Italia anni Cinquanta, la nostra Marina progetta il missile balistico Alfa

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Difesa /

Il recente progetto di riarmo europeo, definito non già come la nascita di un esercito dell’Unione Europea ma la messa a sistema delle industrie e del sistema di procurement, ci consiglia di dare uno sguardo al passato nazionale per capire quali potrebbero essere le scelte strategiche del futuro, data l’insicurezza diffusa sull’impegno statunitense nella difesa dell’Europa determinatasi dalla nuove politiche trumpiane.

Vi abbiamo già raccontato, ad esempio, di quando l’Italia voleva dotarsi di sottomarini a propulsione nucleare, e oggi – non a caso – la Marina Militare ha avviato uno studio di fattibilità per potersi dotare di tali strumenti insieme a cacciatorpediniere con la stessa propulsione, grazie a nuovi reattori più compatti e performanti.

Eravamo alla fine degli anni Cinquanta, e nello stesso periodo, proprio per aver intrapreso questi progetti, la Marina stava pensando di dotarsi di un proprio deterrente strategico fatto di missili balistici: come sappiamo, l’idea dello Stato Maggiore Marina era quella di acquisire missili MRBM (Medium Range Ballistic Missile) “Polaris”, e a tal fine erano stati presi contatti con la Marina USA (e, probabilmente, anche ai massimi livelli politici) per poterne ottenere un certo quantitativo.

Varie considerazioni politiche statunitensi (e alleate), fecero sfumare questa possibilità e le unità che avrebbero dovuto lanciarli – l’incrociatore “Giuseppe Garibaldi” e il “Vittorio Veneto” – benché più o meno largamente modificati (o direttamente impostati come nel caso del “Vittorio Veneto”) non li videro mai entrare in servizio.

Il missile nazionale

Nonostante questo, però, la Marina non rinunciò a ottenere un proprio deterrente e puntò su un missile di produzione nazionale, denominato “Alfa”, che se costruito ed entrato in linea, sarebbe stato il possibile vettore di una testata nucleare italiana.

Intorno ai primi anni Sessanta, la MM autonomamente cominciò a progettare e costruire un vettore IRBM (Intermediate Range Ballistic Missile), con la convinzione – e la speranza – che avrebbe portato con sé ricadute di tipo industriale nel settore aerospaziale civile.

Erano gli anni in cui l’Italia era diventata una potenza spaziale grazie al “Progetto San Marco”: un programma bilaterale che vide impegnato il nostro Paese con gli Stati Uniti per effettuare ricerca scientifica e sperimentazione nello spazio, attivo tra il 1962 ed il 1980. Al largo del Kenya vennero costruite due piattaforme di controllo e di lancio (la “Santa Rita” e la “San Marco”) utilizzate dal nostro Paese per effettuare 4 lanci (uno venne annullato e il primo fu effettuato da Wallops Island, negli USA) del “Progetto San Marco” utilizzando il vettore “Scout” messo a disposizione dalla NASA.

La nostra missilistica era comunque agli albori, e la Marina decise, per le difficoltà di tipo politico ed economico, di coinvolgere nel progetto per il suo IRBM anche le altre Forze Armate tramite il Comitato Tecnico Scientifico della Difesa. Così, nel 1971, nacque un apposito gruppo di lavoro interforze (il GRS – Gruppo di Realizzazione Speciale), al quale fu affidata la realizzazione del progetto. La progettazione del missile “Alfa” venne presa in carico da Aeritalia (ora Alenia Spazio) come capocommessa, Selenia (oggi Selex) e Sistel per i sistemi di guida e controllo, mentre SNIA-BPD (oggi Avio) si sarebbe occupata dei motori. Il progetto, che fu reso possibile anche grazie al trasferimento di know-how statunitense molto probabilmente, era per un missile a due stadi interamente a propulsione solida, lanciabile sia da unità navali di superficie sia da sottomarini, dotato di un singolo motore per ogni stadio (a quattro ugelli) e con una gittata massima intorno ai 4500 km, poi ridotta a 1600. Presso lo stabilimento SNIA di Colleferro (ancora oggi sede di Avio), tra dicembre 1971 e luglio 1973 vennero effettuate varie prove su due modelli in scala ridotta del motore, a cui ne seguirono altre, svolte tra dicembre 1973 e febbraio 1975, nel poligono della Marina a La Spezia di alcuni prototipi di propulsore in scala 1 a 1.

Nel frattempo veniva progettato il corpo del missile, che come si può osservare dai disegni che ci sono pervenuti, ha preso un’importante ispirazione dal “Polaris” grazie ai test e alle conoscenze acquisite dalla Marina Militare durante le prove di imbarco sul “Garibaldi”.

Le competenze che non abbiamo perduto

Il missile “Alfa” raggiunse la fase di prototipo e l’8 settembre 1975 venne effettuato il suo primo lancio coronato da successo dal poligono di Salto di Quirra (Nuoro), seguito da almeno altri due il 23 ottobre 1975 e il 6 aprile 1976.

La fine di questa esperienza venne determinata dalla firma, da parte italiana, del Trattato di Non Proliferazione nucleare (NPT Treaty) nel 1975: un missile che doveva esprimere un deterrente strategico nazionale non aveva più senso di esistere data la rinuncia alla fabbricazione di testate nucleari, che avrebbero potuto facilmente essere prodotte dal CAMEN (Centro per le Applicazioni Militari dell’Energia Nucleare). Le competenze acquisite nel campo missilistico non sono però andate perdute: oggi Avio, anche grazie a quella ricerca che per noi è stata assolutamente pionieristica, è diventata un’azienda leader nel settore dei vettori spaziali, al punto che si candida a essere la prima società europea a costruire un razzo completamente riutilizzabile.