Terminato il vertice dell’Apec di San Francisco, e archiviato l’incontro tra Joe Biden e Xi Jinping in un clima disteso, ecco tornare a galla i soliti problemi irrisolti che contribuiscono ad alimentare le tensioni lungo l’asse Washington-Pechino. La Cina ha inviato 12 aerei militari e cinque navi da guerra intorno all’isola tra le 6:00 di martedì 21 novembre e le 6:00 di mercoledì 22 novembre.

Il ministero della Difesa taiwanese ha fatto sapere che quattro velivoli sono stati rintracciati nella zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan (Adiz), inclusi due aerei di allarme rapido e controllo KJ-500 nell’angolo sud-ovest, mentre un elicottero Harbin Z-9 è stato rilevato nel settore sud-orientale. Allo stesso tempo, un aereo specializzato in guerra e intelligence elettronica Shaanxi Y-8 ha transitato lungo la parte meridionale dell’ADIZ di Taiwan.

Nei giorni scorsi, episodi del genere si sono ripetuti più volte nonostante l’apparente distensione inscenata da Biden e Xi. Lo scorso 20 novembre, Taipei ha rilevato 21 aerei e sette navi da guerra, compresi due caccia J-10, sei caccia da combattimento SU-30 e un aereo Y-9, rispondendo schierando navi, aerei e sistemi missilistici terrestri. Tre giorni prima, il Dragone aveva mobilitato altri 12 aerei e cinque navi, in una sortita che aveva a sua volta replicato quella messa in atto dallo stesso gigante asiatico all’indomani del vertice tra i presidenti Usa e Cina.

Taiwan, la questione irrisolta

Il colloquio Biden-Xi è servito a migliorare, almeno in parte, le relazioni tra Stati Uniti e Repubblica popolare cinese. Le due potenze hanno ripreso le comunicazioni militari e deciso di cooperare nella lotta al cambiamento climatico oltre che nel contrasto al traffico illegale di fentanyl. Hanno però mantenuto le distanze su Taiwan, principale nervo scoperto che separa Washington da Pechino.

Non è un caso che Biden abbia ribadito la posizione degli Usa sulle tensioni tra le due sponde dello Stretto, evidenziando la “ferma opposizione” a qualsiasi alterazione dello status quo. Xi, da parte sua, ha ribadito che l’unificazione con l’isola è una “tendenza inarrestabile”, invitando gli Usa a cessare la fornitura di armi a Taipei.

La Cina, tra l’altro, ha ribadito per bocca di Chen Binhua, portavoce dell’Ufficio per gli affari di Taiwan del governo cinese, che “l’indipendenza e la pace nello Stretto di Taiwan sono incompatibili” e ha attaccato William Lai, l’attuale vicepresidente e il candidato del Partito democratico progressista alle presidenziali dell’isola del 13 gennaio, accusato di “estrapolare i contenuti dal contesto e di pubblicizzare i resoconti dei media” sul summit di San Francisco tra i presidenti Xi Jinping e Joe Biden, dicendo che la Repubblica popolare “non ha intenzione di attaccare Taiwan nei prossimi anni”.

Elezioni di fuoco

A proposito di Taiwan, l’isola è attesa da una delicatissima tornata elettorale. Al momento, i piani delle due principali forze d’opposizione locale di unirsi e sostenere un candidato comune alle urne, il prossimo 13 gennaio, hanno subito una clamorosa battuta d’arresto, a pochi giorni dal grande annuncio, mettendo a rischio il proposito di un governo pro-Pechino o capace di riprendere il dialogo con la Cina. I nazionalisti del Kuomintang (Kmt) e i rappresentanti del Partito popolare di Taiwan (Tpp) non hanno trovato la soluzione di compromesso: l’obiettivo era annunciare il nome da sostenere tra Hou Yu-ih (Kmt) e Ko Wen-je del (Tpp).

La fumata bianca non è ancora arrivata. Se i due partiti non riuscissero a collaborare, sarebbe molto difficile per loro impedire al candidato del Partito democratico progressista, l’attuale vicepresidente William Lai, di conquistare la carica istituzionale più alta dell’isola.

Intanto, un’inchiesta realizzata da un istituto demoscopico di Taiwan ha rilevato che i taiwanesi restano molto scettici sulla credibilità della Cina ma nutrono alcuni dubbi anche sugli Stati Uniti. L’indagine, svolta dall’Academia Sinica, segnala che solo il 9,3% degli intervistati si fida della Repubblica Popolare Cinese, mentre il 26,4% ne dubita e il 57,6% non ne ha alcuna fiducia. Al contempo, è calata la fiducia negli Stati Uniti in misura consistente: dal 45,3% del 2021 al 33,9%. Il sondaggio rileva inoltre che l’82,7% degli intervistati ritiene che la minaccia di Pechino sia aumentata negli ultimi anni e il 66,4% è d’accordo che la presenza di navi e aerei statunitensi nelle aree circostanti l’isola ne accresca la sicurezza.