Intervista a Simone Dossi: “Ecco i segreti dell’esercito cinese”

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Cosa sappiamo veramente della Cina e delle sue forze armate? Quali sono gli ultimi sviluppi che hanno modernizzato l’Esercito Popolare di Liberazione (Epl) di Pechino? Cosa aspettarsi nelle aree più calde dell’Asia, dallo Stretto di Taiwan al confine conteso con l’India? Ne abbiamo parlato con Simone Dossi, professore associato di Relazioni internazionali presso la Statale di Milano, e autore del libro “La muraglia d’acciaio. Le Forze armate cinesi tra cambiamento e continuità” (Il Mulino, 2025).

Professor Dossi, oggi l’Esercito Popolare di Liberazione (Epl) è diventato davvero una “Muraglia d’acciaio” oppure il gap con le potenze Nato e gli Stati Uniti è ancora elevato?

Quella della “Grande Muraglia d’acciaio” è una metafora ricorrente nella retorica ufficiale per rappresentare il duplice ruolo che il Partito-Stato attribuisce sin dal 1949 alle sue forze armate: da un lato la difesa della sicurezza nazionale della Repubblica popolare cinese da minacce esterne, dall’altro la difesa del governo del Partito comunista cinese da potenziali competitori interni. Su questo secondo versante, nel corso dei decenni il Partito-Stato ha sviluppato un articolato apparato di sicurezza esterna, per cui la funzione dell’Epl è oggi principalmente legata alla difesa esterna. Da questo punto di vista, i progressi rispetto ad alcuni decenni fa sono impressionanti.

Può spiegare nel dettaglio?

Avviato sin dagli anni Ottanta, l’ammodernamento ha riguardato non solo le dotazioni (l’aspetto sicuramente più visibile), ma anche i concetti dottrinali e, più recentemente, gli assetti organizzativi. Tutto ciò rende oggi l’Epl un’organizzazione militare moderna e in certi ambiti anche all’avanguardia. Resta però un significativo divario rispetto alle forze armate degli Stati Uniti, anzitutto sul versante delle dotazioni e del relativo livello di avanzamento tecnologico, ma non solo. Un fattore da non sottovalutare è quello dell’esperienza diretta del campo di battaglia: mentre le forze armate americane sono state costantemente impegnate in guerre e operazioni militari di vario tipo sin dalla fine della Guerra fredda, l’Epl non combatte una guerra dagli anni Ottanta. Questo rappresenta di per sé un divario tra forze armate americane e cinesi.

Quali sono i cambiamenti più rilevanti che hanno caratterizzato l’esercito cinese durante il mandato di Xi Jinping?

Xi Jinping ha ottenuto a distanza di pochi mesi l’una dall’altra tutte e tre le cariche apicali del sistema politico cinese: Segretario generale del Partito, Presidente della Commissione militare centrale, Presidente della Repubblica popolare. A differenza del suo predecessore, Hu Jintao, che aveva dovuto attendere due anni per la nomina a Presidente della Commissione militare centrale, Xi ha da subito ottenuto questa carica, i cui poteri formali sono stati per altro ulteriormente estesi con l’introduzione del cosiddetto “sistema della responsabilità del Presidente”. La presa di Xi sulle questioni militari è stata quindi ben più forte di quella del suo predecessore. Questo è evidente in particolare nell’imponente riforma organizzativa che è stata approvata nel 2015 e attuata a partire dall’anno successivo…

Di cosa si tratta?

Di un vasto pacchetto di provvedimenti. Provvedimenti che hanno ridisegnato in profondità l’organizzazione militare, in particolare la struttura di comando, riorganizzata in senso interforze. Uno dei limiti principali della tradizionale struttura di comando dell’Epl, risalente agli anni Cinquanta, era la preminenza organizzativa delle Forze di terra, di fatto incompatibile con una dottrina che sin dagli anni Novanta aveva chiamato l’Epl a operare in modo joint. Non a caso, una riforma di questo tipo era stata a più riprese discussa sin dalla fine degli anni Novanta, incontrando però sempre forti resistenze all’interno dell’organizzazione. L’accentramento del potere verificatosi in seguito all’ascesa di Xi, unito alla campagna anticorruzione, ha consentito di superare le resistenze del passato.

