La Repubblica Popolare Cinese (RPC) di Xi Jinping ha lanciato la Belt and Road Initiative (BRI) nel 2013. L’iniziativa prevede principalmente l’interconnessione della RPC all’Europa attraverso il continente eurasiatico, ma da allora il progetto si è esteso ad altre aree del globo, inclusa la regione artica.
L’Artico è stato ufficialmente incluso nella BRI tramite la dichiarazione sulla Visione della Cooperazione Marittima e successivamente Pechino ha istituito la Via della Seta Polare nel suo Libro Bianco sulla Politica Artica del 2018, collegando l’Asia e l’Europa attraverso l’Oceano Artico. Nel Libro Bianco del 2018, il Consiglio di Stato della RPC si riferisce alla Cina come a uno “Stato quasi-artico”: un’affermazione molto controversa, ma funzionale alla giustificazione della politica cinese nell’Artico. Mentre nel documento si sottolinea l’impegno del governo cinese per la cooperazione pacifica nella regione, nonché il desiderio di contribuire alla ricerca, alla protezione e allo sviluppo dell’Artico nel rispetto del diritto internazionale, esso articola anche l’obiettivo di Pechino di aumentare la propria partecipazione e influenza nella governance della regione.
La Cina è diventata osservatore del Consiglio Artico nel 2013, come altri Stati non artici tra cui il Giappone e l’Italia, e da allora ha contribuito alla conoscenza scientifica attraverso stazioni di ricerca e spedizioni, investendo molto in attività e competenze per operare nella regione artica. Le ambizioni e le attività cinesi nell’Artico sono altrettanto controverse: da semplice “osservatore” in ambito scientifico, Pechino sembra voglia diventare “regolatore” delle norme internazionali che regolano lo sfruttamento delle risorse artiche e “investitore” in infrastrutture spesso con caratteristiche di utilizzo duale (civile/militare), sebbene alcuni progetti siano per ora rimasti solo sulla carta.
La RPC, per supportare la sua politica artica, ha sviluppato una flotta di navi rompighiaccio moderne, anche di grosso tonnellaggio, ed è notizia recente di un’insolita attività di queste unità navali nei mari artici che bagnano Russia, Stati Uniti e Canada. La Guardia Costiera statunitense, insieme ai comandi militari artici USA, stanno monitorando la comparsa simultanea di cinque navi rompighiaccio cinesi vicino all’Alaska che hanno doppiato lo Stretto di Bering per operare simultaneamente in quella zona del Mar Glaciale Artico. Questa presenza cinese senza precedenti rappresenta due volte e mezzo il numero di rompighiaccio USA attualmente in grado di operare nell’intera regione artica.
Il cambio di passo della Cina
Come sappiamo, la flotta di rompighiaccio USA è drammaticamente poco numerosa e obsoleta, e solo di recente la Guardia Costiera statunitense ha preso in carico il primo rompighiaccio dopo che l’ultimo era stato consegnato nel lontano 1999. L’arrivo del nuovo rompighiaccio (USCGC “Storis”) porterà a tre il numero di queste navi nella Guardia Costiera.
La presenza di queste imbarcazioni è coerente con una tendenza triennale di crescente attività delle navi da ricerca cinesi che operano nell’Artico statunitense, ha osservato la Guardia Costiera USA: l’anno scorso, sono state tre le navi da ricerca cinesi che hanno condotto operazioni a nord dello Stretto di Bering. Oltre all’attività di naviglio della Guardia Costiera cinese, negli ultimi anni si è assistito anche alla comparsa e all’incremento delle missioni di unità della PLAN (People’s Liberation Army Navy) nell’Artico che afferisce all’Oceano Pacifico: nell’agosto 2021 quattro navi da guerra cinesi si sono presentate nella Zona Economica Esclusiva (ZEE) statunitense al largo delle Isole Aleutine in Alaska, e da allora le navi della PLAN hanno avuto una presenza sporadica ma crescente.
Questo è un chiaro segnale della volontà di Pechino di estendere e rafforzare la sua influenza in quella vasta regione, proprio per poter effettuare quel cambio di passo da “osservatore” a “regolatore”: oggi sono navi da ricerca scientifica, domani saranno facilmente pescherecci e naviglio per la mappatura e sfruttamento delle risorse minerarie presenti sui fondali che opereranno con la copertura delle navi della PLAN.
Gli errori di valutazione degli Usa e della Nato
La regione artica, come sappiamo, ha visto significativi investimenti in risorse militari soprattutto da parte della Russia, che sta espandendo massicciamente le sue infrastrutture e ne sta costruendo di nuove, con lo scopo di tornare ad avere un livello di proiezione di potenza nell’Artico pari a quello del periodo sovietico.
Di contro, Stati Uniti, NATO e altre nazioni “occidentali” hanno complessivamente sottovalutato quella regione dal punto di vista infrastrutturale e militare, cedendo il passo a una RPC sempre più invadente e una Russia che vuole espandere la sua sovranità su quasi tutta la piattaforma continentale artica, con l’obiettivo finale di voler controllare la Northern Sea Route in modo da regolare i traffici navali tra i porti europei e quelli asiatici, col rischio quasi certo di uno scontro con le ambizioni artiche cinesi.
L’Artico è diventato quindi il vero ventre molle della NATO, principalmente per via della miopia statunitense che non ha saputo cogliere i segnali di allarme che almeno da due lustri si stavano sviluppando in quella regione: le basi attrezzate sono poche, le infrastrutture portuali sono inadatte a sostenere grandi traffici (al contrario di quelle russe in costruzione), soprattutto solo da pochi anni si sta tornando ad addestrarsi in quella regione inospitale, con manovre navali, terrestri e aeree congiunte. In questo senso la presenza in Artico della RPC, e il ritorno della Russia, hanno avuto il merito di far riconsiderare ai comandi alleati ed europei l’importanza del controllo di specchi marittimi strategici come il GIUK GAP, che ha portato con sé il ritorno della presenza stabile dell’Alleanza in Islanda, ma c’è ancora molto da fare, e il patto ICE, siglato nel 2024 tra USA, Finlandia e Canada è solo un flebile inizio di un cambio di politica, col difetto che non coinvolge tutti i Paesi “artici” della NATO.
Si capisce bene quindi l’interesse, ai limiti dell’incidente diplomatico, delle amministrazioni Trump per la Groenlandia: non è solo questione di risorse da sfruttare, ma di avere un’impronta militare stabile in un’isola disabitata e praticamente disarmata. Europa, se ci sei batti un colpo!

