Islanda, fine del pacifismo: l’isola ripensa alla sicurezza e si riavvicina alla Ue

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In Islanda, sentire il rumore di caccia militari che solcano il cielo o plotoni marciare per le strade è impossibile. Non esistono né soldati né caserme: un’eccezione che rende l’isola l’unico Paese Nato a non avere un esercito nazionale permanente. Per decenni, la difesa dello Stato è stata affidata ai circa 250 membri della Guardia Costiera e agli alleati, in particolare gli Stati Uniti, con cui intrattiene rapporti ufficiali fin dal 1951. Secondo un sondaggio di Gallup, condotto nella primavera del 2025, il 72% della popolazione del territorio si dice soddisfatta di questa situazione e non vorrebbe l’istituzione di forze armate. A confermarlo è stata anche la stessa Prima Ministra islandese Kristrún Frostadóttir, che, all’Arctic Circle Assembly a Reykjavík, ha dichiarato: “Non credo che vedrò mai un esercito islandese nella mia vita”. E se forse il Paese non è ancora pronto per un cambiamento così radicale, quello che è certo è che il suo tradizionale pacifismo è in pericolo. Le mire espansionistiche nell’Artico, diventata una zona sempre più contesa tra le principali potenze mondiali, a causa dello scioglimento dei ghiacciai che ha aperto nuove rotte commerciali e riportato alla luce risorse finora inaccessibili, stanno costringendo il Paese a rivalutare la sua sicurezza.

Passato e presente

L’importanza strategica dell’Islanda emerse per la prima volta durante la seconda guerra mondiale. Nel 1940, con la Danimarca caduta sotto il dominio tedesco, le potenze alleate temevano un’ulteriore espansione nell’area, che avrebbe portato a un vantaggio militare decisivo per la Germania. Poche settimane dopo la Gran Bretagna occupò così l’isola, violando la sua neutralità. Fu lo stesso Winston Churchill a commentare l’importanza del territorio in uno dei suoi scritti: “Chiunque possieda l’Islanda, tiene una pistola puntata contro Regno Unito, America e Canada”.

Solo un anno più tardi, gli statunitensi sostituirono gli inglesi, restando sull’isola fino alla fine del conflitto, per poi tornare nel 1951, dopo la sigla di un accordo di difesa. L’insediamento nel Paese, in particolare nella base di Keflavik, rappresentò una svolta cruciale contro la Russia nel periodo della Guerra Fredda. A cavallo tra i due emisferi, avere il controllo della stazione significava poter controllare, ed eventualmente intercettare, le attività navali e aeree sovietiche.

Nel 2006, gli americani, impegnati su altri fronti, si ritirarono nuovamente ma la cooperazione tra i due Paesi prosegue ancora oggi e la base di Keflavík continua a svolgere un ruolo strategico di primo piano, ospitando regolarmente esercitazioni delle forze Nato.

Il nuovo assetto geopolitico e la strategia dell’Islanda

Le aspirazioni dell’attuale inquilino della Casa Bianca Donald Trump sulla Groenlandia non sono di certo una novità. Nonostante alla Conferenza di Davos, in Svizzera, il presidente americano abbia espresso il suo rifiuto a utilizzare la forza per “conquistare” il territorio – formalmente sotto la sovranità della Danimarca – l’intento nell’accaparrarsi l’accordo più favorevole non cesserà altrettanto in fretta.

La regione geografica dove si trova l’isola più grande al mondo – ovvero il Circolo Polare Artico – sta diventando centrale sia sul piano strategico che economico. Chi controlla l’Artico, controlla nuove rotte marittime sempre più trafficate e risorse naturali che, grazie al surriscaldamento globale, stanno emergendo in superficie.

L’attenzione di Russia e Cina verso la zona rende ancora più imminente il bisogno di piantare la bandiera per primi. E se la Groenlandia è la tappa iniziale di questa partita geopolitica, chi ci dice che sarà anche l’ultima? L’Islanda potrebbe presto diventare un secondo terreno di scontro, per via della sua vicinanza all’area. E se a minacciarla saranno proprio i suoi alleati storici, come riuscirà a difendersi?

Il governo islandese non sembra ancora aver trovato una risposta definitiva ma il riavvicinamento all’Unione Europea rappresenterebbe il primo passo in questa direzione. In caso di tensioni in casa Nato, la compattezza europea potrebbe trasformarsi in un’ancora di salvezza. In passato l’Islanda aveva già tentato di entrare ma senza successo. Dopo aver avanzato richiesta per diventare un Paese membro a tutti gli effetti nel 2009, nel 2015 ha ritirato la sua candidatura. Punto di scontro: il Common Fisheries Policy, un accordo che imponeva restrizioni alla pesca locale, una delle principali fonti di sostentamento nazionale.

Oggi la questione torna al centro del dibattito. Con la visita della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, avvenuta lo scorso luglio e dedicata anche ai temi della difesa e della sicurezza, il governo islandese sembra intenzionato ad accelerare i tempi. La ministra degli Esteri, Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, ha annunciato la volontà di presentare una risoluzione parlamentare per indire un referendum sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Ue. L’obiettivo è arrivare al voto entro il 2027. I sondaggi indicano un orientamento favorevole all’accordo, ma solo un “Sì” definitivo alle urne potrà chiarire la direzione futura del Paese.