La bomba atomica porta all’olocausto o alla pace? Qualche ipotesi (non sempre allegra) per il futuro

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Difesa, Guerra /

La deterrenza nucleare può essere definita come la minaccia di ritorsione nucleare contro un avversario per un attacco agli interessi vitali di uno Stato, imponendo costi così elevati che supererebbero significativamente qualsiasi potenziale guadagno. La realtà delle armi atomiche, ovvero il loro potenziale distruttivo illimitato, presuppone il principio secondo cui le guerre nucleari non possono essere vinte.

La presenza, negli arsenali militari degli Stati, di armi nucleari ha però garantito un periodo di relativa pace durante la Guerra Fredda, in quanto la convinzione che uno scontro convenzionale diretto potesse facilmente degenerare in un conflitto atomico ha inibito la volontà di attaccare. Questo principio, denominato informalmente “equilibrio del terrore”, si basa sull’assunto della mutual assured destruction (o MAD), ovvero la consapevolezza che da un conflitto nucleare tutte le parti uscirebbero pesantemente distrutte, al punto da mettere a rischio la stessa sopravvivenza dell’umanità.

Questo, come sappiamo, non ha però impedito le “guerre per procura” o i conflitti generati in un contesto di contrapposizione da blocchi (sovietico/occidentale) in cui la soglia di scontro non è mai arrivata a raggiungere il nucleare nonostante le pesanti perdite in termini strategici e di risorse (uomini e mezzi).

Il ricorso alle armi nucleari però non è stato eliminato dalla dottrina militare degli Stati che le posseggono, ovvero esse non fungono solo da deterrente: Stati Uniti e Russia ritengono che si possa utilizzarle sul campo di battaglia in modo limitato, senza per forza arrivare a un’escalation generale. Per questo, ancora oggi, esistono le armi nucleari non strategiche (impropriamente dette tattiche), il cui utilizzo non solo viene postulato, ma anche preso in considerazione secondo casistiche ben precise: la risposta flessibile, con accezioni diverse, è considerata sia dalla NATO sia dalla Russia.

La superiorità nel numero degli armamenti nucleari è di secondaria importanza per quanto riguarda la deterrenza nucleare, poiché persino gli Stati con piccole forze nucleari possono incutere moderazione in quelli con forze nucleari più grandi, poiché basta che un esiguo numero di testate penetri le difese per causare livelli inaccettabili di danni. Inoltre, l’utilità politica e sul campo di battaglia delle armi nucleari, esclusivamente in uno scenario di guerra nucleare, è limitata. Secondo alcuni, è lo stesso rischio di scontro atomico, piuttosto che la consistenza dell’arsenale nucleare, a generare deterrenza, e probabilmente non sbagliano.

Se l’Ucraina avesse ancora avuto quella parte di arsenale atomico ereditata dall’URSS, invece di barattarla con assicurazioni sulla sua indipendenza, autonomia e sovranità come da memorandum di Budapest del 1994, molto probabilmente la Russia si sarebbe astenuta dall’invaderla quel 24 febbraio del 2022. Quest’ultima considerazione può essere presa e ribaltata nel senso: la Russia ha attaccato l’Ucraina proprio perché quest’ultima non possedeva (più) armi nucleari e in quel momento non faceva parte di un partenariato o alleanza che poteva utilizzarle per difenderla.

Questo assunto, innegabile, dovrebbe far rivedere tutte le politiche di deterrenza e di non proliferazione attuali.

In un certo senso Mosca, quel 24 febbraio, ha scoperchiato un vaso di Pandora i cui effetti vedremo nel medio/lungo termine ma che già si possono osservare in embrione: la Cina, ad esempio, sta velocizzando il suo programma di riarmo atomico nella convinzione che avere un arsenale consistente la metta al riparo da avversari regionali e globali, e molto probabilmente, nel prossimo futuro, rivedrà la sua dottrina di no first use, adeguandosi quindi a quelle di Stati Uniti e Russia, che prevedono di fare ricorso ad armi atomiche per primi in caso di estrema necessità.

