L’Italia e Germania stanno ponendo una base industriale per difesa europea. È quanto riporta un articolo pubblicato su The National Interest dedicato ala cooperazione italo-tedesca che, secondo l’autore Paolo Messa e Valbona Zanelli va considerato come un “passo fondamentale verso la costruzione di una base industriale di difesa europea unificata“.
Secondo gli autori dell’articolo, il propellente di questa intesa complessa, è stato senza dubbio “l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia”. L’aggressione militare che è sfociata in un conflitto convenzionale – per quanto sia ormai a tutti ben noto come in Ucraina fosse in corso da anni un conflitto portata avanti con il sostegno di agenti esterni – ha rappresentato un “campanello d’allarme sulla necessità di rivalutare l’attuale approccio europeo alla sicurezza collettiva e di evidenziare le vulnerabilità nei suoi meccanismi di difesa”.
È molto probabile che la nuova amministrazione Trump, che si insedierà alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio, confermi la richiesta già avanza in passato ai membri dell’Alleanza Atlantica di “assumersi maggiori responsabilità in materia di difesa” e di rispettare il patto di investire il 2% del PIL nel comporto difesa. Sopratutto ora che l’Europa è alla presa come le “crescenti tensioni globali” che stanno assistendo non solo alla deflagrazione di continuati e nuovi conflitti nell’aerea del Mediterraneo Allargato, ma anche a una serie di azioni che, attraverso la propaganda, la disinformazione, il sabotaggio e la guerra di intelligence stanno pian piano assumendo l’entità di una diffusa operazione di guerra ibrida in tutto il Vecchio Continente.
La collaborazione citata da Messa e dalla Zanelli non sarebbe “solo un importante sforzo industriale” ma una “necessità strategica per l’Unione Europea”, atta a “consolidare e rafforzare le capacità militari europee per una forte posizione di difesa e per affermare la propria credibilità nelle relazioni transatlantiche in evoluzione, rafforzando l’efficacia complessiva della NATO“, scrivono i due membri dell’Atlantic Council’s Europe Center. Ma di cosa si tratta, nel dettaglio?
L’Italia e la Germania sono già partner del programma F-35, il Joint Strike Fighter che equipaggia le principali potenza del rinnovato blocco occidentale e dei suoi partner, garantendo una piattaforma di ultima generazione nel dominio aereo, ma sarebbero le recenti joint venture tra l’italiana Leonardo e la tedesca Rheinmetall nello sviluppo di carri armati di nuova generazione e veicoli da combattimento per la fanteria, nel campo del dominio terrestre, e la collaborazione tra ThyssenKrupp Marine Systems e Fincantieri, nello sviluppo di sottomarini convenzionali e sistemi di difesa subacquea essenziali a dominio marittimo, a segnare un passo di svolta verso l’idea di una “Difesa europea” che, almeno a livelli di produzione, integrazione nelle catene di fornitura della NATO, e minimizzazione di dualità di progetti, potrebbe concretizzarsi.
Ciò contribuirebbe, oltre al miglioramento della Difesa di entrambe le nazioni, a ridurre quella che viene descritta come “la frammentazione e l’inefficienza, facilitando una cooperazione più profonda con altri alleati, in particolare quelli dell’Europa orientale, e migliorando la prontezza e l’efficacia della NATO”, prosegue l’articolo.
L’obiettivo finale di Roma e Berlino è quello di “investire di più e in modo più strategico nelle nuove tecnologie, evitando duplicazioni e sfruttando una standardizzazione importante delle armi”, dimostrando quel citato pragmatismo che dovrebbe aver anticipato, almeno nei primi, il ritorno di Donal Trump alla Casa Bianca. Dimostrando il proprio “impegno per la difesa, una questione che va oltre i bilanci per includere capacità industriale e coerenza strategica“.
Una decisone che potrebbe essere seguita dagli altri partner europei della NATO, che, tralasciando il delicato campo dell’Intelligence – che dovrà sempre essere separata e solo “coordinata” o condivisa negli ambiti necessari – dovrebbe giungere prima o dopo alla conclusione che sviluppare, produrre, acquisire e schierare i medesimi armamenti potrebbe rappresentare un vantaggio strategico importante nel confronto globale sempre più polarizzato su tre posizioni ben note che vede l’Europa accerchiata da interessi e nuove ambizioni.

