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Il nuovo anno per l’Iraq non si è aperto nel migliore dei modi. Il 3 gennaio alcuni missili sono stati diretti verso l’aeroporto di Baghdad. Autori del gesto, molto probabilmente, milizie filo sciite che hanno voluto in questo modo “ricordare” l’anniversario dell’uccisione di Qassem Soleimani. A livello politico sono arrivate altre fumate nere, con la prima riunione del nuovo parlamento (eletto a ottobre) andata a vuoto e sottoposta a ricorsi per renderla invalida. In questo contesto, il 20 gennaio scorso l’Isis ha assaltato una base militare nel governatorato di Diyala, uccidendo almeno 11 soldati. Non c’è quindi un fronte in Iraq che in questo momento contenga elementi di stabilità. Una cattiva notizia anche per l’Italia. Da maggio il nostro contingente avrà tra le mani il comando della missione Nato nel Paese ed erediterà quindi una pessima situazione difficile da gestire.

L’Italia prossima a subentrare a comando della missione Nato

Nello scorso mese di luglio è arrivata l’ufficialità del passaggio di testimone. L’Alleanza Atlantica, presso la sede della nostra rappresentanza in seno all’organizzazione, ha notificato la decisione di affidare a Roma la guida della missione in Iraq. Il mandato inizierà a maggio e dunque l’Italia è la guida “in pectore” delle forze occidentali presenti a Baghdad. La scelta si inquadra nella duplice direzione imposta dagli Stati Uniti nel Paese mediorientale. Da un lato infatti il presidente Joe Biden ha decretato il ritiro di Washington, con il Pentagono che ha intenzione di mantenere soltanto truppe con il compito di addestrare i soldati locali. Dall’altro la Casa Bianca ha intenzione di vedere gli alleati della Nato, come aveva chiesto già Donald Trump durante il suo mandato, maggiormente attivi in medio oriente. Detto in altri termini, gli Stati Uniti stanno ridimensionando l’impegno in missioni da loro inaugurate e adesso hanno intenzione di cedere parte dello scettro agli altri Paesi dell’Alleanza Atlantica.

Un progetto messo nero su bianco a luglio, quando a Washington Joe Biden ha stilato un documento di intesa con il premier iracheno, Mustafa Al Khadimi, sul nuovo tipo di rapporto tra i due Paesi. Non più truppe in prima linea per combattere l’Isis, ma una presenza ridimensionata nei numeri e nelle mansioni. Da qui anche il graduale passaggio di consegne operative dalla coalizione nata nel 2014 contro lo Stato Islamico alla missione Nato, la quale avrà più che altro compiti di supporto delle forze di Baghdad. Gli Stati Uniti, sempre nell’ambito del documento di luglio, si sono impegnati in un graduale ritiro dal Paese. Si è scelto in questo contesto quindi di affidare il comando della missione a Roma. Dopo l’ufficializzazione della notizia, dai vertici della nostra difesa sono arrivati messaggi di soddisfazione. Il ministro Lorenzo Guerini è stato del resto tra i principali promotori della candidatura dell’Italia per la guida della coalizione Nato in Iraq. I preparativi sono in corso: entro quattro mesi tutto dovrà essere pronto per ricevere il testimone.

Il mandato dell’attuale missione

Le recenti scelte politiche dell’amministrazione Biden sono però figlie di un contesto che adesso sta mutando. Il ridimensionamento del contingente Usa, il passaggio a una missione Nato di supporto a Baghdad e la consegna del comando all’Italia rappresentano tutti elementi sorti quando l’Isis non sembrava più rappresentare una concreta minaccia. In poche parole, la presenza militare occidentale era giustificata dalla lotta al califfato. Caduto il quale quindi era lecito pensare a un nuovo inquadramento della missione Nato. Roma non a caso, nel comando della coalizione, è stata chiamata soprattutto ad attuare operazioni in accordo con le autorità irachene. Con il terrorismo in ripresa, c’è il serio rischio che il mandato della missione non sia adeguato al nuovo contesto. Anche perché dal canto suo lo Stato iracheno non sembra così forte e preparato da avere il controllo della situazione. Le forze politiche da mesi non riescono a trovare un accordo per la formazione di un nuovo governo, le istituzioni sono quindi impantanate e tutto questo si riflette nella capacità di risposta alle nuove insidie terroristiche.

L’attacco di Diyala del 20 gennaio è molto più di un campanello d’allarme. L’Isis in quella occasione ha dimostrato di essere più che mai vivo, capace di colpire le forze irachene e di insinuarsi nelle crepe politiche e militari emerse a Baghdad. Nel frattempo il Paese è chiamato a fronteggiare una crisi economica acuita dal coronavirus e a cui nessuna autorità al momento è in grado di dare adeguate risposte. Da qui tutti i dubbi sulla strategia Usa e sulla nuova impostazione della missione. Il rischio è di trovarsi davanti a una situazione dove la coalizione Nato risulti poi inadeguata nel fronteggiare un ritorno dei gruppi jihadisti. Il tutto all’interno di un quadro dove, tra le altre cose, sul campo potrebbero fronteggiarsi forze filo Teheran, inquadrate nelle unità popolari formate durante la guerra all’Isis, con altre invece più vicine all’occidente.

Il rischio di un pantano

Dal punto di vista dell’Italia, la missione quindi è destinata a rappresentare non poche problematiche. Il nostro Paese guiderà un’operazione dalle mille insidie e in un Paese sempre meno sicuro. Circostanze che a Roma destano certamente preoccupazione. Indubbiamente i nostri uomini, all’interno dell’Alleanza Atlantica, possono vantare una certa esperienza in Iraq. L’Italia è presente dal 2003 e ha seguito le fasi immediatamente successiva alla deposizione di Saddam Hussein. Anche nella seconda fase delle operazioni occidentali in Iraq, quella cioè legata alla lotta all’Isis, Roma è stata presente con contingenti impegnati nella zona di Mosul.

Tutto ciò ha conferito un know-how decisivo forse per la scelta di dare all’Italia il comando. Il problema sta nella natura stessa della missione. Supportare un Paese le cui autorità faticano a garantire anche l’ordinaria amministrazione è un’arma a doppio taglio. Perché se è vero che non saremo in alcun modo chiamati a operazioni in campo aperto, è altrettanto vero che se la pressione dell’Isis dovesse diventare insostenibile a pagarne le conseguenze, politiche e militari, sarebbe in primis l’Italia. In Iraq ci si sta avviando ad assumere un ruolo di prestigio, con però la prospettiva di subire in prima persona le mutate condizioni di sicurezza. Baghdad, ai nostri occhi, potrebbe essere un trampolino come però, al tempo stesso, un vero e proprio pantano.

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