Taiwan, contro la Cina il modello Israele: tecnologie, scudi antiaerei e mobilitazione civile

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Boaz Toporovsky è tornato a Taiwan il 5 maggio con una delegazione interpartitica della Knesset, di cui faceva parte anche l’ex presidente del Parlamento Mickey Levy. Già criticato da Pechino per una precedente visita all’isola a settembre, il deputato ha attirato di nuovo le ire dell’Ambasciata cinese in Israele: i parlamentari «non possono oltrepassare le linee rosse sulla questione di Taiwan senza pagarne le conseguenze», ha ribadito un portavoce, indicando che la visita «ha minato seriamente le fondamenta politiche delle relazioni sino-israeliane». Infrangere “linee” sembra ormai una prassi per Tel Aviv, più sorprendente è che tale trasgressione abbia interessato la dialettica Pechino-Taipei, anche se è alquanto evidente che il nuovo slancio di Tel Aviv verso Taiwan discende dai rapporti Cina-Iran, che in questo momento irritano più che mai la leadership israeliana.

A seguito della visita di maggio della delegazione, il presidente taiwanese Lai Ching-te ha definito il Paese un «modello di resilienza nazionale», soprattutto per quanto riguarda l’aspetto militare. Difatti, mentre Pechino ha aumentato le esercitazioni nello Stretto come ferma risposta alla visita del 2022 di Nancy Pelosi all’isola contesa, il dibattito di Taipei sulla sicurezza si è focalizzato sulla costruzione di una strategia di difesa più ampia. Il paragone con Israele è diventato esplicito già a ottobre scorso, quando Lai Ching-te ha annunciato la creazione di un nuovo scudo aereo chiamato T-Dome, ispirato all’Iron Dome israeliano. Tre settimane dopo, durante la visita dell’AIPAC a Taiwan, Lai ha evocato la metafora di «Davide contro Golia» a proposito del rafforzamento della capacità di autodifesa dell’isola. Un incontro “eccezionale” — il primo della lobby ebraica USA a Taipei —, a cui è seguito lo sblocco di un pacchetto di 330 milioni di dollari in armi a Taiwan, il primo da parte dell’amministrazione Trump. 

Ma per Taipei è anche esemplare come Tel Aviv sia riuscita a integrare tecnologia, sicurezza nazionale, mobilitazione civile e rapidità di risposta alle emergenze. La direzione appare chiara: Taiwan non punta a competere frontalmente con la superpotenza cinese, ma a costruire una deterrenza sufficientemente sofisticata da scoraggiare un’ipotetica “aggressione”. Tre giorni dopo la visita israeliana di maggio a Taipei, il Parlamento taiwanese ha approvato una norma che prevede l’acquisto di armamenti statunitensi per circa 25 miliardi di dollari. La presidenza aveva chiesto uno stanziamento molto più ampio, ma l’opposizione controllata dal Kuomitang (KMT) ha frenato, fedele all’idea che la sicurezza dell’isola passi per un rapporto non conflittuale con Pechino.

Cybersecurity e tecnologie dual use

Ma se le divisioni interne di Taiwan rappresentano per la Cina uno spazio di influenza crescente — soprattutto attraverso il dialogo con il KMT e l’ampliamento della propria penetrazione nel tessuto sociale dell’isola — a irritare maggiormente Pechino è il consolidamento internazionale di Taipei. Ogni visita ufficiale viene interpretata come un indebolimento del principio dell’“Unica Cina”, punto fondamentale della politica estera di Pechino. La preoccupazione aumenta soprattutto quando questi rapporti coinvolgono Paesi percepiti come vicini al sistema strategico occidentale. Emblematica, in tal senso, è stata la visita del viceministro degli Esteri taiwanese François Wu, che a dicembre scorso si è recato a Tel Aviv per un incontro a porte chiuse i cui dettagli non sono mai stati resi pubblici.

Taiwan e Israele stanno di fatto rafforzando la cooperazione: dalla cybersecurity all’intelligenza artificiale fino alla proprietà intellettuale e alle tecnologie dual use. Per Taipei — che produce oltre il 50% dei semiconduttori avanzati mondiali —questo legame assume un valore strategico crescente. In gioco non c’è soltanto la sicurezza dell’isola, ma anche la capacità di restare indispensabile in un momento di particolare tensione internazionale. Con lo scontro tra Israele-Usa e Iran sullo sfondo — e il meeting fra i ministri degli Esteri iraniano e cinese del 5 maggio — nel suo incontro con Trump, Xi ha tenuto a ribadire che «la questione di Taiwan è la più importante nelle relazioni sino-americane». Prima di partire per Pechino, il presidente USA aveva inoltre dichiarato che avrebbe discusso con Xi Jinping in persona della vendita di armi a Taipei, rendendo la questione taiwanese un tema potenzialmente negoziabile in base all’andamento dei rapporti Washington-Pechino.

Da parte sua, Israele, pur rafforzando i legami con l’isola, cerca di evitare rotture con la Repubblica Popolare. Infatti, non riconosce la sovranità di Taiwan e mantiene rapporti economici rilevanti con la Cina, di cui rimane uno dei tre principali partner commerciali. In questa ambiguità strategica, la convergenza sempre più evidente fra Taipei e Tel Aviv va letta oltre la mera cooperazione bilaterale. In un sistema internazionale sempre più frammentato, le attuali leadership di Taiwan e Israele sembrano riconoscersi nello stesso destino: la sopravvivenza dietro la trincea della guerra preventiva.