La Corea del Nord, come sappiamo, da tempo ha riavviato il suo programma nucleare e missilistico forte della convinzione che avere un adeguato e moderno arsenale atomico sia una polizza di assicurazione per la sopravvivenza dell’attuale regime governativo retto dalla famiglia Kim: la caduta di Gheddafi, in Libia, qualche anno dopo la sua rinuncia ufficiale al nucleare, ha fatto scuola.

Un conto, però, è non avere armi atomiche, un altro è averne anche poche, come detto. Il possesso di un arsenale nucleare, anche piccolo, pone al riparo da operazioni militari convenzionali di ampio respiro nel caso in cui esse siano possedute da entrambi gli avversari. Un caso emblematico in tal senso si è osservato quando le forze pakistane hanno attraversato la Linea di Controllo nel Kashmir conteso con l’India nel 1999 (comunemente nota come guerra del Kargil). Invece di scatenare una guerra totale, l’India si è astenuta dal reagire con la forza nucleare nonostante il suo vantaggio sul Pakistan. Contemporaneamente, mentre il Pakistan possedeva anche la capacità di reagire in modo credibile con la forza nucleare, la guerra del Kargil alla fine si è attenuata e si è ottenuto un ritorno alla stabilità di crisi.

La chiave di lettura è, ancora una volta, il bilanciamento regionale delle forze: se l’Iran raggiungesse la soglia nucleare, molto probabilmente si raggiungerebbe la stabilità nella regione mediorientale in quanto è noto che Israele possiede armi atomiche, e altri attori regionali (Turchia e Arabia Saudita) hanno “sponsor” o alleati che le posseggono.

Esiste però un fattore che spariglia le carte in tavola, benché sia ancora tutto da dimostrare (per fortuna): le capacità ABM (Anti Ballistic Missile). Storicamente, l’uscita degli Stati Uniti dal Trattato ABM nel 2001 ha innescato la ricerca da parte della Russia di nuovi sistemi in grado di, possibilmente, superare lo “scudo” missilistico USA, generando a sua volta la risposta statunitense nel programma di modernizzazione della triade nucleare e una corsa all’ipersonico. Del resto, lo abbiamo detto, basta una piccola manciata di testate per generare danni inaccettabili. Per quanto riguarda Mosca a essere messa a rischio era l’unica efficace capacità di deterrenza rimasta alla Russia, stante la palese (e perdurante tutt’ora) inferiorità delle forze convenzionali rispetto a quelle statunitensi.

Bisogna anche considerare che, nel mondo di oggi in cui nuovi (e vecchi) attori regionali ostili possiedono un arsenale atomico in espansione, il rischio principale – per gli USA ad esempio – è quello di trovarsi ad affrontare due o tre avversari contemporaneamente, per cui l’arsenale nucleare potrebbe perdere la sua capacità di deterrenza comprensiva di un second strike per via dell’adesione ai trattati sul disarmo atomico.

La tentazione è quindi quella di aumentare il numero delle testate disponibili (e dei relativi vettori), ma una mossa del genere sarebbe probabilmente inefficace e controproducente: la risposta di Russia e Cina (nonché della Corea del Nord) potrebbe semplicemente essere quella di adeguarsi all’aumento degli Stati Uniti, con relativi cambiamenti di dottrina di impiego, stabilendo così un circolo vizioso da cui è difficile uscire non essendoci gli stessi presupposti che c’erano durante la Guerra Fredda.

Una risposta qualitativa piuttosto che quantitativa potrebbe essere più efficace, consentendo anche di mantenere un’alta posizione etica mostrandosi come attori responsabili. In altre parole occorrerebbe aumentare la precisione e la capacità di eludere le difese dei vettori nucleari, ma questo non elimina l’assunto iniziale della nostra analisi: finché le armi nucleari saranno appannaggio di pochi, vista la loro capacità di deterrenza (che abbiamo visto avere un’altra faccia della medaglia), sempre più saranno quelli che le vorranno, e se anche si giungesse al disarmo atomico completo a livello globale, la minaccia della guerra, stavolta convenzionale, non scomparirebbe, anzi molti Paesi sarebbero incentivati ad attaccare proprio per la mancanza della possibilità di venire annichiliti da un contrattacco atomico.