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Mentre gli Stati Uniti provano a ricucire con la Francia dopo lo schiaffo rappresentato da Aukus, la domanda che circola è come Washington pensa di riparare il torto subito da Parigi. Emmanuel Macron e Joe Biden sono coinvolti in un delicato negoziato per ripianare le divergenze. Stesso discorso vale per il presidente francese con il premier britannico, Boris Johnson, verso il cui Paese erano volate parole di fuoco da parte del ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian. Diverso il caso dell’Australia, considerata dal governo francese e da Naval Group una vera e propria traditrice, incapace di rispettare i patti siglati da anni.

L’Eliseo si muove su diverse direttrici. Perché diversi sono i destinatari delle sue rimostranze. Con Canberra il problema a questo punto è soprattutto economico, ed è per questo che nelle prossime settimane Naval Group ha detto di essere pronta a inviare la sua “fattura”. In ballo decine di miliardi di euro che per il colosso francese sono saltati sia per la spesa effettuata per i progetti dei sottomarini sia come mancato guadagno. Una cifra che non può colmare il vuoto lasciato dal “contratto del secolo”, ma che può essere una forma di soddisfazione in attesa che i governi tornino a parlare. Anche se in questo senso, per ora da Parigi non sembra esserci fretta. Con Londra il problema è soprattutto ai rapporti post-Brexit: la Francia sa bene che l’operazione di Aukus è un elemento che può contribuire a esacerbare i già tesi rapporti tra il Regno Unito e l’Unione europea. E anche se Johnson cerca in ogni modo rimediare all’offesa arrecata al governo di Macron, è altrettanto evidente che lo smacco si inserisce in un quadro di rapporti abbastanza complessi derivanti no solo dalla sfida industriale tra le due sponde della Manica, ma anche dal fatto che il presidente francese e il premier britannico giocano una particolare partita come imperi rivali e con un’Europa che Parigi cerca di guidare soprattutto nell’ambito della Difesa. Ambito in cui Londra e Bruxelles cercano incessantemente un dialogo e un accordo.

Con Washington la questione appare molto diversa e molto complessa. Innanzitutto perché quello tra Francia e Stati Uniti è un rapporto di sentimento. La prima grande alleanza degli Stati Uniti con uno Stato europeo fu proprio quella con la potenza francese che li sosteneva in particolare contro la madrepatria. I due Stati si sono aiutati nella prima e nella seconda guerra mondiale e la Francia, quando è entrata nella Nato, ha mostrato di voler mantenere la propria autonomia strategica, ma non ha negato il suo consenso al Patto atlantico voluto dall’America. La frattura quindi è particolarmente sorprendente se ci si basa sulla storia recente e più remota delle relazioni bilaterali tra Francia e Stati Uniti. Ma proprio per questo potrebbe essere ben più facile trovare un accordo tra questi due Stati. Partendo dal presupposto che sarà Washington a dovere in qualche modo ripagare Parigi del torto subito.

Per farlo, gli Usa potrebbero iniziare con una moral suasion nei confronti dei propri alleati. Per esempio sul lato industriale. Già dall’India si parla di un possibile interesse di Nuova Delhi verso i sottomarini a propulsione nucleare francesi, dal momento che, a detta dell’emittente televisiva Bfm Tv, la Marina indiana vorrebbe sei sottomarini d’attacco. I Barracuda di Naval group sono candidati molto quotati ed è possibile che gli Stati Uniti in qualche modo alimentino le capacità del colosso transalpino per giungere a firmare l’accordo. Patto che seguirebbe a quelli già particolarmente importanti di Dassault per gli aerei in dotazione all’Aeronautica indiana.

Il tema della ricompensa attraverso il mercato internazionale è stato trattato di recente anche dal Washington Examiner. Secondo il sito americano vicino al mondo conservatore, Biden dovrebbe offrire alla Francia di acquistare alcuni Barracuda per poi trasferirli in parte al Vietnam. Questo, a detta degli esperti, potrebbe placare l’ira di Parigi, rafforzare un alleato del Sud-est asiatico e allo stesso tempo mettere pressione alla Cina , che vedrebbe un ulteriore Paese indo-pacifico con una discreta componente subacquea. Questione che deve essere considerata anche in ottica italiana. Se Macron vorrà essere ricompensato con la stessa moneta con cui ha perso decine di miliardi, il rischio è che Washington faccia pressioni su altri fronti commerciali. In ballo diversi progetti di vendite dal Nord Africa alla Grecia in cui la Francia appare in svantaggio. Ma è chiaro che una telefonata di Biden potrebbe cambiare le scelte effettuate dalle Difese dei partner regionali.

Infine il nodo strategico. Gli Stati Uniti in questo momento hanno bisogno di evitare fratture con l’Europa (anche e così non sembra). E per questo necessitano di mandare un segnale alla Francia, che adesso si muove nell’ottica di mostrarsi come unico referente anche per la Difesa europea. Probabile che nei prossimi incontri e telefonate tra i due leader si parli in modo più chiaro del Sahel: vero nodo dell’agenda estera francese soprattutto in ottica di elezioni. Ma non va sottovalutato anche le possibili assunzione di ruoli di comando da parte francese in diverse missioni o operazioni internazionali dal Nord Africa al Medio Oriente, fino a cabine di regia congiunte per alcune crisi. L’Eliseo ha da tempo mostrato il bisogno di un riconoscimento forte della comunità internazionale e Macron, prossimo al voto di primavera e con la presidenza Ue alle porte, potrebbe puntare su negoziati con l’amministrazione americana per evitare colpi bassi in chiave elettorale e nell’interesse di Parigi.