La vendita di Iveco al gruppo indiano Tata Motors del 2025 non va letta come una normale operazione di mercato. Va letta, più correttamente, dentro le categorie della guerra economica e dell’intelligence economica, cioè dentro quel terreno in cui la competizione internazionale non si combatte con i carri armati ma con acquisizioni, scorpori, controllo delle filiere, conquista di tecnologie, spostamento di capacità produttive e ridefinizione dei rapporti di forza industriali. L’operazione annunciata nel luglio 2025 prevede infatti il passaggio delle attività civili di Iveco a Tata per 3,8 miliardi di euro, mentre Iveco Defence viene ceduta separatamente a Leonardo per 1,7 miliardi. Questa architettura dimostra già di per sé un fatto essenziale: il problema non era soltanto industriale, ma strategico.
La guerra economica
Dal punto di vista della guerra economica, il caso Iveco mostra una dinamica classica: un attore straniero individua in un gruppo italiano un valore che il sistema nazionale non è stato in grado di trattenere dentro una propria strategia di potenza. Tata non compra soltanto un marchio. Compra capacità produttiva europea, reti commerciali, presenza industriale, competenze ingegneristiche e massa critica in un settore, quello dei veicoli pesanti e commerciali, che ha un evidente valore duale, civile e strategico. In questo senso non siamo davanti a una semplice fusione, ma a una riallocazione di potenza industriale. 
Il punto decisivo è proprio questo carattere duale. In teoria si potrebbe dire: la parte militare è rimasta in Italia attraverso Leonardo, dunque il danno è stato limitato. Ma è una consolazione parziale. Nella realtà contemporanea la distinzione netta tra civile e militare è sempre meno convincente. Camion, logistica, componentistica, motorizzazioni, elettronica di bordo, manutenzione, supply chain: tutto questo costituisce una base industriale che alimenta anche la capacità strategica di un Paese. Quando perdi il cuore civile di una filiera, indebolisci inevitabilmente anche la robustezza di lungo periodo del suo segmento militare. Leonardo stessa ha spiegato che l’acquisizione di Iveco Defence serve a rafforzare il proprio posizionamento nella difesa terrestre europea e a integrare veicoli e sistemi elettronici. Questo conferma che il valore non sta nel singolo asset isolato, ma nell’ecosistema industriale.
Entra in scena l’intelligence economica
Qui entra in scena l’intelligence economica. Se prendiamo sul serio questa categoria, il problema non è soltanto sapere in anticipo chi compra e chi vende. Il problema è capire se uno Stato sa proteggere i propri asset strategici, anticipare le vulnerabilità, coordinare capitali pubblici e privati, orientare la politica industriale, impedire che la pressione del mercato smonti pezzo per pezzo ciò che dovrebbe invece essere trattato come infrastruttura di sovranità. Nel caso Iveco, l’Italia ha reagito, ma lo ha fatto in modo difensivo: ha cercato di mettere in sicurezza il comparto più sensibile, quello militare, senza riuscire a preservare l’unità strategica dell’intero gruppo. Questo è esattamente il segno di una intelligence economica incompleta: non offensiva, non sistemica, ma limitata alla gestione del danno.
Da questo punto di vista il paragone con Piaggio Aerospace non è del tutto forzato. I due casi non coincidono, perché qui la parte della difesa è stata trattenuta in ambito nazionale, mentre lì il trasferimento del controllo estero è stato più diretto. Tuttavia la logica di fondo è simile: l’Italia non governa più integralmente le proprie filiere strategiche, ma interviene quando la crisi è già matura, separa i segmenti, mette in salvo quello più delicato e accetta che il resto venga assorbito altrove. È una forma di arretramento ordinato, non una strategia di potenza.
Per questo sì, il caso Iveco è pienamente leggibile con le categorie della guerra economica e dell’intelligence economica. Non perché vi sia necessariamente un complotto, ma perché oggi la guerra economica passa proprio da qui: dalla capacità di comprare ciò che altri non sanno più difendere, di integrare ciò che altri separano, di trasformare un asset industriale nazionale in una leva di potenza per un altro sistema paese. L’Italia ha evitato una sconfitta totale sul piano militare, ma ha confermato una debolezza strutturale sul piano geoeconomico: non riesce più a tenere insieme industria, sovranità e interesse nazionale