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Difesa

Il wargame USA: un attacco cinese a Taiwan ci costerebbe troppo

Il rapporto "Overmatch", trapelato al New York Times, mostra che un attacco cinese a Taiwan avrebbe un costo insostenibile per gli USA




Il New York Times (NYT) ha rivelato, qualche giorno fa, una valutazione del Pentagono basata su wargames in cui si dipinge uno scenario preoccupante per gli Stati Uniti: in caso di conflitto per Taiwan (o comunque con la Repubblica Popolare Cinese), le forze statunitensi verrebbero soverchiate da quelle cinesi.

Il presidente cinese Xi Jinping ha ordinato alle sue forze armate di tenersi pronte per conquistare Taiwan entro il 2027, e sebbene gli USA abbiano sempre mantenuto una politica di ambiguità diplomatica verso l’isola, le varie amministrazioni si sono sempre dette pronte a difenderla in caso di attacco cinese.

Il Pentagono, quindi, ha prodotto un rapporto che mette insieme diversi tipi di wargames che simulano di versi scenari di un conflitto tra USA e RPC, chiamato “Overmatch”.

Esso cataloga le capacità militari cinesi in un conflitto multidominio: la capacità di affondare portaerei, di condurre una guerra ai satelliti o di abbattere i caccia statunitensi. Il quadro che si dipinge viene definito dal NYT “coerente e inquietante”: il segretario alla Guerra Pete Hegseth, lo scorso novembre, aveva affermato che nei wargames contro la RPC “perdiamo ogni volta”.

La fuga di notizie descrive anche diverse simulazioni in cui le forze cinesi hanno distrutto o reso inutilizzabile la portaerei “Ford” prima che la potenza aerea statunitense potesse influenzare l’esito della battaglia. Gli scenari mostrano salve missilistiche concentrate, operazioni informatiche e attacchi counter-space che agiscono congiuntamente per indebolire le difese statunitensi che circondano la portaerei durante la fase iniziale del combattimento.

Il wargame aeronavale, mostra una sequenza di eventi ben precisa: dapprima un attacco informatico che prende di mira reti elettriche, nodi di comunicazione e sistemi idrici a supporto delle basi statunitensi. Successivamente attacchi ai satelliti di sorveglianza e navigazione che supportano il puntamento, la rotta e la gestione del combattimento per navi e aerei statunitensi. Una volta degradati questi sistemi, la simulazione mostra le forze cinesi lanciare ondate successive di missili antinave che superano la capacità difensiva dei cacciatorpediniere di scorta e le difese multilivello del gruppo d’attacco portaerei statunitense, con conseguente affondamento del “Ford” o sua incapacità di operare coi velivoli.

Qualcosa che abbiamo ipotizzato da tempo per un attacco cinese a Taiwan. Qualcosa che nel mondo militare è ben noto: la Repubblica Popolare ha il vantaggio di combattere un conflitto molto vicino alle sue coste, pertanto può ammassare sistemi d’arma e capacità in un tempo molto breve; può condurre, ad esempio, diverse sortite di caccia al giorno; i suoi missili da crociera e balistici possono essere lanciati con frequenza e hanno tempi di volo ridotti; l’attività sottomarina nello Stretto di Taiwan è proibitiva per via dei bassi fondali (fattore che però è valido per tutti i contendenti); infine la RPC può contare su un enorme numero di mine navali di tipo diverso per colpire passivamente le linee di rifornimento sovraestese statunitensi.

Il rapporto “Overmatch”, però, stabilisce qualcosa di più inquietante e che riguarda tutte le forze armate occidentali, in particolare quelle della NATO. Esso dimostra la troppa dipendenza da armi sofisticate e costose che non possono essere rimpiazzate in breve tempo, a differenza del “nemico” che si affida a sistemi meno complessi, meno costosi ma non per questo tecnologicamente non validi.

Qualcuno, in Italia, anni fa ci aveva avvisato: l’ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Militare, generale Luca Goretti, aveva affermato a marzo del 2022 che la convinzione che un maggiore livello tecnologico possa compensare una sempre minore quantità fosse del tutto sbagliata. La Russia ce l’ha fatto vedere in Ucraina: sciami di droni one way, che costano meno di un decimo di un missile da crociera, colpiscono ogni notte bersagli in tutto il territorio ucraino, e la difesa aerea fatica ad abbatterli.

La difesa di Taiwan avrebbe quindi un costo esorbitante per gli Stati Uniti. Un costo pagato in potenziale bellico e risorse, anche umane, che potrebbe non permettersi di pagare.

I wargames possono essere sbagliati: noi analisti a volte sopravvalutiamo le capacità degli avversari, un po’ per prudenza un po’ perché i dati che si raccolgono non sono mai certi al 100%. Eppure, questo punto emerso nel rapporto non dovrebbe essere ignorato e dimostra ancora una volta come dalla fine della Guerra Fredda le forze armate occidentali, comprese quelle statunitensi, non siano preparate ad affrontare le minacce globali tecnologicamente rivoluzionarie odierne.

Quattro decenni di tagli al bilancio, la convinzione che i conflitti simmetrici non sarebbero più potuti capitare, la falsa credenza che non servano più “i grandi numeri” grazie ai progressi tecnologici, il tutto mentre un’altra parte del mondo (il blocco russo-cinese), ora nostra palese avversaria, continuava silenziosamente e progressivamente la sua corsa agli armamenti, ci ha portato in questa situazione. Nonostante i numerosi avvertimenti susseguitisi nell’arco di quasi un ventennio (a cominciare dal conflitto georgiano del 2008), i leader militari e politici non hanno percepito il cambiamento storico in atto e pertanto non si sono adattati, e con essi, chiaramente, gli Stati. Il risultato è potenzialmente devastante per la parte che non abbandona i vecchi concetti, non adotta nuove armi e non ripensa il proprio modo di fare guerra. Ed è qui che ci troviamo noi europei insieme agli Stati Uniti, al Giappone e alla Corea del Sud: sull’orlo di un baratro che abbiamo scavato da soli con la nostra miopia, e che ha importanti ripercussioni sull’opinione pubblica già sottoposta alla martellante campagna disinformativa che ci vorrebbe disarmati, disuniti e quindi, defunti sul palcoscenico globale.

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