Sono passati cinque mesi da quando il presidente Joe Biden si era recato a sorpresa tra le macerie di Kiev. Da allora, molte cose sono cambiate ed una nuova visita nel profondo est europeo promette di passare alla storia. Perché il prossimo vertice Nato a Vilnius (11 e 12 luglio) promette di non essere un mero business as usual, bensì uno dei vertici dell’Alleanza atlantica più tesi da quando la Nato si è risvegliata, suo malgrado, dalla morte cerebrale che la affliggeva da tempo: in gioco c’è il futuro della controffensiva ucraina, la compattezza dell’Alleanza nonché parte della credibilità della campagna elettorale.
La vicenda delle bombe a grappolo
Una decisione sofferta, a detta del presidente Usa, che non indietreggia di un passo sulla decisione di dotare Kiev delle famigerate cluster bombs. Il loro uso, bollato come crimine di guerra nel 2008 dalla Convenzione di Oslo, rischia ora di spaccare il fronte della Nato attorno al dibattito umanitario che le cosiddette bombe a grappolo scatenano: Russia, Stati Uniti e Ucraina, tra l’altro, sono tre delle principali nazioni che non hanno aderito alla messa al bando di questi controversi armamenti, in grado di creare danni collaterali ai civili. Bisogna specificare, tuttavia, che la decisione di Washington non è una novità nel sostegno armato alle forze di Kiev: è, infatti, dal 2014 che gli Stati Uniti inviano bombe a frammentazione multipla all’Ucraina. Pertanto la decisione ultima riguarda l’incremento delle forniture esistenti e non la dotazione ex novo.
Perché questa decisione proprio in queste ore cruciali? Una mera questione di raggiungimento della parità sul campo: “Le munizioni a grappolo sono estremamente importanti per l’Ucraina. Compensano in qualche modo il nostro deficit di proiettili e ripristinano parzialmente la parità sul campo di battaglia”, ha twittato il consigliere principale di Volodymyr Zelensky, Mykhailo Podolyak. Dai vertici di Mosca, invece, Dmitrij Medvedev con i suoi consueti toni al fulmicotone, dimentico che il suo esercito ha già usato più volte le bombe a grappolo in questi sedici mesi di conflitto e che anche il suo Paese non ha mai firmato la Convenzione di Oslo, accusa l’avversario Biden, definito “un nonno col piede nella fossa”, di voler provocare un’escalation nucleare.
Le spaccature nella Nato sul riarmo di Kiev
La decisione, tuttavia, non è accolta con favore e tantomeno con l’unanimità dai membri della Nato. La prima reazione di gelo giunge proprio da Londra: Rishi Sunak ha, infatti, espresso nettamente il suo dissenso sulla decisione di Biden ricordando che il suo Paese è firmatario della Convenzione che vieta la produzione e l’uso di munizioni a grappolo, e aggiunto che ne “sconsiglia” l’uso. “Continueremo a fare la nostra parte per sostenere l’Ucraina contro l’invasione illegale e non provocata della Russia, ma lo abbiamo fatto fornendo carri armati e armi a lungo raggio”, ottenendo l’appoggio anche dell’opposizione laburista, che si schiera con il Governo.
Anche Canada, Nuova Zelanda e Spagna – hanno espresso la loro posizione contraria all’invio di bombe a grappolo: il Premier neozelandese, Chris Hipkins ha denunciato che tali armi sono “indiscriminate e causano danni immensi a persone innocenti, potenzialmente, e possono anche avere effetti a lunga durata”. La ministra della Difesa spagnola, Margarita Robles, ha affermato che Madrid “ha un impegno deciso affinché un certo tipo di armi e bombe non possa essere inviato in Ucraina”. “No alle bombe a grappolo e sì alla difesa legittima dell’Ucraina che non vogliamo sia assicurata dalle bombe a grappolo”, ha aggiunto. Il governo canadese ha sottolineato la pericolosità a lungo termine di questi ordigni, soprattutto sui bambini. “Consideriamo seriamente i nostri obblighi previsti dalla Convenzione per incoraggiare la sua adozione universale”, precisa una dichiarazione.
Kiev nella Nato? Per Biden troppo presto
Uno dei paradossi che il prossimo vertice di Vilnius metterà in luce è la frenata di Biden sull’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Il presidente Usa, che si troverà a mercanteggiare con Recep Erdogan sull’ingresso della Svezia (una possibile leva di scambio potrà essere l’ammodernamento della flotta di F-16), ha deciso di rallentare su questo complesso dossier. A differenza del sultano di Ankara che, in occasione della visita di Volodomyr Zelensky in quel di Istanbul, sembra agire improvvisamente a guisa di chaperon internazionale di Kiev. Il presidente turco, infatti, ha dato il suo assenso all’iniziativa sostenendo che Kiev “merita di entrare nella Nato”. Una mossa che desta imbarazzo, sorpresa e agitazione nel quartier generale dell’Alleanza: Erdogan si sta sbilanciando verso Kiev o vuole solo mettere in imbarazzo la Casa Bianca?
Biden, dal canto suo, ha affidato ad una lunga intervista alla Cnn la sua visione. “Ho speso molto tempo a mantenere la Nato unita”, ricorda il presidente degli Stati Uniti, rimarcando che Kiev non sarebbe pronta per la membership, tirando dritto in maniera lapidaria sulle spinte del fianco nordorientale della Nato che, invece, richiedono un rapido ingresso di Kiev nell’Alleanza. Tre i motivi, spiegati nell’intervista, per questo rallentamento strategico: “Kiev non è pronta a far parte della Nato… deve soddisfare altri requisiti”, “non c’è unanimità tra i Paesi membri” e farlo ora “nel mezzo di un conflitto significherebbe entrare in guerra con la Russia”, dato l’impegno alla mutua difesa “di ogni centimetro del territorio Nato”. Resta fattivo e possibilista Biden, dichiarando di preferire un “percorso razionale” che possa coadiuvare l’Ucraina a soddisfare in futuro tutte le caratteristiche necessarie alla membership. Tre ragioni semplici e razionali ma che tradiscono la più cruda delle verità: si può difendere ad oltranza Kiev, il suo territorio e le sue ragioni ma non al punto di scontrarsi con Mosca.
Molta della credibilità di Biden-il diplomatico si gioca nelle prossime ore. Il Presidente, che è sullo stesso tempo il candidato incumbent alla Casa Bianca per il 2024, dovrà dare grande prova di funambolismo diplomatico per non perdersi pezzi dell’Alleanza: un rischio che potrebbe modificare il corso stesso della guerra oltre che innumerevoli rapporti bilaterali degli Stati Uniti. Prove da sforzo che rischiano anche di modificare gli equilibri in Patria: per quanto la politica estera raramente abbia spostato voti nell’elettorato medio americano, il conflitto in Ucraina per gli Usa è anche una volgare questione di bilancio che può portare sulle barricate il Gop e gli elettori. Lecito chiedersi se di fronte a questa pluralità di rischi e di scenari, Biden sarà in grado di compiere la missione storica che è chiamato a svolgere e per la quale i tiepidi correttivi del discepolo Sullivan non bastano più.
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