Annunciato nel dicembre 2025, il mastodontico progetto di una nuova classe statunitense di corazzata, denominata BGG(X), che secondo il rapporto del Congressional Research Service (CRS) potrebbe entrare in servizio non prima del 2040, trova già detrattori. Il Congressional Budget Office (CBO) degli Stati Uniti ha segnalato “diversi potenziali problemi” legati al programma.
Secondo la valutazione del CBO, il costo di costruzione della prima unità del programma di corazzate a propulsione nucleare BBG(X) della U.S. Navy, comunemente indicato come “classe Trump”, ammonterebbe a circa 23 miliardi di dollari. Il costo complessivo di una flotta prevista di 15 unità sarebbe pari a circa 275 miliardi di dollari, con un costo medio di acquisizione di circa 18 miliardi di dollari per nave nell’arco dell’intero programma.
Costi che sarebbero grosso modo equivalenti a quelli di due portaerei da 100.000 tonnellate, una della classe Gerald Ford e una della classe Nimitz. A questa stima si somma la storica tendenza del settore della difesa statunitense a registrare consistenti e persistenti sforamenti dei costi, che lascia ipotizzare ulteriori aumenti, potenzialmente significativi, rispetto ai 18 miliardi di dollari per unità. Nel budget, ad esempio, non sarebbero inclusi lo smaltimento delle scorie radioattive derivate dalla propulsione nucleare e lo smantellamento delle navi al termine della loro vita operativa.
Considerando che il programma per la portaerei della classe Gerald Ford ha già subito gravi problemi e enormi ritardi e sforamenti dei costi, il progetto BBG(X) di Trump non sembra offrire, almeno allo stato attuale, particolari garanzie in termini di rispetto dei tempi e dei costi previsti.
Ma a interessare gli analisti non occidentali, in particolare, sono le implicazioni strategico-operative della “Golden Fleet” di Trump, di cui il progetto BBG(X) sarebbe parte integrante. Una flotta che si fonda sulla combinazione di grandi unità di superficie pesantemente armate, piattaforme più piccole e distribuite e un’ampia componente unmanned, con l’obiettivo è integrare capacità di attacco, sensori e nodi di rete in una struttura navale distribuita, capace di saturare le aree contese, complicare il targeting avversario e ridurre la vulnerabilità della flotta alla perdita di singole unità.
La PLAN osserva paziente
Un articolo del 21 agosto pubblicato dal China National Defense News (中国国防报), quotidiano specializzato in questioni di difesa e sicurezza, strettamente collegato alle Forze Armate cinesi (PLA), ha fornito una prima chiave di lettura del modo in cui Pechino sta valutando questo cambio di orientamento della flotta di superficie USA.
Secondo gli analisti militari cinesi il programma implicherebbe uno scostamento dal concetto di “Operazioni Marittime Distribuite” avanzato dagli Stati Uniti, ovvero da una dottrina fondata sulla dispersione di sensori, processi decisionali e sistemi d’arma tra numerose piattaforme per complicare il targeting nemico. Mentre infatti “la teoria delle operazioni marittime distribuite pone l’accento sulla distribuzione delle capacità di scoperta, comando e attacco tra molteplici nodi […] al fine di mitigare l’impatto che il danneggiamento di alcune grandi unità navali potrebbe avere sull’intera formazione”, le grandi unità da combattimento di superficie diventerebbero facili bersagli per sottomarini silenziosi, missili ipersonici e sciami di droni.
Inoltre, l’articolo cinese rileva un vulnus nella stessa architettura della “Golden Fleet”, che potrebbe comprometterne la ridondanza e la resilienza dei sistemi di comando e controllo: le piattaforme più piccole, infatti, per quanto distribuite, potrebbero risultare eccessivamente dipendenti dalla disponibilità di collegamenti dati stabili.
La critica cinese include inoltre tra le principali debolezze della pianificazione USA i “progetti non finalizzati e la maturità tecnologica insufficiente”, specialmente quando cannoni elettromagnetici, missili ipersonici e laser ad alta energia devono essere sviluppati ed integrati insieme a uno scafo a propulsione nucleare e a un sistema di combattimento di prima classe.
Più efficienza e meno costi
In effetti, un ulteriore profilo di criticità del progetto è legato al modello di progettazione e integrazione dei sistemi. Come rileva l’articolo, “l’approccio consistente nel ‘build the platform first, install equipment later’ potrebbe accrescere i rischi”. A sostegno di tale valutazione vengono richiamati i programmi del cacciatorpediniere classe Zumwalt e delle Littoral Combat Ships (LCS), che sono stati al centro di profonde divergenze tra l’Ufficio di Contabilità del Governo degli Stati Uniti (GAO) e la Marina USA attorno ai modelli e processi di progettazione e costruzione navale statunitensi.
Non ogni male vien per nuocere. Anzi, rilevando le criticità del progetto BGG(X) e i potenziali effetti a cascata su altri programmi della Marina USA considerati prioritari, l’articolo conclude che “la costruzione di corazzate a propulsione nucleare […] potrebbe rallentare ulteriormente la costruzione di portaerei e sottomarini”. Insomma, un’iniziativa che potrebbe rivelarsi un’opportunità strategica per la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN), consapevole che eventuali ritardi inciderebbero ulteriormente sull’equilibrio navale nell’area Asia-Pacifico.
Come rilevato da Lyle Goldstein, la componente navale statunitense avrebbe invece necessità di riallinearsi a strategie e dinamiche di un mondo multipolare e di teatri operativi asimmetrici, attraverso la riduzione delle costose missioni di “presenza” e l’adozione di strategie di copertura del rischio strategico più efficienti sotto il profilo dei costi. Il conflitto nel Golfo ne è monito.