In Francia le vicissitudini legate al programma Scaf (Système de Combat Aérien du Futur) hanno aperto un vasto dibattito nel mondo degli esperti e delle istituzioni sull’opportunità, per Parigi, di intraprendere la via del “fai da te” anche per questo nuovo sistema d’arma.

Lo Scaf non sarà (se sarà) solo il nuovo cacciabombardiere franco-tedesco-spagnolo di nuova generazione – la sesta – la cui entrata in servizio è prevista per il 2035/2040, ma un sistema di sistemi che farà da contraltare al programma di pari livello anglo-italo-svedese Tempest. Il progetto, però, va a rilento e cerchiamo di riepilogare brevemente il perché.

Parigi Berlino, nemici amici

Francia e Germania, ed in misura minore anche la Spagna, faticano non poco a trovare un accordo sulla spartizione dei compiti, e quindi sulla ripartizione industriale. Dopo la firma dell’accordo quadro, a giugno del 2019, tra Berlino e Parigi, e l’ingresso ufficiale di Madrid a dicembre 2020, sono emerse una serie di criticità, dovute alla difficoltà di trovare un compromesso sulla distribuzione delle competenze per la produzione, che faticano a risolversi.

La Germania sta esercitando la massima pressione sui produttori francesi per fare concessioni sul programma: Berlino, infatti, vuole di più. “I tedeschi giocano su tutti i registri per ottenere ulteriori guadagni su questo programma” , ed il cancelliere Angela Merkel ha chiaramente sostenuto le richieste degli industriali di casa. Da tempo la situazione tra Airbus e Dassault Aviation, i due leader industriali del programma, è a dir poco tesa, mentre il contratto per la fase 1B dello Scaf, che mira a costruire un primo dimostratore – per un budget di oltre 6 miliardi di euro – viene negoziato ferocemente in un programma molto serrato. È stato infatti riaperto il tema scottante della distribuzione e del proseguimento dei lavori, in quanto la Germania non si è accontentata degli “scampoli” che le sono stati lasciati dalla Francia. Le tecnologie sviluppate da Dassault saranno quelle che serviranno per sviluppare il dimostratore, e la società francese non è intenzionata a cedere la sua proprietà intellettuale ai tedeschi, mentre la Germania, da parte sua, ritiene che “pagherà per finanziare una capacità militare” ma “non ne avrà il controllo”.

Berlino vuole infatti la cessione di tecnologia e proprietà intellettuale oltre che avere un ruolo paritario nella produzione. Nella diatriba, recentemente, è intervenuta anche Madrid che ha avanzato la richiesta di ottenere il 30% dell’attività del programma per le sue industrie nazionali.

La distribuzione dei compiti sembra quindi essere il punto critico: Dassault avrà un terzo del carico di lavoro per la Francia, e Airbus – presente in Germania e Spagna – due terzi. Ma a Madrid e Berlino non basta. Il costruttore di aerei francese, invece, rifiuta di lasciare alcune aree “sensibili o strategiche” in cui si considera tecnologicamente avanzato in mano ad altri, ad esempio per quanto riguarda l’avionica, elemento critico di un velivolo. La Germania, che chiede un ruolo maggiore all’interno del programma, sembra mal digerire la leadership di Dassault e preferirebbe un maggior carico di lavoro per il gruppo Airbus, oltre a richiedere lo stesso trattamento ottenuto per il programma Eurofighter Typhoon in merito alla cessione della proprietà intellettuale, del know-how e della tecnologia.

Questo, come vedremo a breve, sembra essere un punto fermo su cui anche gli analisti francesi più disponibili al dialogo, non sembrano voler cedere terreno. La posizione francese, però, mal si concilia con la ripartizione degli oneri finanziari, ripartiti in misura equa tra Francia e Germania (ed in misura minore da parte della Spagna), definiti da qui al 2025-2026, quando ci sarà il primo volo del dimostratore.

La soluzione francese

Dalle pagine di La Tribune, recentemente, Patrick Bellouard e Cyrille Schott – il primo presidente di EuroDéfense France nonché ex direttore di Occar ed il secondo membro del consiglio di EuroDéfense France ed ex direttore dell’istituto nazionale per gli studi sulla sicurezza e la giustizia (Inhesj) – hanno cercato di rispondere ai critici che vorrebbero che la Francia abbandonasse la Germania per continuare da sola nello sviluppo dei programmi di armamento ed in particolare dello Scaf.

I due studiosi partono da un assunto storico che condividiamo: se l’Europa, tra il XVIII ed il XIX secolo, nonostante fosse divisa, ha dominato il mondo, ora, con la piena affermazione delle “potenze continentali” rappresentate da Stati Uniti, Russia e Cina, il Vecchio Continente ha perso la sua influenza globale.

Una perdita di influenza determinata dagli esiti della Seconda guerra mondiale e sancita una volta per tutte dalla Crisi di Suez del 1956, dove Francia e Regno Unito vennero esautorate dall’intervento congiunto di Unione Sovietica e Usa. Per queste potenze continentali, ancora oggi, sarebbe più facile essere in un rapporto bilaterale con ciascuno degli Stati europei, che si troverebbero in una posizione di debolezza, piuttosto che affrontare un’Europa unita, che, come affermano i due studiosi, già rappresenta la prima forza commerciale mondiale e la seconda economica.

Di fronte a questi “Stati-continenti”, le vecchie nazioni europee, isolate, non hanno più peso “politico”, né il Regno Unito, né la Francia né la Germania. In particolare nell’analisi dei francesi si afferma che nonostante la volontà di Londra di recuperare la sua influenza globale, attraverso il concetto “Global Britain”, essa si leghi comunque intimamente alle sorti degli Stati Uniti e in seno alla Nato, quindi è indice di una sostanziale presa di coscienza della propria intrinseca “debolezza” dal punto di vista strategico militare.

