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Difesa

Iran, la guerra come mercato perfetto

Quando Donald Trump dice che i produttori di armi hanno accettato di quadruplicare la produzione di munizioni di precisione di fascia alta dopo l’incontro alla Casa Bianca, la frase va letta per quello che è davvero: non un semplice annuncio...

Quando Donald Trump dice che i produttori di armi hanno accettato di quadruplicare la produzione di munizioni di precisione di fascia alta dopo l’incontro alla Casa Bianca, la frase va letta per quello che è davvero: non un semplice annuncio industriale, ma la fotografia di un sistema in cui la guerra torna a essere una gigantesca macchina di redistribuzione della ricchezza verso pochi attori ben collocati. Reuters ha riferito che il 6 marzo 2026 Trump ha incontrato i vertici di sette grandi gruppi della difesa — tra cui Lockheed Martin, RTX, Boeing, Northrop Grumman, L3Harris, Honeywell Aerospace e BAE Systems — sostenendo poi che l’industria avrebbe aumentato di quattro volte la produzione di munizioni guidate di precisione, mentre il Pentagono cerca di ricostituire arsenali prosciugati dalle operazioni recenti.

Chi si arricchisce davvero

La risposta più immediata è ovvia: si arricchiscono i grandi prime contractor, cioè i colossi che ricevono i contratti principali. Ma sarebbe una risposta incompleta. In una guerra moderna non guadagna soltanto chi assembla il missile o la bomba. Guadagna tutta la filiera: i produttori di componenti elettronici, di propellenti, di sistemi di guida, di acciai speciali, di software, di semiconduttori, di esplosivi e di servizi logistici. Guadagnano le aziende che ottengono contratti pluriennali, quelle che vendono manutenzione, quelle che si occupano di aggiornamenti tecnologici e quelle che forniscono parti sostitutive. E guadagna anche la finanza che vive di queste commesse, perché ogni guerra lunga offre ciò che i mercati amano più di tutto: visibilità sui flussi futuri di denaro pubblico.

Non è capitalismo di mercato, è capitalismo di guerra

Qui sta il punto politico. Non siamo di fronte a un normale incontro tra governo e industria. Siamo di fronte a un meccanismo in cui lo Stato, invocando l’urgenza strategica, garantisce domanda, accorcia i tempi, riduce gli ostacoli burocratici e spinge le imprese a produrre di più. Reuters segnala che l’amministrazione sta anche premendo sulle aziende perché privilegino la produzione rispetto ai riacquisti di azioni e ai dividendi, mentre si profila una richiesta di bilancio supplementare da circa 50 miliardi di dollari per rimpiazzare le armi consumate nelle operazioni recenti, oltre ai circa 150 miliardi già contenuti in una più ampia proposta per la difesa. Questo significa che la guerra non produce soltanto distruzione sul terreno: produce anche una gigantesca domanda garantita dal contribuente americano.

Il guadagno non è solo industriale

C’è poi un secondo livello, ancora più interessante. Si guadagna anche in termini di potere. Per Washington, aumentare la produzione di munizioni di precisione significa rafforzare la propria capacità di sostenere alleati, condizionare coalizioni, scegliere chi armare e per quanto tempo. Chi controlla l’arsenale controlla anche la diplomazia. Ogni missile consegnato non è soltanto una vendita: è una leva politica. Ogni linea produttiva ampliata diventa uno strumento di influenza internazionale. In altre parole, gli Stati Uniti non monetizzano soltanto in dollari: monetizzano in dipendenza strategica.

Israele, Ucraina, Golfo: la guerra come moltiplicatore

Il quadro si capisce meglio se si guarda ai teatri. Israele consuma munizioni e chiede continuità logistica. L’Ucraina continua a drenare sistemi, missili e proiettili. Il Golfo e il Medio Oriente nel loro insieme alzano il fabbisogno di intercettori, bombe guidate, difese aeree e capacità di precisione. Per l’industria americana è la condizione ideale: più fronti aperti, più urgenza, più ordini, più contratti quadro, più investimenti pubblici nelle linee produttive. La guerra diventa così un moltiplicatore industriale. Non per la società nel suo insieme, che paga inflazione, debito e instabilità, ma per il complesso militare-industriale che trasforma il rischio geopolitico in fatturato prevedibile.

Chi perde mentre altri guadagnano

Ed è qui che il discorso si fa scomodo. Perché mentre pochi si arricchiscono, molti pagano. Pagano i contribuenti, che finanziano il riarmo. Pagano gli alleati, che vengono trascinati in filiere di dipendenza strategica. Pagano i civili nei teatri di guerra, che subiscono gli effetti concreti di quella “produzione quadruplicata”. E paga anche la politica, perché più l’economia di guerra diventa centrale, più diventa difficile immaginare una vera de-escalation. Un sistema industriale che cresce sulla base dell’emergenza permanente ha bisogno dell’emergenza permanente.

La vera rendita della guerra

Alla fine, chi si guadagna da queste guerre? Si guadagnano i grandi gruppi della difesa, certo. Si guadagnano i loro azionisti, i fondi che li sostengono, i fornitori che orbitano attorno ai contratti pubblici. Ma si guadagna soprattutto un modello di potere in cui la guerra non è più soltanto il fallimento della politica: è diventata una struttura economica. Trump, dicendo che la produzione sarà quadruplicata, non ha soltanto annunciato una crescita industriale. Ha descritto, forse senza volerlo, il funzionamento reale dell’America armata: ogni crisi è una minaccia per il mondo, ma anche un’opportunità per chi trasforma la sicurezza in mercato e la guerra in rendita.

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