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Difesa

InsideWar #35 – Trump e Putin in Alaska | Il gioco indiano sui dazi | Ancora tensione tra Cina e Filippine

Trump e Putin in Alaska per parlare di tregua | L'India non compra petrolio russo ma blocca gli armamenti USA | Cina e Filippine: è escalation nel SCS
Putin e Trump sventano l'escalation dei "volenterosi"

L’Alaska sarà sede del prossimo incontro al vertice, il 15 agosto, tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin. La discussione tra i due leader verterà sul raggiungimento di una tregua in Ucraina dopo che gli ultimi tre colloqui non sono andati a buon fine, al punto che la Casa Bianca aveva elevato un vero e proprio ultimatum a Mosca per arrivare a un cessate il fuoco, pena l’elevazione di ulteriori sanzioni, scaduto l’8 agosto, giorno in cui è stata comunicata la data del vertice.

L’incontro arriva dopo che l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff ha tenuto colloqui “altamente produttivi” con Putin a Mosca mercoledì scorso, secondo quanto affermato da Trump, ma il presidente statunitense nelle scorse settimane si era detto “molto deluso” dal comportamento del leader russo, per via della violenta offensiva aerea che sta colpendo l’Ucraina nelle sue infrastrutture e obiettivi militari.

Al vertice, per il momento, non parteciperà il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sebbene sia stato invitato dalla Casa Bianca: secondo quanto trapelato, la Russia non intenderebbe cedere i territori occupati in tre anni di conflitto sebbene Washington abbia parlato di “scambio di territori”, e Kiev non intende sedere a un tavolo di trattativa che ha come presupposto la perdita delle regioni militarmente annesse alla Russia. Zelensky ha affermato che qualsiasi accordo senza il contributo di Kiev equivarrebbe a “decisioni inefficaci” e che “non ricompenseremo la Russia per ciò che ha perpetrato” sottolineando che “qualsiasi decisione contro di noi, qualsiasi decisione senza l’Ucraina, è anche una decisione contro la pace”.

La Casa Bianca spera di ottenere una tregua generale dal vertice in Alaska, ma Mosca è rimasta irremovibile sulle sue posizioni per il raggiungimento di questa eventualità: nessun ritorno dei territori occupati all’Ucraina, Kiev deve essere neutrale, e sarà Mosca a stabilire le dimensioni e la consistenza dell’esercito ucraino. Non propriamente una resa senza condizioni, ma decisamente delle richieste che potrebbero essere avanzate solo in seguito a una chiara vittoria, che, come sappiamo, non c’è stata.

Si giungerà davvero a una tregua? Molto probabilmente no, ma è possibile che Mosca faccia alcune concessioni, come la cessazione degli attacchi alle infrastrutture ucraine. Il Cremlino non ha infatti alcuna intenzione di fermare lo scontro in un momento politico in cui gli Stati Uniti si stanno dimostrando aperti alla trattativa: le violente offensive aeree e la pressione lungo la linea del fronte sottolineano la volontà di arrivare al raggiungimento degli ultimi obiettivi strategici rimasti possibili, ovvero la demilitarizzazione dell’Ucraina, la sua neutralità e la conquista delle intere regioni orientali sino a oggi solo parzialmente occupate. Orientativamente il vertice si tradurrà in un nulla di fatto e non si giungerà a nessuna reale tregua, né tanto meno una pace: la Russia vuole prendere tempo sapendo che questo è dalla sua parte, con gli Stati Uniti che hanno fretta di chiudere la partita per concentrarsi nel contenimento della Cina e con un esercito ucraino sempre più logorato dal conflitto di attrito. Mosca però potrebbe non avere così tanto tempo come crede per raggiungere i suoi obiettivi: anch’essa è logorata dalla guerra con un’economia che resta in piedi grazie al conflitto e dipende principalmente dall’aiuto cinese, coi dazi di Trump che stanno toccando sempre più le vendite del petrolio russo. Sarebbe prudente quindi non aspettarsi nessun tipo di accordo definitivo o risolutivo dal vertice in Alaska, bensì un ennesimo atto di questa tragedia che ha la finalità di prendere tempo.

Parlando di dazi, l’India è stata messa nel mirino di quelli statunitensi proprio per l’acquisto da parte di Nuova Delhi di petrolio russo, ma il governo Modi non è rimasto imbelle. Sebbene alcune raffinerie statali indiane stanno per ora rinunciando agli acquisti di greggio russo, e proprio lo scorso giovedì, la Indian Oil Corp ha acquistato cinque milioni di barili di petrolio da Stati Uniti, Brasile e Libia, l’ultimo di una serie di acquisti con consegna relativamente rapida, Nuova Delhi ha preso la decisione di sospendere l’acquisto di ulteriori pattugliatori marittimi P-8 “Poseidon” di fabbricazione USA e di non proseguire nei colloqui per il possibile acquisto degli F-35 come forma di ritorsione.

