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L’Ana, l’Associazione Nazionale Alpini, ha lanciato il 5 agosto scorso una petizione online per ripristinare il servizio di leva. Nel testo si legge che “la scomparsa di questo servizio alla Patria ha privato i giovani della possibilità di conoscere realtà diverse dalla propria, condividere fatiche per un risultato comune e acquisire consapevolezza che oltre al proprio io c’è un soggetto che si chiama Stato, una comunità che oltre a garantire diritti richiede doveri. Oggi, purtroppo, ci troviamo in una situazione in cui doveri e osservanza delle regole sono sempre più negletti: i giovani appaiono disorientati e la scuola e alcune realtà di volontariato giovanile da sole non bastano a colmare i vuoti nel loro senso civico”. In particolare, riguardo al ripristino della coscrizione obbligatoria, l’Ana richiede che “sia reintrodotto un servizio obbligatorio per tutti i giovani, per formarli nel campo della protezione civile, dell’ambiente e del servizio pubblico, con una formazione anche militare che contribuisca a creare una riserva impiegabile sul territorio nazionale”.

Dopo il primo tentativo, profuso da tutte le associazioni d’arma, di spingere le realtà politiche a reintrodurre la leva obbligatoria avvenuto nel 2018 e diventato “lettera morta”, gli Alpini in congedo ci riprovano partendo da una richiesta popolare firmata, per il momento, da poco più di 3mila persone.

L’intento, a livello generale, è lodevole, ma le motivazioni e le modalità sono sbagliate. Innanzitutto, dal punto di vista tecnico, la reintroduzione del servizio di leva tout court, così come si effettuava sino alla sua sospensione avvenuta nel 2004, è anacronistica, inutile per le esigenze del Paese e dispendiosa. Le caserme che un tempo ospitavano migliaia di coscritti ogni mese, sono state dismesse per la stragrande maggioranza in questi quasi vent’anni, mentre lo stesso strumento militare è cambiato, evolvendosi nel professionismo che, se pur con tutti i limiti della sua declinazione italica fatti di duplicazione dei comandi e personale dall’età media avanzata, è l’unico in grado di soddisfare le esigenze di una Difesa dove il soldato, di qualsiasi forza armata egli sia, non deve più solamente “saper usare un fucile o un carro armato”, ma è un operatore specializzato che deve essere in grado di gestire armamenti e strumenti sempre più sofisticati che si trovano sul campo di battaglia, che ha assunto le caratteristiche di uno scenario multidominio.

La coscrizione obbligatoria tout court è efficace solo per quelle nazioni piccole, come Israele, la Svizzera o la Finlandia, dove però il servizio dura più di un anno e in cui il soldato, compiuto “il suo dovere”, entra nel meccanismo della riserva per il resto della sua vita, venendo richiamato e continuando a essere, pertanto, aggiornato e addestrato.

All’Italia quindi non serve una leva obbligatoria come quella che si svolgeva sino al 2004, piuttosto, visto lo scenario internazionale dove si è ripresentata forte la necessità di avere una capacità di deterrenza convenzionale credibile stante il ritorno della conflittualità con la Russia e, in prospettiva, quella con la Cina, sarebbe necessario introdurre una leva selezionata sul modello svedese, dove ogni anno vengono arruolati 10mila coscritti scelti in base alle competenze, attitudini professionali e psicofisiche. Un modello simile, se affiancato a una riserva effettivamente concepita come tale, servirebbe, peraltro, a svecchiare i ranghi delle forze armate e a sopperire alla cronica carenza di personale pesando relativamente poco sul bilancio annuale della Difesa.

Quello che invece veramente stona, nel testo della petizione dell’Ana, è il modo di concepire il servizio di leva. La frase “per formarli [i giovani n.d.r.] nel campo della protezione civile, dell’ambiente e del servizio pubblico, con una formazione anche militare” sottintende una mentalità del tutto sbagliata di pensare alla “naja”. Innanzitutto si dovrebbe smettere di pensare ai militari come a degli operatori di Protezione Civile da utilizzare nelle emergenze nazionali, siano esse alluvioni, incendi, emergenze rifiuti o effettuare pattugliamenti nelle nostre strade. Ruolo che si vorrebbe per essi come esplicitamente reso nel comunicato da quel “anche” prima di “militare”.

Compito del soldato è difendere il Paese e i suoi interessi, quindi, detto senza troppi giri di parole, saper fare la guerra. E proprio la guerra, come abbiamo visto in questi mesi, è tornata in Europa, e non è più pensabile – né sopportabile – che ancora si propugni una retorica da “esercito della salvezza” degli uomini (e donne) con “le stellette”. Certo, i soldati, in caso di grave emergenza, possono essere mobilitati per aiutare gli enti civili preposti al soccorso, ma questo ruolo deve essere del tutto accessorio rispetto a quello principale, quindi, semmai, il militare può essere anche un operatore nel campo della protezione civile, non il contrario.

Secondariamente il servizio di leva non è mai stato, e non deve essere, un surrogato della famiglia o della scuola nel campo dell’educazione dei giovani. Graduati, marescialli e ufficiali non sono educatori dell’oratorio feriale. Non sono nemmeno un surrogato dei genitori, né devono mai esserlo. Pensare che basti ripristinare il servizio di leva per “raddrizzare la schiena” a una gioventù che (pare) allo sbando, è illogico e, soprattutto, destinato a fallire miseramente. L’educazione, il senso civico, si impara in famiglia e a scuola: i militari possono e devono solo insegnare a un ragazzo a diventare un soldato, ovvero a sapere cosa fare sul campo di battaglia.

Chi scrive ha svolto il servizio di leva e ne ha un bellissimo ricordo, ma solo perché, quando arrivò la famosa “cartolina”, si presentò in caserma con lo spirito di chi doveva svolgere il proprio dovere dando un anno della sua vita alla Patria. Tantissimi altri, che non hanno optato per il servizio civile e attraversarono con me i cancelli di quella caserma, lo svolsero controvoglia, non imparando nulla se non odiare le imposizioni e l’autorità. Il servizio militare, insomma, ti “migliora” – o raddrizza se volete – solo se hai già una particolare educazione (o predisposizione), altrimenti non sortisce nessun effetto in tal senso.

Possiamo capire che la richiesta dell’Ana sia stata formulata in questi toni perché, in questo sciagurato Paese, non si può avere un dibattito serio e costruttivo sulla Difesa e sul mondo militare, in quanto è la politica, di ogni colore, per prima a propugnare l’idea del militare come operatore di protezione civile, ma sarebbe opportuno smettere questa retorica, almeno da parte delle associazioni d’arma, per cercare di instaurare una cultura della Difesa, come peraltro auspicato dagli stessi Stati maggiori.

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