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Col mondo “distratto” dalla crisi in Afghanistan, la Cina, con una mossa improvvisa ma non propriamente a sorpresa, ha fatto il suo primo vero passo verso la nazionalizzazione del Mar Cinese Meridionale.

Dal primo settembre, infatti, diverse categorie di navi dovranno comunicare i propri dati alla Guardia Costiera cinese (Msa – Maritime Safety Administration) prima di entrare nel Mar Cinese Meridionale. La nuova disposizione prevede che tutti gli operatori, commerciali o militari, di alcune tipologie di navi come sottomarini, navi a propulsione nucleare, navi trasportanti materiale radioattivo, petrolio, prodotti chimici, gas liquefatto (Gnl), o materiali pericolosi, prima di entrare in quel tratto marittimo debbano preventivamente informare la Msa in merito a posizione, destinazione (anche se non dirette vero un porto cinese, ma solo in transito), natura del carico, e soprattutto debbano comunicare, almeno ogni 2 ore, aggiornamenti sulla propria posizione o mantenendo attivo l’Ais, il “transponder” navale, oppure con comunicazioni atte allo scopo.

Questa disposizione è la naturale conseguenza dell’atteggiamento di Pechino verso il Mar Cinese Meridionale nella sua interezza, considerato come “acque territoriali”, in funzione della cosiddetta “Nine Dash Line” (Linea dei Nove Tratti): una demarcazione risalente al periodo immediatamente successivo al termine della Seconda Guerra Mondiale che ne riprende una ancora precedente, datata 1935.

Questa divisione, del tutto arbitraria, esula dalla Convenzione sul Diritto del Mare (Unclos) – ratificata dalla stessa Cina peraltro – che limita le acque territoriali a uno spazio non superiore alle 12 miglia nautiche dalla costa. Il diritto internazionale ha istituito anche, nel 1982, quella che si definisce Zona di Esclusività Economica (Zee), ovvero la porzione di mare adiacente alle acque territoriali, che può estendersi fino a 200 miglia dalle linee di base dalle quali è misurata l’ampiezza del mare territoriale. Uno Stato costiero, pertanto, può rivendicare diritti esclusivi di sovranità in materia di esplorazione, sfruttamento, conservazione e gestione delle risorse ittiche oltre ad avere giurisdizione in materia di installazione e utilizzazione di isole artificiali, impianti e strutture, e può adottare leggi e regolamenti in molteplici settori. Tuttavia non si può impedire agli altri Stati la navigazione e il sorvolo della Zee, come pure il suo utilizzo per la posa di condotte e cavi sottomarini.

Buona parte del Mar Cinese Militare cade al di fuori del limite delle 200 miglia della Zee cinese, ma nonostante questo Pechino avanza da tempo diritti di sovranità su tutto quello specchio d’acqua, che si estende sino ai vitali accessi dello stretto della Malacca. Per questo la Cina è entrata in contrasto con gli altri Stati rivieraschi, in particolare con Vietnam, Filippine e Malesia, che non intendono accettare questa prevaricazione del diritto internazionale, supportati dagli Stati Uniti, che si sono sempre eretti a garanti della libertà di navigazione dei mari e dei cieli.

La Cina, in particolare, negli ultimi anni ha avviato una lenta ma costante militarizzazione degli arcipelaghi nel Mar Cinese Meridionale (in particolare le Isole Spratly ma anche le Paracelso), per poter mettere la comunità internazionale davanti a uno “stato di fatto” che legittimerebbe le sue rivendicazioni. Facendo questo ha provocato la reazione, in particolare, del Vietnam che ha agito allo stesso modo: Hanoi negli ultimi due anni ha rafforzato la sua presenza a West Reef e Sin Cowe (atolli delle Spratly) dove sono state erette diverse installazioni per edifici amministrativi, piattaforme di cemento e bunker, una grande struttura per le comunicazioni Sigint (Signal Intelligence), oltre a tunnel e fortificazioni costiere.

Dicevamo del ruolo degli Stati Uniti nella diatriba sulla sovranità di quelle acque: Washington, negli ultimi anni, ha aumentato il numero delle operazioni navali volte a ribadire il diritto di libero passaggio, in gergo chiamate Fonop (Freedom of Navigation Operations), impiegando principalmente i suoi cacciatorpediniere ma anche unità navali più importanti.

Proprio nella giornata di mercoledì 8 settembre il Comando della Settima Flotta ha reso noto che il Carrier Strike Group (Csg), il gruppo da battaglia, della portaerei Uss Carl Vinson (Cvn-70), per la prima volta quest’anno ha fatto il suo ingresso nel Mar Cinese Meridionale.

Sempre il comando fa sapere che mentre si troverà in quelle acque contese, il gruppo d’attacco condurrà operazioni di sicurezza marittima, che includono operazioni di volo con velivoli ad ala fissa e rotante, esercitazioni di attacco marittimo e addestramento tattico coordinato tra unità di superficie e aeree. La Settima Flotta sottolinea come le operazioni della portaerei facciano parte della presenza di routine della Marina degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico, ribadendo, nel contempo, il principio di “libertà di tutte le nazioni di navigare in acque internazionali” in particolare “nel vitale nel Mar Cinese Meridionale, dove transita ogni anno quasi un terzo del commercio marittimo globale”. Il Csg della Carl Vinson comprende un incrociatore di classe Ticonderoga, lo Uss Lake Champlain (Cg-57), un cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke, lo Uss Chafee (Ddg-90) e la Lcs (Littoral Combat Ship) della classe Independence Uss Tulsa (Lcs-16).

Benché, a grandi linee, i dispiegamenti operativi dei Csg dell’U.S. Navy siano ampiamente previsti – e prevedibili – la tempistica fa pensare chiaramente a una risposta da parte di Washington alla decisione unilaterale cinese di richiedere l’identificazione per il passaggio nel Mar Cinese Meridionale. Una disposizione che ha in sé il valore di una richiesta di autorizzazione, diventando, pertanto, il primo vero atto da parte di Pechino sulla strada della nazionalizzazione di quello specchio d’acqua così importante per l’economia globale; qualcosa che, stante il crescente clima di tensione generato dalle azioni cinesi sempre più assertive, era nell’aria da tempo.

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