La cantieristica nazionale è un disastro, la marina Usa compra navi da Giappone e Corea del Sud

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Gli Stati Uniti sono sulla soglia di una scelta epocale per quanto riguarda la cantieristica navale: affidarsi a Giappone e Corea del Sud per la costruzione delle navi da guerra da integrare nella U.S. Navy. Nel bilancio del Pentagono per il prossimo anno, compare infatti una richiesta di finanziamento di 1,85 miliardi di dollari che viene considerata non solo come uno studio di fattibilità, ma come un potenziale preludio a futuri acquisti di navi da guerra da cantieri navali alleati. Come riportato da USNI News, il Pentagono ha incaricato la U.S. Navy di valutare i cantieri navali e i progetti giapponesi e coreani per l’impiego nella flotta statunitense, con documenti di bilancio che specificano che i fondi saranno “suddivisi in due distinti studi e progetti di acquisizione, mirati al futuro parco navale di incrociatori/cacciatorpediniere e fregate”. Sempre USNI News ha riportato che il Pentagono sta valutando sia progetti navali stranieri sia la possibilità di costruire componenti in cantieri navali alleati, nell’ambito del suo sforzo per espandere la capacità di cantieristica della U.S. Navy.

Il problema principale è infatti sempre lo stesso: i cantieri navali statunitensi sono, da anni, in affanno e non riescono a produrre unità a un ritmo tale da soddisfare le necessità della marina statunitense. Il paragone numerico coi cantieri navali cinesi è impietoso: tra il 2020 e il 2025, la Repubblica Popolare Cinese ha probabilmente costruito tra le 50 e le 75 navi da guerra principali, tra cui cacciatorpediniere, fregate, corvette, sottomarini e navi d’assalto anfibie. Solo nel 2022, la marina cinese (PLAN – People’s Liberation Army Navy) ha preso in carico 10 navi da guerra e un sottomarino, per un totale di oltre 110mila tonnellate. Nel 2024, la flotta da guerra cinese è cresciuta fino a superare le 370 navi con proiezioni che arrivano a circa 430 entro il 2030. La superiorità cantieristica cinese deriva dal controllo statale diretto sui cantieri, che superano di oltre 200 volte la capacità degli Stati Uniti in termini di tonnellaggio.

Questo vantaggio numerico, tuttavia, non tiene conto del divario tecnologico tra Stati Uniti e Cina – che si sta colmando – ma soprattutto della maggiore esperienza della U.S. Navy rispetto alla PLAN, che solo oggi, per la prima volta nella sua breve storia, si affaccia sui mari profondi.

Tre decenni di scelte sbagliate

Passando ai cantieri navali USA, nello stesso arco temporale hanno costruito circa 30-40 navi da guerra con limitazioni dettate anche da costi elevati, oltre che dalla cronica carenza di manodopera specializzata. La U.S. Navy, forzatamente, ha dato priorità alle piattaforme avanzate, tra cui cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke (circa 10-12), sottomarini di classe Virginia (tra gli 8 e i 10), navi da assalto anfibio (3-5), e le defunte fregate di classe Constellation (1-2). Forse proprio il progetto Constellation, derivato dalle FREMM italiane, è quello che rappresenta meglio la condizione disastrosa della cantieristica navale statunitense: la U.S. Navy ha acquisito i diritti di un progetto ben rodato per una classe di fregate eccellenti, le FREMM, per stravolgerlo aumentandone vertiginosamente i costi e le tempistiche di produzione, arrivando al punto da essere costretta ad abbandonarlo.

Nel 2024 la flotta statunitense contava circa 290-292 navi da combattimento, in calo rispetto alle 296 del 2021, poiché le dismissioni avevano superato le nuove entrate.

Bisogna ricordare che a differenza della RPC, che si concentra sul volume, gli Stati Uniti enfatizzano la superiorità tecnologica, con navi progettate per la proiezione di potenza globale. Tuttavia, i colli di bottiglia cantieristici – solo una manciata di cantieri navali è in grado di costruire le principali unità da combattimento – ostacolano la crescita e questa situazione si è originata da almeno 3 decenni di scellerate politiche industriali. Col finire della Guerra Fredda, la maggior parte dei cantieri navali è stata dismessa o trasformata, e molto del personale altamente specializzato è andato perduto. Le decisioni sono state prese soprattutto per calcolo politico interno, come spesso avviene negli USA, e si sono così determinati scompensi in tutta la filiera produttiva al punto che la stessa manutenzione di routine sul naviglio già in servizio richiedeva tempistiche superiori rispetto al passato, proprio perché uno stesso cantiere doveva far fronte alla manutenzione ordinaria e alla costruzione di nuove unità allo stesso tempo.

Questa decisione ha avuto come conseguenza la riduzione delle capacità della U.S. Navy di proiettare la propria forza su scala globale e solo recentemente sono stati presi provvedimenti per rivitalizzare l’industria cantieristica statunitense. Quanto riferito riguardo la possibilità che gli USA possano acquistare navi da guerra prodotte in cantieri nipponici o sudcoreani – nella fattispecie Samsung, Hyunday, Mitsubishi, Kawasaki e Japan Marine United – sembra però essere una decisione temporanea, in attesa che i cantieri nazionali riprendano ritmi produttivi in grado di soddisfare le esigenze della U.S. Navy.

La marina statunitense, però, ha un programma ambizioso per i prossimi anni: dal 2026 al 2031 prevede di finanziare tra le 13 e le 19 navi da guerra ogni anno, con uno sforzo importante per le navi da sbarco (LSM) e uno altrettanto importante per i sottomarini nucleari da attacco e lanciamissili balistici. In questo sforzo, come sappiamo, sono presenti anche le prime tre nuove “navi da battaglia missilistiche” – o BBG(X) – il cui progetto è stato approvato e finanziato quest’anno a discapito di una nuova classe di cacciatorpediniere – i DDG(X) – che è stata cancellata per continuare nella produzione degli Arleigh Burke nella loro ultima versione, la Flight III, con 9 unità in totale nel medesimo arco temporale.