Il bastone e la carota indiani si sono presentati davanti al presidente Trump, che per il momento non ha ancora determinato se negoziare o meno i dazi elevati (pari al 50%). Sappiamo che la questione legata all’F-35 è più complessa rispetto a una semplice ritorsione: gli indiani vogliono un velivolo di nuova generazione che non sia off the shelf, ovvero da acquistare a scatola chiusa, bensì desiderano mettere le mani su una quota importante della sua produzione per poter incrementare il livello della propria industria tecnologica, acquisendo brevetti e competenze. Anche per questo Nuova Delhi ha riaperto un canale che sembrava ormai morto con la Russia, che prontamente ha offerto una quota molto interessante di partecipazione industriale per il suo Sukhoi Su-57. Vedremo il caccia di quinta generazione russo con le coccarde indiane? Difficile, ma non impossibile. L’India è nota per le lungaggini burocratiche e decisionali, e sul mercato ci sono altri velivoli interessanti, sebbene non di pari livello, come il sudcoreano KF-21, il cui acquisto aiuterebbe l’India in un suo secondo obiettivo: sganciarsi dalla troppa dipendenza dalla Russia nel settore degli armamenti.

Cambiando teatro, e spostandoci più a oriente, dal Mar Cinese Meridionale ci giungono immagini che dimostrano come la tensione in quello specchio d’acqua non sia affatto diminuita in queste settimane in cui il mondo è concentrato altrove. Lunedì 11 agosto un cutter della Guardia Costiera cinese, mentre era intento a seguire un’unità della Guardia Costiera filippina bersagliandola con cannoni ad acqua nella Zona Economica Esclusiva (ZEE) di Manila, ha violentemente speronato un cacciatorpediniere dalla PLAN (People’s Liberation Army Navy) che, impegnata in manovre aggressive contro l’unità filippina, gli ha tagliato la rotta. L’incidente, per il momento senza feriti, ha danneggiato gravemente il cutter cinese, la cui prua è quasi del tutto distrutta, e anche la fiancata di sinistra del cacciatorpediniere, che appare profondamente tagliata.

Quest’azione aggressiva, l’ennesima compiuta da naviglio cinese ai danni di quello filippino nella ZEE di Manila, è stata forse determinata dalle parole del presidente Marcos, che proprio qualche giorno prima aveva dichiarato che il suo Paese sarebbe inevitabilmente trascinato “a calci e pugni” in un’eventuale guerra per Taiwan, a causa della sua vicinanza all’isola e per la presenza di un gran numero di lavoratori filippini. La Cina la scorsa settimana ha protestato e ha accusato Marcos di interferire nei suoi affari interni e di violare la sua politica One China, quando ha dichiarato ai giornalisti, a margine di una visita in India, che le Filippine non avrebbero potuto rimanere fuori da una possibile guerra a Taiwan, e il Ministero degli Esteri cinese ha affermato, tramite un portavoce, che le Filippine dovrebbero “astenersi dal giocare col fuoco su questioni che riguardano gli interessi fondamentali della Cina”.

Di rimando, il presidente Marcos ha affermato che “stavo solo affermando i fatti. Non vogliamo andare in guerra, ma penso che se ci sarà una guerra per Taiwan, verremo trascinati, verremo trascinati dentro, che ci piaccia o no, a calci e urla” sottolineando che “verremo trascinati in quel pasticcio. Spero che non accada, ma, se dovesse succedere, dobbiamo prepararci fin da subito”.

Il metro dell’aumento della tensione è chiaramente deducibile anche dall’impiego, per azioni aggressive, di una nave da guerra (in questo caso una fregata) cinese: sino a oggi, l’attività navale contro le unità filippine era stata deputata esclusivamente alla Guardia Costiera e alla flottiglia da pesca di Pechino. Come ultima nota, vi consigliamo di osservare attentamente cosa accadrà da quelle parti tra il 2 e il 3 settembre, giorno in cui si celebra la fine della Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico ma che per la Cina rappresenta anche il periodo in cui avvenne l’ultimo incontro tra Mao Tse-tung e Chiang Kai-shek prima dello scoppio del conflitto intestino che portò alla nascita della Repubblica Popolare e alla ritirata sull’isola di Taiwan delle forze cinesi nazionaliste. Ci attendiamo una dimostrazione di forza cinese che potrebbe stupire il mondo.

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