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Dopo la tragedia del ritiro in Afghanistan, che ha riaperto una frattura tra gli Stati Uniti e gli alleati della Nato che sembrava sanata grazie al cambio di amministrazione a Washington, sembra che in seno all’Unione Europea stia prendendo piede la costituzione del primo nucleo della Difesa comune: sul tavolo della Commissione è giunto il dossier per stabilire un primo contingente militare condiviso che andrà a costituire una Expedition Force, ovvero una forza di primo intervento da inviare in aree di crisi.

Avrà una consistenza di almeno cinquemila uomini ed il suo quartier generale, pensato come un comando permanente, sarà a Bruxelles. La presidente della Commissione, Ursula von Der Leyen, ne ha parlato al discorso sullo stato dell’Unione al Parlamento europeo riunito a Strasburgo. La crisi afgana, e soprattutto la sua gestione unilaterale statunitense che ha marginalizzato gli alleati europei, hanno riportato alla luce la necessità di una riforma della Difesa europea. La presidente von Der Leyen ha quindi deciso di occuparsi personalmente di una riforma in ambito militare che segnerebbe una vera e propria “rivoluzione” in Europa.

Già lo scorso martedì aveva convocato una riunione per esaminare le nuove sfide globali e delineare un documento informale da prendere in esame. Attualmente l’Ue dispone solo di un piccolo Battle Group formato da 1500 elementi “di terra”, mentre il nuovo corpo di spedizione dovrebbe prevedere il coinvolgimento della marina e dell’aeronautica in modo da poter esprimere quella proiezione di forza che manca. Si dovrebbe aggiungere anche una componente cyber, oggi imprescindibile dalle operazioni di guerra, ed una rivolta allo Space Warfare, tornato prepotentemente in auge per via dei maggiori assetti spaziali schierati dalle potenze avversarie che comprendono anche sistemi “killer” per contrastare le capacità satellitari avversarie.

Il comando del nuovo Battle Group sembra che sarà rinnovato ogni tre anni, come il Comitato Militare dell’Ue o l’Eums (l’Eu Military Staff). L’ufficiale che gestirà le operazioni sul terreno, invece, potrebbe restare al suo posto per sei mesi.

Un’idea che piace in Europa, fortemente caldeggiata da esponenti politici di ogni schieramento: in Italia, ad esempio, vede sullo stesso lato della barricata Silvio Berlusconi e Paolo Gentiloni. Il leader di Forza Italia, qualche giorno fa, ha detto infatti che “anche noi come europei dovremmo fare una nostra riflessione approfondita sia sul futuro della nostra politica verso l’Afghanistan e l’intero Medio Oriente, sia sulla capacita dell’Europa di essere protagonista della politica mondiale” riferendosi alla necessità di avere uno strumento Difesa comune efficace.

Il commissario Ue all’economia, parimenti, ha affermato che è “molto difficile che l’Europa conservi la sua grande forza culturale, commerciale, economica, senza avere una consistenza geopolitica maggiore, senza essere capace di avere una politica estera comune e senza avere la possibilità di intervenire insieme in alcune zone vicine ai nostri interessi economici”.

Altri autorevoli punti di vista affini arrivano, neanche a dirlo dalla Francia: il commissario europeo per il mercato interno, Thierry Breton, recentemente aveva detto che “la tragedia in Afghanistan evidenzia anche la dipendenza dell’Europa dalla politica estera e di sicurezza di Washington. Siamo arrivati a una svolta. La difesa comune europea non è più un’opzione. L’unica domanda è quando” esprimendo quella che è la linea del presidente francese Emmanuel Macron, che, da tempo, va affermando della necessità impellente che l’Europa abbia “autonomia strategica”, qualcosa di possibile solo tramite la creazione di una Difesa europea avulsa dal contesto euroatlantico per quanto riguarda gli scopi. Significativo, da questo punto di vista, che la presidente von Der Leyen abbia detto, davanti al consesso europeo, che discuterà della definizione di una Difesa comune in un summit col presidente Macron.

