Vietnam e Israele, un contratto che vale più del suo prezzo. Quando una notizia parla di missili e di una catena di montaggio che si sposta, la tentazione è sempre quella di ridurla a un acquisto. In realtà, l’accordo tra Rafael e il Ministero della Difesa vietnamita – vendita e produzione locale dei missili anticarro Spike Firefly – assomiglia molto di più a una decisione politica travestita da scelta tecnica. Perché mette insieme tre cose che di solito viaggiano separate: sovranità industriale, deterrenza sul campo e riallineamento geopolitico.
Il valore stimato, circa 250 milioni di dollari, è importante ma non decisivo. Decisivo è il “dove”: produrre in Vietnam significa creare competenze, dipendenze reciproche, canali di assistenza e aggiornamento che durano anni. È il modo più efficace per rendere un fornitore non un venditore, ma un pezzo dell’architettura di sicurezza del Paese che compra.
La tecnologia come risposta alla guerra che cambia
Lo Spike Firefly appartiene alla famiglia delle munizioni circuitanti: piccole, portatili, pensate per dare alle unità leggere un potere di precisione che prima era riservato all’artiglieria o all’aviazione. La versione aggiornata e rinominata L-Spike 1x porta il raggio d’azione fino a 5 chilometri e punta su sensori, collegamenti e resistenza alle interferenze, cioè sugli ingredienti tipici delle guerre moderne: vedere prima, colpire senza esporsi, operare anche quando la navigazione satellitare è disturbata.
Dal punto di vista militare, la mossa vietnamita è leggibile così: non basta più avere grandi piattaforme, serve densità di fuoco distribuita. E nelle crisi a bassa soglia – pattugliamenti, scaramucce, incidenti “incontrollati” – la capacità di colpire in modo preciso e immediato diventa una forma di controllo dell’escalation: puoi reagire senza dover “alzare” subito il livello.
Scenari economici: la fabbrica come assicurazione
Qui la parola chiave è industrializzazione. La produzione in loco riduce tempi di consegna, abbassa i costi di gestione, crea addestramento, manutenzione, ricambi. Ma soprattutto crea una protezione politica: un programma industriale genera posti di lavoro, interessi interni, burocrazie dedicate. Diventa più difficile tornare indietro.
C’è però un rischio tipico di queste scelte: la dipendenza tecnologica si sposta, non scompare. Se un Paese sostituisce la dipendenza da un fornitore con un’altra dipendenza, deve essere sicuro di poterla governare. Per questo, nella difesa, la “produzione locale” è spesso metà sovranità e metà vincolo, a seconda di quanto trasferimento di competenze è reale e di quanta autonomia rimane sul ciclo di vita del sistema.
Diversificare da Mosca, prepararsi contro Pechino
Hanoi da anni prova a ridurre la dipendenza dalla Russia e ad allargare il ventaglio dei fornitori. Questa scelta, letta nel quadro del Mar Cinese Meridionale, suona come un investimento nella capacità di resistere alla pressione: non un gesto plateale, ma un consolidamento silenzioso.
Non è un episodio isolato. Nel 2025 è emersa la notizia di un accordo con Israel Aerospace Industries per due satelliti di sorveglianza dal valore di 680 milioni di dollari: occhi nello spazio per monitorare attività e movimenti, cioè il complemento naturale di sistemi tattici di precisione sul terreno.
Mettendo insieme i pezzi, il disegno diventa chiaro: sensori più capaci, informazioni più rapide, capacità di colpire più distribuita. È la grammatica della deterrenza di un Paese che non può competere in massa, ma può competere in intelligenza, prontezza e costi imposti all’avversario.
Il lato oscuro: affidabilità, clima, reputazione
Ogni scelta di armamento ha anche il suo controcanto. In passato sono circolate valutazioni critiche su problemi di affidabilità di alcuni sistemi in condizioni tropicali, e questo, per il Vietnam, è un tema tutt’altro che teorico: caldo, umidità, corrosione sono nemici quotidiani.
E poi c’è la questione reputazionale: Israele esporta anche “lezioni operative” accumulate in conflitti recenti, e questa esperienza è un vantaggio commerciale. Ma può diventare anche un costo politico per chi compra, soprattutto se l’acquisto viene letto come scelta di campo in un’Asia sud-orientale sempre più attraversata da pressioni incrociate.
Perché conta davvero
Perché non parla solo di missili. Parla di un Vietnam che trasforma il riarmo in politica industriale, e la politica industriale in geopolitica. E parla di Israele che consolida un modello di esportazione: non vendere solo un sistema, ma entrare nella struttura di sicurezza del cliente attraverso produzione, addestramento e relazione di lungo periodo. In una regione dove la competizione non è mai solo militare, questa è la forma più moderna – e più efficace – di influenza

