Tra Usa e Iran le correnti ascensionali dei negoziati si mescolano con gelidi venti di guerra creando una crescente confusione sul piano politico, diplomatico, militare, strategico.
I due nuovi round di trattative in Oman e Svizzera hanno prodotto risultati definiti “costruttivi” da entrambe le parti, ma la realtà è che né Washington né Teheran sembrano avere le idee chiare su quale deve essere il punto di caduta dei negoziati. E al contempo gli Usa rafforzano lo schieramento militare in Medio Oriente: il presidente Donald Trump sta plasmando il più imponente apparato aeronavale mai visto nella regione dall’invasione dell’Iraq nel 2003, con il gruppo d’attacco della portaerei Uss “Abraham Lincoln” destinato a essere raggiunto da quello della “Gerald Ford” reduce dell’operazione-Venezuela e, in prospettiva, anche dalla “George H. W. Bush”. I canali Osint parlano di un flusso crescente di aerocisterne, mezzi da ricognizione, caccia da attacco e superiorità aerea dal continente americano e dall’Europa verso il teatro di operazione.
Come si consolida lo schieramento militare Usa
Molti Paesi, da ultimo il Regno Unito con l’hub di Diego Garcia nell’Oceano Indiano, hanno detto che non garantiranno a Washington l’uso delle basi per eventuali attacchi contro l’Iran. Il ponte aereo americano, più intenso di quello che preparò l’operazione Midnight Hammer contro i siti nucleari a giugno nel pieno della guerra dei dodici giorni tra Iran e Israele, si sta riversando usando altre sponde. Ad esempio, le aerocisterne KC-135 usano l’aeroporto della capitale bulgara Sofia come tappa intermedia. Il trittico F-16, F-22, F-35 è in crescente posizionamento.
Il consolidamento americano, tracciato in tempo reale e che su queste colonne seguiamo da tempo, sembra andare oltre ogni logica politica: a gennaio Trump minacciava fuoco e fiamme contro la Repubblica Islamica e Ali Khamenei per la repressione delle proteste salvo desistere dallo schierare un’imponente forza, che invece si è palesata mentre si apriva la fase negoziale condotta dal Ministro degli Esteri Abbas Araghchi per l’Iran e dagli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner per gli Usa. In mezzo c’è Israele, che spinge per negoziati severamente punitivi per l’Iran. I nodi sono molteplici.
Il dilemma tra pace e guerra
Innanzitutto, dove dovrebbero portare i negoziati? La narrazione li vuole sul nucleare. E vorrebbe in secondo piano ogni altro tema, dal disarmo missilistico dell’Iran alla questione del cambio di regime. Ma siamo certi che Trump e la sua amministrazione si accontenterebbero di ottenere con questa pressione militare una versione slavata e grigia del Joint Comprehensive Plan of Action concluso da Barack Obama nel 2015? Riteniamo plausibile che dopo tale mobilitazione gli Usa possano chiudere un patto tecnico? E le divisioni con Israele sono tattiche o strategiche? Anche l’Iran non si espone. Difende la possibilità di arricchire l’uranio consentita dall’adesione al Trattato di non proliferazione che apre al nucleare per usi civili. Ma ad oggi la mediazione di Araghchi in sponda con i Paesi arabi e la Turchia, che temono il caos, sembra orientata principalmente all’obiettivo minimo, e salvifico, di evitare un attacco Usa.
Secondo punto: se, come probabile, gli Usa ritengono che una finestra per un attacco all’Iran possa aprirsi se, come ha detto Trump alla riunione inaugurale del Board of Peace, non ci sarà un accordo nei prossimi dieci giorni, quali sarebbero gli obiettivi di una campagna militare? Oggi, come a gennaio, questa domanda non è chiara: gli Usa ritengono possibile l’ipotesi di compiere attacchi mirati per mostrare potenza e spingere l’Iran a un accordo subalterno? Prevedono l’idea di un attacco su larga scala in sinergia con Israele per ridimensionare le infrastrutture strategiche e militari del regime? Oppure mirano al collasso della Repubblica Islamica?
Lo scenario caos
Se quest’ultima ipotesi fosse contemplata, terzo punto, Washington deve tenere in considerazione l’idea che un conflitto con l’Iran possa travolgere il Medio Oriente. Washington non può non essere conscia dell’idea che cercare di decapitare il regime attaccando la Guida Suprema e i suoi vertici politici e militari non creerebbe, comunque, le condizioni per un sistema politico più vicino agli Usa. Lo sbocco di un caos iraniano e di un vuoto di potere con ogni probabilità sarebbero una guerra civile o uno stato di anarchia con pesanti interventi esterni (possibile il coinvolgimento di Pakistan, Azerbaijan, ovviamente di Israele). E a meno che l’obiettivo sia quello di impiantare il caos per esercitare deterrenza contro un partner della Cina, tagliare l’Iran fuori dai mercati energetici globali, rendere il Medio Oriente ingovernabile per i rivali, progetto non da escludere, Washington deve sapere che tale scenario finirebbe per compromettere anche la sua posizione.
Le possibili reazioni iraniane
Infine, un dato che va evidenziato: come potrebbe reagire l’Iran? Le navi Usa, anche i cacciatorpediniere armati di missili Tomahawk, si tengono a debita distanza dalle coste del Paese mediorientale, nella consapevolezza che la potenza balistica di Teheran non è indifferente. Come nota l’Atlantic Council:
In passato, l’Iran ha per lo più calibrato le sue risposte militari agli attacchi stranieri in modo che fossero proporzionali (a suo avviso) all’attacco originale. Pertanto, se l’Iran percepisce che gli attacchi statunitensi sono principalmente simbolici, allora potrebbe calibrare la sua risposta di conseguenza.
In caso di operazione su larga scala, dunque, gli Usa devono tenere in conto possibili attacchi alle basi e alla flotta, e capire inoltre in che misura gli alleati della Repubblica Islamica, Cina e Russia, hanno rimpinguato gli arsenali iraniani. A gennaio si è parlato di 20 cargo cinesi giunti in Iran e di supporto radar. E certamente Pechino e Mosca in caso di un conflitto Usa-Iran avrebbero tutto l’interesse a capire come i loro asset performerebbero in un confronto con gli Usa.
Il paradosso di questo contesto è che rimane molto nebuloso capire come si potrà evitare una guerra. Ma è pressoché certo che in caso di caos sdoganato in Iran la via sarebbe, sostanzialmente, senza ritorno. E in mano al presidente Trump c’è una decisione che potrebbe condizionare l’ordine mediorientale e globale in profondità nei prossimi mesi e anni.
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