Anche la Francia ha intrapreso il medesimo cammino britannico, se pur in modo concettualmente diverso. Nel suo ragionare da “grande potenza mondiale” Parigi si rivolge a Paesi come l’India, che viene indicata come uno Stato che “sprofonda in un nazionalismo indù poco conforme ai nostri valori”, e verso l’Indonesia, caratterizzata dalla medesima “problematica”, invece di guardare in Europa.

Bellouard e Schott non usano mezzi termini per criticare la visione strategica francese. Sostengono, infatti, che “anche se crediamo nella vocazione globale del nostro Paese, usciamo dalle fantasie di una falsa grandezza, che non corrisponde più alle realtà del mondo di oggi”. In particolare riferiscono che se la Francia continuerà a contare sul palcoscenico globale (in seno all’Europa) lo stesso varrà anche per la Germania.

Potenze continentali e marittime

A questo punto viene affermato che tra Berlino e Parigi ci sono differenze sostanziali: la Francia mantiene lo sguardo più orientato verso il mondo, mentre la Germania, per posizione geografica e storia, è più orientata verso il centro Europa. Tuttavia Parigi è anche una potenza continentale mentre Berlino, attraverso la sua capacità di esportazione e la sua stessa influenza culturale, considera il mondo intero nella sua politica estera.

Si ripropone pertanto, nel più classico dei ricorsi storici, il connubio tra una “potenza continentale” e una “marittima” (in questo caso a vocazione globale). Una questione cruciale, che dovrebbe riguardarci da vicino: il nostro Paese, infatti, data la sua spiccata vocazione marittima, dovrebbe guardare ad un’alleanza particolare con una “potenza continentale” come la Germania, per avviare una sinergia in grado di valorizzare entrambi i Paesi senza che ci siano contrasti dettati dalla medesima postura strategica. Qualcosa che era ben chiaro ai nostri governanti nel secolo scorso.

Programmi condivisi e “giusto ritorno”

Tornando al punto di vista francese, nell’analisi viene detto che anche la cooperazione nel campo degli armamenti tra Germania e Francia non è affatto nuova e che ha dato i suoi frutti, come i velivoli da trasporto Transall C160 e A400M, l’addestratore Alpha Jet, i pattugliatori marittimi Atlantic o l’elicottero da combattimento Tiger. Tutti programmi che hanno avuto alterne fortune: Tiger e A400 sono stati costellati da molti problemi di natura tecnica, e sostanzialmente sono un buco nell’acqua, mentre il C160 non ha riscosso il successo di esportazioni che si prevedeva. Molto meglio l’Atlantic e l’Alpha Jet, ma sono stati forse casi più unici che rari. La Francia ha invece dimostrato, ampiamente, di voler proseguire da sola nel settore delle costruzioni, cosa che avvenne per il Rafale, per una questione – oggi come allora – di condivisione della tecnologia e ritorno del know-how.

I due studiosi da quest’ultimo punto di vista affermano che il principio del “giusto ritorno” è stato “veleno” per i programmi di cooperazione nel settore militare. Sostengono infatti che i ritardi, le cattive scelte industriali, e la nascita di “duplicati” (in Europa abbiamo Typhoon, Rafale e Gripen) osservati in questi anni siano imputabili a questo principio che caratterizza i costruttori europei, e a sostegno di questa tesi citano proprio la creazione del meccanismo Occar (o Joint Organization for Cooperation in Armament) che non prevede il principio del “giusto ritorno”.

Eliseo pro domo sua

Senza dubbio quel tipo di cooperazione è stata coronata da un certo successo – come già analizzato – ma ci resta il dubbio che questo ribaltamento di punto di vista sia esclusivamente fatto “pro domo sua”, in quanto le premesse per il programma Scaf, così come quelle del nuovo Mbt (Main Battle Tank) Mgcs, si fondano sulla sostanziale irremovibilità francese riguardo alla cessione di tecnologia, un’eventualità che invece, per altri programmi come l’Eurofighter Typhoon, è avvenuta senza troppi problemi di sorta, ed infatti Berlino, come detto, porta ad esempio proprio quel programma aeronautico per le sue rivendicazioni.

Il pericolo secondo gli autori, è che la Francia da sola non riesca finanziariamente a coprire i costi di sviluppo dello Scaf; un pericolo che, viene detto, aprirebbe le porte del mercato europeo ai concorrenti (gli Stati Uniti con l’F-35). Viene però dimenticato che il caccia della Lockheed-Martin ha già trovato le porte aperte e viene prodotto in buona parte anche in Europa: a Cameri (No) c’è uno degli unici due Faco posti al di fuori degli Stati Uniti. Senza considerare che, in quest’ottica, se il problema è finanziario, la Francia potrebbe confluire nel programma Tempest (soluzione auspicata più volte dai governi facenti parte del consorzio per il caccia anglo-italo-svedese) che è già avviato e sembra godere di buona salute.

Quindi, ancora una volta, è l’Europa ad essere il problema oppure è l’atteggiamento francese? Nonostante il tentativo di raffreddare gli animi fatto dai due esperti d’oltralpe, traspare dalle loro parole – ancora una volta – la volontà francese di essere l’unico Paese a determinare le sorti (e quindi stabilire i requisiti) di un programma di armamenti: non propriamente un atteggiamento conciliatorio in seno all’apparato industriale militare europeo. Vedremo quindi che sorte avranno lo Scaf e l’Mgcs, ma stante queste premesse il futuro non sembra affatto roseo.