I rapporti strategici tra la Cina e i Paesi del Medio Oriente sono sempre più solidi, almeno a giudicare dagli ultimi accordi stretti tra le parti e dall’importanza che Xi Jinping attribuisce all’intera regione. Non è un caso che il presidente cinese, un anno fa, abbia effettuato una delle sue prime visite dell’era post Covid in Arabia Saudita, al termine della quale Pechino e Riyadh hanno stipulato svariati accordi economici. E non è un caso neppure che il Dragone abbia rafforzato i legami con altri player locali, dal Qatar (freschissimo un accordo della durata di 27 anni tra QatarEnergy e il colosso cinese Sinopec per la fornitura di gas naturale oltre la Muraglia) agli Emirati Arabi Uniti.

La Cina punta sugli Emirati Arabi

A proposito degli Emirati, qui troviamo oltre 4mila aziende cinesi, operative nel mondo arabo e in Africa, e circa 20mila cittadini cinesi. Una presenza solida, con la maggior parte delle società del Dragone dislocate nella zona franca di Jebel Ali, gestita direttamente dalla DP World, di proprietà statale di Dubai, nonché principale operatore di terminal per container nella penisola arabica e in Asia meridionale.

Poco distante da qui spicca un altra città sulla quale la Cina ha investito molto. Si tratta di Abu Dhabi, sede del potere politico emiratino, dove la cinese Cosco Shipping Ports ha stabilito il suo hub per il Medio Oriente. La zona da cerchiare con la matita rossa è il porto di Khalifa, ad una trentina di chilometri a sud dell’hub madre di Jeb Ali.

Grazie alla joint venture con Mediterranean Shipping Co (MSC), una delle più importanti compagnie di navigazione europea con sede a Ginevra, il leader dell’industria marittima cinese è riuscito a incrementare il volume delle merci nel suddetto porto di Khalifa dell’82% in appena sei mesi. Nel citato porto di Khalifa, tra l’altro, a detta dell’intelligence Usa Pechino starebbe costruendo una possibile base militare, la seconda all’estero dopo quella di Gibuti.

L’allarme dell’intelligence Usa

Il punto è che Dubai è teoricamente uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti nel Medio Oriente, e la silenziosa espansione cinese nell’area non fa affatto piacere a Washington. Nelle ultime ore, il New York Times ha acceso i riflettori su un allarme lanciato dall’intelligence americana: la società emiratina di intelligenza artificiale G42 starebbe lavorando con le grandi aziende cinesi, in un rapporto che funzionari statunitensi considerano una minaccia alla sicurezza nazionale degli Usa.

In pubblico, l’azienda ha annunciato la sua crescita sbalorditiva con una cadenza costante di comunicati stampa. Ha rilanciato gli accordi con giganti farmaceutici europei del calibro di AstraZeneca e un accordo da 100 milioni di dollari con un’azienda della Silicon Valley per costruire quello che dovrebbe essere “supercomputer più grande del mondo”. Il mese scorso, G42 ha annunciato una partnership con OpenAI, il creatore di ChatGPT.

Ebbene, l’azienda degli EAU collaborerebbe con attori cinesi finiti nella lista nera di Washington, tra cui Huawei. Nel caso in cui l’allarme dovesse essere confermato, Pechino potrebbe sfruttare la penetrazione globale di G42 per mettere le mani su dossier scottanti.