Trasformare Taiwan in un enorme deposito di armi, con strumenti che le consentirebbero di fronteggiare sia un’eventuale invasione cinese che un blocco navale. E che, soprattutto, dovrebbero permettere alla piccola isola di resistere autonomamente fino a che Washington e/o altri Paesi inviino le loro truppe in sostegno di Taipei. È questo l’obiettivo al quale starebbero lavorando gli Stati Uniti, impegnati ad intensificare gli sforzi per accrescere lo stoccaggio di armamenti a disposizione del governo taiwanese.
La decisione degli Usa, ha sottolineato il New York Times, sarebbe arrivata dopo che i funzionari statunitensi hanno studiato le recenti esercitazioni navali e aeree dell’esercito cinese intorno all’isola. Ebbene, quelle manovre hanno evidenziato due aspetti cruciali. Il primo: la Cina quasi sicuramente effettuerà un blocco navale attorno a Taipei come preludio a qualsiasi ipotetico tentativo di invasione. Il secondo: una volta attivato il blocco cinese, Taiwan dovrà resistere da sola fino all’eventuale intervento degli Usa o di altre nazioni. Sempre che qualcuno abbia realmente intenzione di intervenire qualora il Dragone decidesse di sferrare la sua offensiva.
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Più armi a Taiwan
Non sarà tuttavia facile per gli Stati Uniti trasformare Taiwan in un gigantesco fortino carico di armi. Washington e i suoi alleati hanno infatti fin qui dato la priorità all’invio di armamenti all’Ucraina. L’apporto fornito a Kiev sta inoltre riducendo le loro scorte, mentre i produttori di armi sono riluttanti ad aprire nuove linee di produzione senza prima avere garanzie di flussi costanti e ordini a lungo termine.
Oltre a tutto questo bisognerebbe poi chiedersi come potrebbe rispondere la Cina se gli Usa accelerassero le loro spedizioni belliche verso Taipei.
Nel frattempo i funzionari americani stanno determinando la quantità e il tipo di armi fin qui vendute al governo taiwanese, optando per armamenti più piccoli e mobili. Lo scorso 2 settembre l’amministrazione guidata da Joe Biden ha approvato il sesto pacchetto di armi per Taiwan, e non è un caso che la vendita, dal valore di 1,1 miliardi di dollari, includesse 60 missili antinave Harpoon. In ogni caso, accanto alla decisione di quali armi inviare, c’è il nodo, altrettanto spinoso, di capire come snellire il processo di vendita e consegna degli stessi armamenti.
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Le valutazioni di Washington
La questione taiwanese non può essere paragonata alla questione ucraina. Gli Stati Uniti, infatti, non sarebbero in grado di rifornire Taipei facilmente come Kiev, e questo a causa della mancanza di rotte via terra dai Paesi vicini. L’obiettivo ora, affermano i funzionari, è garantire che Taiwan disponga di armi sufficienti per difendersi fino all’arrivo dei soccorsi. L’imperativo statunitense, insomma, sembrerebbe essere il seguente: allungare la quantità di tempo che, in caso di attacco cinese, Taiwan può resistere da sola.
Washington ha più volte sottolineato l’importanza per Taipei di puntare su armi mobili più piccole che possano essere letali contro le navi da guerra e i jet cinesi, fondamentali per condurre la cosiddetta guerra asimmetrica. Per trasformare Taiwan in un “istrice“, più che in un porcospino, ovvero in un bastione carico di armamenti che sarebbe complicato attaccare, i funzionari americani hanno cercato di guidare le controparti taiwanesi verso l’ordinazione di armamenti più snelli.
Certo è che l’isola non ha bisogno soltanto di armi. Un’efficace difesa di Taiwan richiederà infatti lo stoccaggio di munizioni, carburante e altre forniture, nonché riserve strategiche di energia e cibo. Ma, in caso di blocco navale attuato da Pechino, come faranno i partner di Taiwan a trasportare queste risorse? Una possibile ipotesi comporterebbe l’invio di aerei cargo statunitensi carichi rifornimenti dalle basi Usa situate in Giappone e a Guam sulla costa orientale di Taiwan. In questo modo, qualsiasi mezzo cinese che tentasse di abbatterli dovrebbe sorvolare Taiwan e rischiare di essere abbattuto dagli aerei da guerra taiwanesi.