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Difesa

Il soldato ferito o isolato dietro le linee nemiche? Lo porta indietro il drone

I nuovi droni possono volare fino a 140 km/h portando 300 chili di peso, ovvero ul soldato con l'equipaggiamento in una capsula protettiva.

Un tempo si pensava a delle “capsule” agganciate ai pod alari di velivoli ad ala rotante o ad ala fissa con capacità STOVL che sarebbero atterrati in zona operazioni per recuperare ed evacuare, o esfiltrare il personale, specialmente piloti abbattuti e caduti dietro le linee. Una pratica che avrebbe esposto al rischio il velivolo e il suo equipaggio, come avveniva durante la Guerra del Vietnam, quando gli elicotteri UH-1 “Huey” con la croce rossa atterravano e decollavano in gran fretta dai campi improvvisati, spesso esposti al fuoco nemico. Poi si è pensato a dei droni, che potevano atterrare e decollare in uno spazio dirotto, accogliendo al loro interno un militare, per condurlo, magari con l’ausilio dall’intelligenza artificiale che avrebbe condotto il velivolo, lontano dalla linea del fuoco.

Beh, a quanto pare il programma sta andando avanti. A dimostrarlo, le foto di una capsula capace di accogliere un soldato come parte integrante di un drone di medie dimensioni, un T-650 CASEVAC prodotto dalla BAE System, che rientrerebbe perfettamente nella concezione futura di limitare al massimo l’impiego, dunque il rischio, di personale umano impegnato in missioni rischiose. E che, come ricorda Filippo Del Monte in una sua recente analisi, mira allo sviluppo di sistemi che siano “in grado di sostituire i soldati umani nelle operazioni più rischiose sul fronte logistico”, che comprende “anche le azioni di trasporto sanitario emergenziale in “area negata”. Questo sistemi, legati alla concezione degli “sciami teorici” dei nuovi droni impiegabili in una vasta gamma di missioni e sviluppati per offrire la massima flessibilità nelle diverse configurazioni.

Il soldato e il suo equipaggiamento

Già una decina di anni, i responsabili dei programmi pionieristici che stavano elaborando piattaforme pilotatili in remoto che limitassero il rischio di perdite umane affermavano: “In futuro le piattaforme polivalenti a pilotaggio remoto diventeranno protagoniste dei campi di battaglia e potranno sostenere con più efficacia le operazioni mediche in prima linea”, mentre venivano testate diverse piattaforma UAS, Unmanned Aircraft System, che dovevano “colmare le lacune operative” in quelle che sarebbero stati i nuovi teatri operativi per poter fornire, in ogni situazione, assistenza medica, rifornimenti ed evacuazione di personale ferito.

Attualmente gli UAS come il T-650 della BAE Systems, configurati come dei quadcopter con una struttura estremamente compatta dalle linee affusolate, presentata con uno schema mimetico simile al Multi-Terrain Pattern, sono costruiti in fibra di carbonio leggera, possono raggiungere una velocità massima di 140 km/h, hanno “bracci estensibili che possono essere staccati per scopi di trasporto”. Capaci di volare ad altitudini comprese entro i 60 metri, possono trasportare un carico di almeno 300 kg. Quando basta a comprendere il peso di un soldato con il suo equipaggiamento da battaglia, barella e capsula medica protettiva simile al Exint pod citato in apertura, dove il personale ferito o da esfiltrare verrebbe “adagiato” e a quanto pare “protetto” dai colpi delle armi leggere. Un sistema di navigazione GPS/GNSS e SATCOM e specifici sensori sarebbero responsabili delle delicate fasi di decollo e atterraggio in zona operazioni.

Così questa nuova tecnologia potrebbe sostituire gli elicotteri, da sempre considerati l’unico vero mezzo in grado di raggiungere aeree di combattimento avanzate per garantire l’evacuazione dei feriti, limitando il rischio di perdere sotto il fuoco l’elicottero inviato in soccorso e con esso l’equipaggio.

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