La Repubblica Popolare Cinese (RPC) è senza ombra di dubbio il Paese che più ha dato impulso, al mondo, alla modernizzazione e ingrandimento del suo strumento militare. In trent’anni le sue spese per la difesa sono aumentate di 13 volte passando dai 25,1 miliardi di dollari nel 1994 ai 317,6 del 2024. Una crescita costante con una progressione quasi geometrica, che si percepisce meglio se pensiamo che tutti i Paesi della NATO, esclusi gli Stati Uniti, fanno sommare una spesa per la difesa di 489,5 miliardi di dollari nel 2024.
I frutti di questa politica di difesa si sono manifestati nell’incremento del numero degli assetti militari di tutte le forze armate: la PLAN (People’s Liberation Army Navy) è diventata la marina militare più numerosa al mondo superando quella degli Stati Uniti; la PLAAF (People’s Liberation Army Air Force) può contare su numerosi caccia di nuova generazione costruiti a un rateo impressionante se paragonato alle linee di produzione occidentali dei cacciabombardieri; la PLARF (People’s Liberation Army Rocket Force) può contare su migliaia di missili balistici di vario tipo, e la produzione di ICBM (Intercontinental Ballistic Missile) è aumentata come dimostrano le immagini satellitari della posa di nuovi silos di lancio. La parata militare a Pechino dello scorso settembre per commemorare la vittoria nella seconda guerra mondiale è stato una vera e propria dimostrazione di forza militare che la RPC ha dato al mondo intero, in particolare al suo avversario strategico rappresentato dagli Stati Uniti.
Una tigre di carta?
Alla luce di alcuni informazioni di intelligence e di quanto sta accadendo all’interno delle forze armate cinesi, alle prese con purghe presidenziali determinate a eliminare la corruzione, viene però da chiedersi se la Repubblica Popolare Cinese sia una tigre di carta dal punto di vista militare.
Nel 2024, l’intelligence statunitense ha riferito qualcosa che sembra uscita da un film parodistico: fino a metà dei missili balistici cinesi potrebbe essere stata riempita con acqua invece che con carburante. Il denaro che avrebbe dovuto acquistare il propellente per i missili era scomparso, apparentemente sottratto da ufficiali corrotti. Quell’anno, la RPC ha epurato nove alti ufficiali dalla PLARF, e nel 2025, per la prima volta nella storia, Pechino ha rimosso il vicepresidente in carica della Commissione Militare Centrale, l’organismo che controlla l’intero esercito cinese. Avere ufficiali corrotti non significa solamente avere inevitabili carenze dal punto di vista della qualità e della manutenzione degli assetti militari (vedere caso russo), ma significa anche avere quadri dirigenti di cui non ci si può fidare, e la cui capacità in ambito bellico è tutta in discussione.
Per inciso questo è un problema piuttosto comune nelle dittature o nelle autocrazie, dove il sistema non democratico non permette quella trasparenza necessaria per controllare al meglio tutti gli organismi dello Stato e dove appunto gli stessi organismi falsificano i dati per compiacere l’autorità centrale. Facciamo una precisazione: il progresso tecnologico cinese è innegabile almeno in alcuni settori, però la reale efficacia dei progressi raggiunti è ancora tutta da comprovare, come è da comprovare la reale abilità in combattimento del personale.
La Repubblica Popolare, soprattutto negli ultimi tre lustri, ha condotto diverse esercitazioni militari congiunte con altre nazioni sue partner o alleate, però oggettivamente non è mai stata impegnata in un vero conflitto bellico sin dal 1962 (con l’India), al contrario degli Stati Uniti e dei suoi alleati, se consideriamo che gli scontri col Vietnam dal 1979 al 1991 sono stati poco più che scaramucce che non sono mai durate più di un mese. Le forze armate cinesi sembrano formidabili sulla carta, ma non sono mai state veramente messe alla prova in combattimento. La RPC non combatte dal 1979, quando invase il Vietnam e perse, e ormai oggi non è rimasto quasi nessuno in uniforme che ha combattuto.
Quindi, in questo momento storico, una delle domande più importanti al mondo è questa: le forze armate cinesi possono davvero combattere e vincere una guerra?
La Cina e la capacità di attendere
La domanda potrebbe sembrare ironica, ma in realtà é molto importante soprattutto in un momento in cui la posta in gioco è molto alta. La RPC sta agendo sempre più aggressivamente nei confronti di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale, dove le azioni minacciose contro le Filippine si fanno lentamente ma progressivamente sempre più numerose ed elevate in intensità. La RPC basa la sua filosofia politica (e militare), sul saper attendere: le azioni che stiamo osservando da 15 anni nel Mar Cinese Meridionale e anche intorno a Taiwan possono riassumersi in una filosofia che prende il nome di “affettare il salame” (salami slicing) ovvero condurre piccole ma continue azioni che innalzano l’asticella senza mai raggiungere e superare il livello dell’escalation, sino al punto di mettere l’avversario o la comunità internazionale davanti al fatto compiuto.
Ora però il tempo, soprattutto per quanto riguarda Taiwan, si è messo a correre e sebbene Xi Jinping abbia affermato che l’isola debba rientrare nella Repubblica popolare entro il centenario della sua fondazione, la finestra temporale si sta rapidamente chiudendo in quanto gli Stati Uniti stanno prendendo le loro contromisure per evitare questa possibilità. Pechino si potrebbe quindi trovare in un conflitto aperto che coinvolgerebbe gli Stati Uniti e i suoi alleati in breve tempo, e non è affatto scontato che il personale militare cinese sia in grado di esprimere il meglio in combattimento, come non è fatto scontato che tutte queste meraviglie di nuovi armamenti osservati negli ultimi anni siano realmente efficaci.
L’esperienza in combattimento, oltre a plasmare gli individui, quindi a formare dei quadri avvezzi a prendere le giuste decisioni nel mutevole ambiente di una battaglia, serve anche come cartina tornasole dell’efficacia degli strumenti bellici, e solamente pochi, anzi, rarissimi strumenti bellici di fabbricazione cinese hanno avuto un battesimo del fuoco (pensiamo al caccia J-10 nel breve recente conflitto indo-pakistano). Non basta quindi arruolare personale, costruire caccia, navi da guerra, missili balistici, addestrarsi, per avere la capacità di combattere in modo efficace e quindi vincere un conflitto, occorre l’esperienza, un’esperienza che poi si traduce in dottrina militare. In ogni caso, preferiremmo non avere una risposta alla domanda posta prima, anche se riteniamo che purtroppo la risposta non tarderà ad arrivare.
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