L’allarme rimbalza in contemporanea dal Regno Unito, Stati Uniti e Canada. Le operazioni di spionaggio da parte della Cina si fanno sempre più audaci e la loro invasività mette a rischio la tenuta del sistema democratico.
L’allerta più significativa arriva da Londra con la pubblicazione del report di 207 pagine stilato dall’Intelligence and security committee (Isc) che supervisiona le agenzie di intelligence Mi5, Mi6 e Gchq. L’analisi delle attività cinesi nel paese di Sua Maestà ha richiesto quattro anni per essere portata a termine, un tempo lungo forse necessario a superare le pressioni interne ed esterne volte ad evitare un deterioramento delle relazioni con il gigante asiatico. Il contenuto finale del report rimane comunque esplosivo e getta una luce ancora sempre più sinistra sulle manovre ostili di Pechino.
La Cina ha preso di mira “aggressivamente” ogni settore dell’economia britannica, dalle aziende al settore dell’energia, si legge nel rapporto, e Downing Street ha accettato soldi cinesi “senza fare troppe domande” mettendo a rischio la sicurezza nazionale. Il rimprovero è diretto non solo alla classe politica ma anche alle imprese, entrambe colpevoli di essere state troppo lente nel realizzare la minaccia e mettere in campo delle contromisure adeguate. Lo “scenario da incubo” prospettato dagli analisti guidati dal parlamentare conservatore Sir Julian Lewis è che senza azioni rapide e decisive Pechino possa entrare in controllo di infrastrutture nazionali strategiche. L’Isc definisce la Cina come determinata a diventare “un attore permanente” in particolare nel settore nucleare e sarebbe ingenuo pensare che dietro gli investimenti cinesi non ci sia la lunga mano del Partito Comunista. Questa considerazione porta l’Intelligence and security committee ad affermare che Pechino potrebbe prendere in ostaggio l’intero sistema elettrico del Regno Unito.
L’invasività dei cinesi nella società britannica, definita una minaccia esistenziale ai sistemi liberal democratici oltre che un pericolo per la sicurezza nazionale, non riguarda solo il mondo economico ma anche quello legato alle università, queste ultime accusate di aver chiuso un occhio sui soldi provenienti dal Paese del Dragone. A seguito delle restrizioni accademiche imposte negli Stati Uniti è aumentato infatti il numero dei cinesi che studiano nel Regno Unito – al momento sono più di 140mila – con la concreta possibilità che tra loro ci siano molti elementi impegnati in “attività di infiltrazione”. Per alcune università del Regno Unito un quarto delle entrate dipende già dalla Cina, 42 centri d’istruzione sono legati a istituzioni cinesi a loro volta connesse alla repressione degli uiguri, allo spionaggio e alla ricerca nucleare. 21 università avrebbero poi stretto partnership con enti cinesi classificati come “ad alto rischio”. Il mondo accademico viene considerato il ventre molle da colpire perché la proprietà intellettuale è per le spie straniere un obiettivo meno protetto rispetto a quanto avviene nel settore privato o in quello governativo. Il premier Rishi Sunak si è difeso dalle pesanti accuse contenute nel report dell’Isc dichiarando che le circostanze contestate nella relazione sono relative al 2020 e che nel frattempo il governo ha rafforzato le difese e puntato i piedi in più occasioni contro il presidente Xi Jinping.
Dall’altra parte dell’Atlantico, nelle stesse ore in cui apparivano le conclusioni del rapporto di Sir Lewis, trapelava la notizia della violazione delle email del segretario al commercio Usa Gina Raimondo e di altri funzionari del dipartimento di Stato. L’incursione attribuita ad hacker cinesi sarebbe avvenuta a giugno, lo stesso mese in cui Antony Blinken è stato nella capitale cinese, la prima visita a Pechino di un segretario di Stato in cinque anni. Il cyber attacco è stato definito meno esteso ma più mirato e sofisticato dell’operazione lanciata dai russi nel 2020 che attraverso l’utilizzo di un software avevano violato un più ampio numero di agenzie federali.
Le interferenze cinesi non hanno risparmiato neanche il grande vicino degli Stati Uniti. In Canada l’ex leader del Partito conservatore Erin O’Toole è stato informato dalle agenzie di sicurezza che il Partito Comunista cinese avrebbe pagato agenti nel Paese per sabotare la sua campagna elettorale del 2021 favorendo così la vittoria dell’attuale primo ministro Justin Trudeau. Commentando l’ingerenza politica, O’Toole ha dichiarato al Wall Street Journal che “stiamo vedendo solo la punta dell’iceberg”. La campagna di disinformazione che ha interessato il programma elettorale dei conservatori sarebbe avvenuta attraverso Wechat, il servizio di messaggistica istantanea cinese. Trudeau ha intanto annunciato di essere in contatto con l’opposizione per la formazione di una commissione d’inchiesta sulle intromissioni di Pechino.
È significativo che tre dei cinque paesi facenti parte del Five eyes, l’organizzazione di sorveglianza di cui fanno parte Usa, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, lancino all’unisono l’allarme rosso per le operazioni sempre più audaci delle spie di Xi Jinping. “La Cina ci guarda”, riassume la situazione il quotidiano britannico The Times mentre il ministro della difesa Ben Wallace prevede una Guerra fredda nel Pacifico entro il 2030. A ben vedere il nemico però potrebbe non essere così lontano ma già dentro casa.
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