presagire grandi ambizioni.

Tali ambizioni saranno ribadite dal Consiglio Europeo alla riunione dei ventisette capi di Stato e di governo dell’Ue di giovedì. L’Unione Europea ha espresso la sua volontà di alzare le spese militari e di allentare le regole fiscali per permettere agli Stati membri di finanziare fuori dal deficit le politiche di potenziamento dei propri arsenali.

Dal Mes per le armi ai dubbi sulla strategia

Inoltre, resta sul tavolo la (remota) possibilità di aprire all’uso di alcuni strumenti europei originali per finanziare il riarmo: su queste colonne, in passato, suggerivamo che il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), ormai uscito di scena per i suoi scopi originali, potesse essere la base ideale per emettere un asset comune sui mercati finanziari ad alto rating, alta sicurezza e basso costo di rendimento volto a finanziare progetti di consolidamento della difesa collettiva dell’Europa. Una modalità d’azione che, peraltro, potrebbe far rientrare dalla finestra quel debito comune e quelle politiche anti-austerità poi scalabili agli investimenti produttivi e in conto capitale su altri settori.

Quel che sembra – ad oggi – mancare è una visione strategica, un leninano “Che fare?”, per la gestione di questo tipo di politiche. Sembra che a pesare per l’Europa siano soprattutto due fattori: il lutto per un possibile distacco dall’America da un lato; la continua percezione che il riarmo debba essere compiuto in esclusiva postura antirussa, dall’altro. In sostanza, l’Europa ragiona all’interno della tenaglia russo-americana mettendo il carro davanti ai buoi: urge spendere di più senza sapere cosa fare con la nuova Difesa. Una buona politica vorrebbe l’opposto: pianificare la grande strategia in virtù dei mezzi disponibili e realisticamente conseguibili.

Cosa intende fare l’Europa del rinnovato strumento militare? In che misura sovrapporre comandi continentali, forze armate nazionali e attori come il Regno Unito, membri della Nato e non dell’Ue? Come costruire una strategia di proiezione dei propri interessi e, innanzitutto, come definire questi interessi? In che misura evitare sprechi e sovrapposizioni tra programmi che rischiano di creare rischiosi doppioni? Come rendere credibile una politica di graduale maturità strategica e autonomia dagli Usa di fronte a contesti che vedono piani, come lo scudo antimissile comune (Essi) dipendere dagli asset a stelle e strisce? E, forse soprattutto, come possono essere visti come alfieri dell’autonomia militare e strategica dell’Europa leader che hanno sempre fatto dell’ortodossia atlantista il loro core business (si pensi a von der Leyen e Kaja Kallas)?

Davvero la minaccia si chiama Russia?

L’Europa arriva al duplice appuntamento con grandi incertezze nella risposta a queste domande. Le quali sono peraltro la diretta conseguenza della madre di tutte le questioni: davvero stiamo riflettendo di uno scenario che indica la minaccia russa come il vero problema contro cui bisogna correre a prendere le armi? Riformulabile in forma più netta: davvero tutto quello che si sta facendo è funzionale a creare il deterrente contro un Paese che in tre anni è riuscito a fatica a conquistare un quinto di Ucraina e si trova ora con arsenali svuotati e forze armate profondamente logorate, in un conflitto che non è mai stato nell’interesse europeo veder proseguire e a cui l’Europa deve un rafforzamento della subordinazione agli Usa?

Se la risposta fosse sì, torneremmo al punto di partenza, cioè al fatto che l’Europa starebbe giocando con logiche americane, con priorità securitarie decise a Washington e con regole date dalla superpotenza a stelle e strisce. Proponendo, al cambio delle amministrazioni Usa, di continuare quel vassallaggio che le élite del Vecchio Continente difficilmente si sono impegnate per ridimensionare. E che solo un giusto mix tra strategia, programmazione di una coerente politica di proiezione e sicurezza e ricerca degli strumenti comuni per attuarla potrà permettere di iniziare ad annacquare. Altrimenti, saremo alla solita dittatura dell’emergenza che spesso ha impedito all’Europa di apprendere le lezioni delle crisi del passato.

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