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Ci siamo appassionati alle loro cause sul piccolo e grande schermo. Come dimenticare infatti pellicole da antologia come A Few Good Men (Codice d’onore nella versione Italiana), dove un ottimo Tom Cruise nei panni di un giovanissimo avvocato della Marina impegnato a guerreggiare in un aula di tribunale con un fanatico comandante dei Marines interpretato da un ipnotico Jack Nicholson. O come scordare la fortunata serie televisiva Avvocati in divisa prodotta da Donald P. Bellisario, dove il mitico Harmon “Harm” Rabb ci porta nelle più delicate inchieste che potrebbero chiamare in causa uomo o una donna del JAG: acronimo di Judge Advocate General’s Corps.

Perché non c’è finzione in molte delle delicatissime condizioni che richiedono l’intervento di un avvocato in divisa quanto si è costretti a ricorrere alla Corte Marziale. E nei recenti teatri di scontro, una delle più scabrose questioni che hanno chiamato in causa come parte del collegio della difese e dell’accusa gli avvocati del JAG, e quella delle “vittime collaterali”. Un macchia indelebile sulla condotta di molte operazioni che si sono svolte in Iraq e in Afganistan. Sopratutto da quando l’impiego dei droni armati, è diventato estremamente frequente per eseguire attraverso il pilotaggio remoto quelle che vengono definite “dull, dirty and dangerous missions”. O detto in parole nostre: “noiose, sporche e pericolose”. A questo, si potrebbero aggiungere casi ulteriormente “scabrosi”, come le “stragi di civili” avvenute in circostanze ancora poco chiare – viene da pensare, oltre alla recentissima e già dimenticata vicenda di Bucha, alla così detta “strage di Al-Haditha“, quando per ritorsione dopo un attentato subito da un convoglio di Humvee, una compagnia di marines di stanza in Iraq massacrò a colpi di fucili d’assalto due famiglie di civili che si erano rifugiate in alcune case lungo la strada che era stata minata in precedenza. La storia viene riportata minuziosamente nel reportage-inchiesta di William Langewiesche (edito da Adelphi, 2005).

Ne ha scritto diffusamente e recentemente Todd Huntley, ex avvocato in divisa a lungo impegnato nel seguire le vicende che hanno riguardato il SOCOM, Special Operations Command al quale fanno capo anche i famigerati Navy Seal – di recente anch’essi finiti al centro di uno scandalo per l’uccisione di quello che, secondo le desuete convenzioni di guerra ratificate a Ginevra, doveva essere considerato protetto dallo status di prigioniero di guerra. Il JAG viene infatti impiegato soltanto negli atti processuali, ma anche come “supervisore” nelle operazioni che hanno un alto rischio di vittime collaterali, come ad esempio si può notare nella trasposizione cinematografica che viene usata come spunto dallo stesso Huntley: Eye in the Sky, film concentrato sulle operazioni “hunting-killer” condotte dai droni armati nel teatro del Medio Oriente.

“.. c’è una ragazza appena fuori dall’edificio che rischia di essere uccisa o ferita [dallo strike condotta da un drone armato MQ-9 su due kamikaze in un appartamento]. Il comandante chiama il suo giudice avvocato generale che le dice che, sulla base del probabile danno collaterale, lo strike deve essere approvato da qualcuno più in alto nella catena di comando”.  Questa procedura secondo Huntley è estremamente veritiera ed esempio dell’impiego operativo degli avvocati in divisa all’esterno delle aule dei tribunali militari come siamo soliti immaginarli, e chiarifica in quale modo quale ruolo possano svolgere nelle operazioni militari di combattimento che richiedono o possono richiedere delucidazioni in tempo reale sulle leggi sui conflitti armati e sulle regole di ingaggio che sono previste sul campo di battaglia.

Ecco dunque come il lavoro del Judge Advocate General Corps si svela essere molto più interessate nelle sue funzioni espanse, rispetto alla più note questioni legali che coinvolgono la Us Navy, lo Us Army, la US Air Force e lo USMC Corps per violazioni rispetto a quanto dettato dal Codice uniforme di giustizia militare (UCMJ), spaziando dalla difensa all’accusa in una corte marziale riguardo a casi più gravi, come l’omicidio, le violenze sessuali, o il rifiuto di eseguire un ordine in azione, o più meno gravi, come svolgere una rappresentanza nel caso di una denuncia nella condotta irregolare di un ufficiale superiore o di un subordinato, e via dicendo. Il personale del JAG è infatti addestrato a conoscere in maniera più che approfondita la giustizia militare e il diritto civile. E può provenire sia dalle Forze armate, dove può aver svolto altri tipi di servizio, compreso quello operativo, sia dalle apposite scuole di formazione non dissimili da una facoltà di legge. Si portino ad esempio la Naval Justice School per la Marina e la Judge Advocate General’s Legal Center and School per l’Esercito. 

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