Il “prezzo” della mobilitazione delle forze armate russe

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Difesa /

Si calcola che, approssimativamente, in questi giorni la Russia abbia ammassato tra i 150 e i 190mila uomini ai confini con l’Ucraina. Un contingente militare che può contare su brigate di carri armati, veicoli corazzati da combattimento, semoventi di artiglieria, Mlrs (Multiple Launch Rocket System) e sistemi di missili balistici a corto raggio. Un esercito che viene supportato, nei suoi accampamenti, da tutto un sistema logistico che è stato messo a punto negli ultimi mesi.

Uomini e mezzi che sono “sul campo” da molto tempo, se consideriamo che l’attuale escalation è cominciata dalla metà dello scorso novembre, senza considerare il fatto che le forze russe hanno cominciato ad ammassarsi alle frontiere ucraine già lo scorso aprile, e sostanzialmente non se ne sono più andate.

Il lungo periodo passato lontano dai propri acquartieramenti pone delle serie problematiche riguardanti l’usura dei mezzi, esposti alle intemperie, ma soprattutto degli uomini, il cui morale – e quindi efficienza in combattimento – risulta intaccato.

Qualsiasi concentrazione di truppe, accampata lontano dalle caserme, può rimanere in posizione solo per un determinato periodo di tempo prima di dover essere avvicendata per evitare, come già detto, che le capacità belliche vengano significativamente degradate.

Sotto questo punto di vista possiamo ipotizzare che la Russia possa avvicendare le truppe “al fronte” dando fondo alle forze della riserva che vanno a integrare il resto delle unità non dispiegate. L’esercito russo, infatti, conta complessivamente circa 280mila uomini che però potrebbero non essere sufficienti, stante il numero di quelli dislocati nel settore occidentale, per sorreggere tutto l’apparato di forza armata.

Nel 2012 il presidente Putin ordinò la creazione di una riserva nazionale per le forze armate e l’inaugurazione di un nuovo sistema per addestrare e mobilitare i riservisti. L’ordinanza è entrata in vigore il 1 gennaio 2013 ma già a febbraio dell’anno precedente era stato emanato il primo decreto di richiamo per il personale della riserva. Lo scopo è quello di avere personale aggiornato dopo aver espletato gli obblighi di leva – che in Russia dura un anno – per poterlo impiegare in compiti diversi: coloro che hanno competenze tecniche particolari dovranno essere ancora in grado di guidare carri armati, mezzi corazzati per il trasporto di personale e operare sistemi di artiglieria.

Ogni anno il presidente della Federazione Russa firma un decreto per la coscrizione dei cittadini in grado di prestare il servizio militare che sono posti in riserva. Così, qualche migliaio di civili viene aggiunto all’esercito per un periodo di due mesi.

Questo personale viene regolarmente impiegato nelle le manovre su larga scala, come nelle esercitazioni Zapad: a quella del 2017, ad esempio, parteciparono soldati richiamati che vivevano nella zona in cui si è tenuta. Le riserve svolgono quindi quasi tutti i tipi di attività militari insieme ai normali coscritti e ai professionisti. Questa “chiamata alla armi” per i riservisti viene effettuata annualmente dal 2012 e permette quindi di avere rapidamente a disposizione un buon numero di uomini che possono essere impiegati in operazioni militari.

Possiamo ipotizzare che l’andirivieni di camion e altri mezzi militari a cui abbiamo assistito in questi mesi, molto spesso usato per confondere le acque degli osservatori occasionali e delle altre fonti Osint (Open Source Intelligence) abbia anche provveduto all’avvicendamento di mezzi e uomini presenti lungo il confine con l’Ucraina. Nonostante questo, recentemente abbiamo visto, su alcuni social, la difficoltà di Mosca a mantenere in efficienza l’apparato logistico per un così elevato numero di personale quando ci sono giunte le immagini di un centinaio di soldati abbandonati a loro stessi negli edifici di una stazione a circa 20 chilometri dal confine ucraino.

L’intelligence occidentale stima che circa un terzo delle forze russe complessive sia ora “dispiegato tatticamente” in posizioni di prima linea , quindi pronte per le operazioni. I loro movimenti sono stati monitorati da vicino utilizzando ricognizioni aeree e di altro tipo per diverse settimane.

A premere sull’acceleratore di un possibile intervento armato in Ucraina, però, non è tanto il fattore umano, come abbiamo visto qui, quanto quello finanziario: mantenere al di fuori delle caserme un così elevato numero di uomini e mezzi, sostenere campagne di dispiegamento così complesse e lunghe dal punto di vista temporale, mobilitare perfino la maggior parte degli assetti navali presenti nei porti, ha un costo economico non indifferente che è solo parzialmente ammortizzato dallo schizzare in alto dei prezzi degli idrocarburi.

Con quanto avvenuto lunedì sera, quindi, possiamo affermare che siamo giunti in prossimità di un punto di svolta: o Mosca decide per l’attacco, o sarà costretta a ridurre drasticamente uomini e mezzi lungo la frontiera. Il Cremlino ha già messo alla prova la reazione occidentale al suo riconoscimento dei territori separatisti e al dispiegamento formale delle forze russe in Donbass, e ha ottenuto quello che si aspettava: la promessa di nuove sanzioni, che come abbiamo già avuto modo di dire non spaventa Mosca, e la certezza che la Nato, nonostante lo spostamento di uomini e assetti verso la sua frontiera orientale effettuato a scopo di deterrenza, non interverrà militarmente in difesa di Kiev.

Rimane comunque possibile che la Russia cominci a ritirare le truppe in prima linea riportandole nelle aree di sosta che hanno occupato a gennaio, in modo simile a quanto accaduto la scorsa primavera, ma pur sempre pronte a ritornare alle proprie posizioni con breve preavviso, ma attualmente, stante quanto sta accadendo anche a livello diplomatico, è una possibilità che si sta assottigliando giorno per giorno.