L’idea di un corpo di spedizione europeo era stata ventilata da tempo, ed è stata rilanciata dall’Alto rappresentante dell’Unione, Joseph Borrell, lo scorso 22 agosto quando aveva inizialmente parlato di un contingente di “50mila uomini, in grado di agire in circostanze come quelle che stiamo vedendo in Afghanistan” per poi successivamente correggere il tiro il 30 agosto parlando di una “First Entry Force composta di cinquemila soldati”.

Qualcosa che però non elimina la partnership con la Nato: la presidente ha infatti ribadito il legame con l’Alleanza Atlantica, che verrà ridiscussa in un nuovo documento congiunto. L’Ue, quindi, può e deve “fare da sola” in qualità di “security provider” nel nostro vicinato e anche oltre perché è un “giocatore globale”. In questo senso è emblematica e rappresenta la vera novità la definizione di quella che sarà una strategia indopacifica europea per essere più presenti e attivi in quel teatro fondamentale diventato, da tempo, il fulcro della geopolitica globale.

Per vedere la nascita del primo nucleo della Difesa europea, la presidente ha tenuto a sottolineare la necessità di avere un “Joint Situational Awareness Center”, ovvero un centro comune che raccolga e metta a sistema tutte le informazioni delle varie agenzie di intelligence europee, che sino a oggi hanno sempre agito un po’ troppo in modo indipendente e slegato le une dalle altre. Parallelamente, come già accennato, è necessario che si guardi al fronte del Cyber Warfare in modo più coordinato, per aumentare la propria sicurezza cibernetica al punto da far diventare l’Ue leader nel settore: qualcosa di raggiungibile attraverso la definizione del nuovo “Eu Cyber Resiliant Act” che permetterebbe di avere una legislazione unica in merito.

“Abbiamo bisogno della Difesa europea” ha detto Ursula von Der Leyen, e quindi è necessario porre fine alla “mancanza di volontà politica” dei Paesi membri, pur continuando a lavorare a stretto contatto coi partner storici, come gli Stati Uniti, e quindi la Nato. Una delle basi deve essere anche l’implementazione della collaborazione industriale interna, sia per rafforzare le capacità produttive europee – e quindi fornire gli adeguati mezzi – sia per svincolarsi dalla dipendenza dall’estero. Qualcosa che è ottenibile, aggiungiamo noi, aumentando gli investimenti per la Difesa dei singoli Stati ma canalizzandoli verso programmi comuni che dovrebbero essere definiti da Bruxelles.

Per arrivare a questo ambizioso obiettivo sarà pertanto indispensabile la volontà politica di collaborare e mettere a sistema le risorse dei singoli Paesi Ue, un problema non semplicemente risolvibile stante le differenze di visione strategica che caratterizzano i 27. Esistono, infatti, percezioni della minaccia diverse a seconda proprio della geografica: i Paesi più orientali vedono la Russia come il maggior pericolo per la propria esistenza, mentre quelli che gravitano sull’area mediterranea, come l’Italia, hanno maggiore interesse verso quello che, in ambito Nato, è stato definito “fronte sud”.

Esiste poi il problema del “ombrello nucleare”, che è solo francese essendo il Regno Unito uscito dall’Unione, e che difficilmente Parigi sarà disposta a condividere senza un sostanzioso contributo per il suo mantenimento (e implementazione) da parte degli altri Paesi: un tema che avevamo già affrontato parlando dei possibili numeri dell’esercito europeo. Un esercito, o meglio, un corpo di spedizione rapido, che necessità di una catena di comando con procedure ben definite in modo da garantirne la prontezza e rapidità di impiego: in una parola la flessibilità che non è solo data dai mezzi che impiega.

C’è anche un altro rischio per nulla secondario: che la Expedition Force, in ultima istanza, dipenda, nel suo impiego, dal membro militarmente più forte dell’Unione Europea, ovvero dalla Francia. Qualcosa che va ponderato con attenzione affinché non si passi da una dipendenza dagli interessi statunitensi, con la Nato, a un’altra da quelli francesi, con il futuro, e possibile, esercito europeo.

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