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In principio i droni erano un affare prettamente americano. Adesso è la Cina a fare la voce grossa nell’intera catena di assemblaggio, dalla ricerca allo sviluppo, dalla loro produzione al collaudo. Stando agli ultimi dati raccolti, Pechino è diventato il più grande esportatore di droni da combattimento. Lo Stockholm International Peace Research Institute è stato emblematico nel sottolineare come il gigante asiatico, nel periodo compreso tra il 2014 e il 2018, fosse diventato il più grande esportatore dei veicoli aerei da combattimento senza pilota (UCAV, Unmanned Combat Aerial Vehicle), in primis per quanto riguarda gli Stati situati in Medio Oriente.

Detto in altre parole, e capovolgendo la situazione, possiamo dire che il numero di Paesi che importa e utilizza UCAV made in China, ovvero aerei armati controllati a distanza, è aumentato a dismisura. Vista la situazione, e considerato il fiorente mercato, secondo quanto riportato da Asia Times il Chengdu Aircraft Industry Group (CAIG) avrebbe firmato un accordo con il governo provinciale del Sichuan per sviluppare un vero e proprio parco industriale dedicato ai droni. Ricordiamo che CAIG altro non è che una sussidiaria della statale Aviation Industry Corporation of China (AVIC), e che il piano assume quindi una rilevanza altamente strategica.

La mossa della Cina per produrre più droni

A quanto pare, la nuova struttura dedicata interamente ai droni sorgerà a Zigong, nel cuore della provincia del Sichuan. Sfornerà tanto UAV militari che commerciali, con l’obiettivo di diventare presto un cluster dell’industria manifatturiera di livello mondiale. Il comunicato delle autorità locali è emblematico, visto che il parco industriale sarà in grado di gestire in proprio l’intera catena industriale dei droni, comprese le fasi di progettazione, ricerca, sviluppo, test, assemblaggio, produzione e perfino la messa in servizio e supporto. Il costo dell’operazione commerciale non è certo secondario. CAIG e il governo del Sichuan metteranno sul tavolo qualcosa come 10 miliardi di yuan, cioè circa 1.55 miliardi di dollari.

Nel caso in cui non dovessero sorgere problemi di sorta, il progetto dovrebbe entrare a regime a partire dal 2023 e generare la stessa  quantità di fondi investiti. Ogni anno usciranno dalla struttura 100 grandi UAV che saranno denominati CAIG-Zigong UAV Industrial Base. Il duplice obiettivo della mossa cinese è presto detto: da una parte dare stimolo all’economia nazionale e locale, investendo denari in attività strategiche, e dall’altra migliorare le capacità nella costruzione dei droni.

I clienti di Pechino

La clientela non manca. Nel biennio a cavallo tra il 2018 e il 2019 la Cina ha prodotto e distribuito ben 163 droni militari in 13 Paesi differenti. I più diffusi possono essere suddivisi in due tipi: il Wing Loong, realizzato proprio da CAIG, e la Cai Hong Rainbow, della Chinese Aerospace Science & Technology Corporation (Casc). Stiamo parlando di due droni capaci di attaccare bersagli collocati a distanza di sicurezza impiegando bombe guidare da Gps oppure missili controllati.

Dicevamo dei clienti cinesi. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, ad esempio, hanno usato Wing Loong per attaccare lo Yemen. Poi troviamo l’Egitto, che li ha invece impiegati per eliminare gli insorti nel Sinai. Secondo quanto riferito dal South China Morning Post, Pechino avrebbe insomma imparato a fare affari d’oro esportando droni militari. Basta una cifra per capire la grandezza di questo business. Nel 2018 il Dragone avrebbe esportato una trentina di droni CH-4B incassando un totale di 700 milioni di dollari. Il parco industriale che sorgerà nel Sichuan potrebbe rappresentare la ciliegina sulla torta.

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