Il Mar Cinese Meridionale e Taiwan restano due dossier caldissimi. Ad oggi il l’Epl sarebbe in grado di vincere una fantomatica ed eventuale guerra nello Stretto di Taiwan? Ma soprattutto: secondo lei è davvero questo l’obiettivo di Pechino, e cioè arrivare a un conflitto aperto con Taipei?

I mari dell’Asia orientale sono da oltre un decennio l’epicentro delle tensioni nella regione e non a caso. Proprio i mari dell’Asia orientale sono infatti il principale teatro delle tensioni strutturali tra egemone e potenza in ascesa. Da un lato, è nei mari dell’Asia orientale che gli Stati Uniti giocano una partita decisiva per la preservazione della propria egemonia globale: perdere l’accesso a questa regione significherebbe perdere di credibilità nell’impegno a difesa dei propri alleati in Asia, con ricadute potenzialmente ancora più vaste. Dall’altro lato, in questi stessi mari la Cina – potenza in ascesa – detiene considerevoli interessi nazionali, a partire appunto dalla questione di Taiwan, definita da Pechino come “interesse essenziale”. Così, è proprio nei mari dell’Asia orientale che si scaricano le tensioni crescenti fra Stati Uniti e Cina, i cui interessi nella regione sono contrastanti e in larga misura inconciliabili. È su questo sfondo che vanno collocate anche le tensioni crescenti nello Stretto di Taiwan.

Fermiamoci sul dossier Taiwan.

La politica di Pechino riguardo alla questione di Taiwan resta immutata, stando ai documenti ufficiali: non negoziabilità dell’esito finale della riunificazione, preferenza per una riunificazione pacifica per via negoziale, indisponibilità a rinunciare al ricorso alla forza qualora la riunificazione pacifica dovesse risultare impraticabile. È la politica attuata sin dagli anni Novanta, a partire dalla crisi nello Stretto del 1995-1996: la minaccia del ricorso alla forza, periodicamente esibita con imponenti manovre militari, in funzioni di deterrenza nei confronti di Taipei e di Washington. Negli ultimi anni, parallelamente all’intensificarsi della collaborazione fra Stati Uniti e Taiwan, le manovre si sono intensificate, come ben evidenziato in seguito alla visita a Taipei di Nancy Pelosi nell’estate del 2022. Il risultato è una situazione di “nuova normalità”, in cui alcune delle linee rosse osservate in passato da Pechino in simili circostanze sembrano ormai rimosse. Altrettanto da parte americana, con una collaborazione sempre più intensa e visibile con Taipei e l’evidente tentazione di rimettere in discussione quell’approccio di “ambiguità strategica” che aveva a lungo consentito a Washington di tenere assieme relazioni positive con Pechino e sostegno implicito alla sicurezza di Taipei. Il rischio, però, è che un più diretto ed esplicito impegno americano a difesa di Taipei alteri il calcolo strategico a Pechino. I decisori cinesi potrebbero cioè convincersi che le prospettive di una riunificazione pacifica siano ormai esaurite e che anche il ricorso alla forza sia destinato a diventare in futuro più complicato, per effetto del crescente coordinamento tra Taipei e Washington. Una simile percezione sarebbe molto pericolosa, perché potrebbe rafforzare la propensione di Pechino a ricorrere alla forza. Con l’esito paradossale che scelte di Washington mirate a rafforzare la sicurezza di Taiwan e la stabilità nello Stretto contribuiscano a produrre l’esito opposto. Si tratta di un dilemma che dovrebbe indurre gli Stati Uniti e i loro alleati a cautela nell’affrontare la questione di Taiwan.

La Cina ha una sola base militare all’estero (Gibuti). Qual è il ruolo internazionale delle forze armate cinesi?

Tradizionalmente le forze armate cinesi hanno avuto un orizzonte regionale: solo negli ultimi anni si sono spinte al di là della periferia del paese. Questa crescente proiezione internazionale è conseguente all’espansione della sfera degli interessi globali della Cina, a sua volta conseguente all’integrazione della Cina nella rete delle interdipendenze economiche internazionali. Con le riforme economiche attuate negli anni Ottanta e poi ancor più con le politiche di attivo sostegno all’internazionalizzazione delle imprese cinesi introdotte negli anni Novanta, la Cina si è sempre più integrata nella rete di scambi commerciali e flussi di investimento globali. Così, la Cina dipende oggi da mercati esteri per l’approvvigionamento di materie prime e per l’esportazione di prodotti finiti, mentre imprese cinesi hanno investito considerevolmente in mercati esteri. Tutto ciò ha comportato l’emergere di nuovi interessi nazionali, localizzati al di fuori della tradizionale periferia della Cina: è il caso, per esempio, dell’interesse alla sicurezza marittima lungo le vie di comunicazione che collegano la Cina al Medio Oriente e all’Europa. È appunto a questo fine che, sin dal 2009, la Cina ha partecipato alle operazioni internazionali di contrasto della pirateria nel Golfo di Aden. La base di Gibuti, inaugurata nel 2017, è stata ufficialmente motivata come base di supporto per queste operazioni, ma rappresenta un punto d’appoggio utile a Pechino per la tutela di interessi nella regione a più vasto raggio. La protezione dei crescenti interessi cinesi all’estero ha quindi rappresentato il principale vettore di proiezione delle forze armate cinesi al di fuori della periferia del paese. Si tratta appunto di una proiezione selettiva, funzionale alla protezione di interessi specifici, e non a tutto campo: in questo senso si tratta di una proiezione diversa da quella americana e non si traduce direttamente in competizione con l’egemone. La competizione militare tra le due potenze resta concentrata nella periferia della Cina e soprattutto nell’Asia orientale marittima, per le ragioni che dicevo prima.

Svolgono anche un ruolo di peacekeeping?

Esatto, proprio il peacekeeping è una delle aree nelle quali la crescita della proiezione internazionale delle forze armate cinesi è stata più visibile in questi anni. Fino a pochi decenni fa Pechino aveva una posizione di estrema cautela nei confronti del peacekeeping, considerato potenzialmente lesivo della sovranità degli Stati. Sin dalla fine degli anni Novanta, però, la Cina ha partecipato più attivamente alle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, prima in Asia orientale e poi anche al di fuori della propria periferia. Negli ultimi quindici anni proprio il peacekeeping è stato individuato da Pechino come uno strumento utile a stabilizzare regioni politicamente instabili, e dunque uno strumento utile a tutelare interessi cinesi in aree politicamente instabili. È in questa logica che la Cina ha contribuito in termini sempre più rilevanti ad operazioni di peacekeeping in Africa: proprio in Mali, nel 2013, Pechino ha per la prima volta schierato caschi blu con compiti di combattimento.

Di recente i media occidentali hanno spesso dedicato spazio alle “purghe” di Xi all’interno delle forze armate. Cosa c’è che non va?

Sin dalla sua ascesa ai vertici del Partito-Stato, Xi Jinping si è servito di una pervasiva campagna anticorruzione per consolidare la propria presa sugli apparati. Proprio le forze armate hanno rappresentato uno dei principali obiettivi di questa campagna. La corruzione è un fenomeno endemico nel sistema cinese e quindi la campagna ha affrontato un problema reale: è stata però anche uno strumento politico, rivolto principalmente contro oppositori reali o potenziali e finalizzato in ultima istanza a rafforzare il potere di Xi. Questo è vero a maggior ragione nelle forze armate, sulle quali Hu Jintao aveva avuto un controllo piuttosto traballante: la campagna anticorruzione è stata utilizzata da Xi sin dall’inizio del suo mandato per rafforzare la propria presa. Questa presa più salda ha poi consentito di accelerare il percorso di riforma cui facevo riferimento prima. A distanza di oltre un decennio dal pieno consolidamento del potere di Xi, solleva non pochi interrogativi il fatto che la campagna anti corruzione continui a mietere vittime all’interno delle forze armate. Si tratta di vittime di non poco conto, se si considera che ben due membri dell’attuale Commissione militare centrale su sette sono stati sollevati dal proprio incarico: prima il ministro della difesa e poi il direttore del Dipartimento per il lavoro politico. In più, da oltre due mesi non si registrano apparizioni pubbliche di He Weidong, uno dei due vicepresidenti della Commissione. I due vicepresidenti sono gli ufficiali più alti in grado nell’intera gerarchia militare, direttamente subordinati a Xi nella sua carica di presidente della Commissione. Non è chiaro, in questo momento, quali siano le dinamiche politiche che alimentano il protrarsi della campagna anticorruzione a così alto livello. C’è anche da chiedersi quali siano le conseguenze operative di questa situazione, per un’organizzazione che vive ormai da più di un decennio in un clima di incertezza e tensione alimentato da indagini disciplinari e cadute eccellenti.