Il Pentagono vuole combattere la Fog of War per non perdere altri velivoli

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Difesa /

Con l’aumentare delle perdite di velivoli nei cieli del Medio Oriente, il Pentagono sta cercando una soluzione per combattere quella che da sempre rappresenta una delle incognite più pericolose dei conflitti moderni: la “Fog of War, la nebbia della guerra. Non si tratta, questa volta, di un nuovo sistema d’arma, ma di qualcosa di meno visibile e potenzialmente decisivo: un sistema software capace di integrare dati, sensori e informazioni operative in tempo reale, restituendo ai piloti una visione chiara e condivisa del campo di battaglia.

Il problema è emerso con forza nel corso dell’Operazione Epic Fury. I velivoli statunitensi andati perduti nelle ultime settimane avevano tutti un elemento in comune: l’assenza di una Common Operating Picture, una rappresentazione unificata e aggiornata della situazione operativa che includesse intelligence, posizioni amiche e nemiche, minacce e condizioni ambientali. Una lacuna che il Dipartimento della Difesa ha deciso di colmare con urgenza, incaricando la Defense Innovation Unit di individuare una soluzione. L’obiettivo è sviluppare una suite software ad architettura aperta in grado di fondere dati in tempo reale e restituire ai piloti un quadro credibile di ciò che accade nello spazio operativo: oggetti in movimento, minacce emergenti, condizioni meteo e caratteristiche del terreno.

Un livello di consapevolezza che, paradossalmente, oggi è comune per un automobilista dotato di navigatore satellitare, ma resta ancora un traguardo per molti equipaggi degli aerei militari, spesso costretti a operare con sistemi informatici ormai obsoleti. Da anni l’US Air Force segnala l’assenza di una reale interoperabilità tra le diverse piattaforme, in particolare tra i velivoli da trasporto come i C-130. Ma la perdita di sette aerei in poco più di un mese — in larga parte dovuta a errori di comunicazione e, in alcuni casi, a episodi di fuoco amico — ha reso evidente la portata del problema.

L’accesso a dati aggiornati

All’inizio del conflitto con l’Iran, tre F-15E Strike Eagle sono stati abbattuti per errore dalla difesa aerea kuwaitiana. A marzo, un aerocisterna KC-130 è andato perso in seguito a un incidente in volo con un secondo tanker, causato anche dal malfunzionamento di un transponder, un elemento che ha nuovamente messo in luce le difficoltà dei velivoli nel riconoscersi e scambiarsi dati in modo efficace. Infine, durante le operazioni di recupero seguite all’abbattimento di un F-15 e di un A-10 Thunderbolt il 3 aprile, sono emerse criticità simili. In quell’occasione, due aerei da trasporto MC-130J sono stati distrutti dopo essere rimasti bloccati su una pista improvvisata. Come ha spiegato il presidente americano Donald Trump, il terreno sabbioso e umido, unito al peso dei velivoli e al carico di personale a bordo, ha impedito il decollo. Un episodio che evidenzia come l’accesso a dati aggiornati in tempo reale — sulle condizioni del suolo, sul meteo e su altri fattori ambientali — avrebbe potuto fare la differenza. Oggi, invece, molti velivoli più datati non dispongono di mappe aggiornate o di sistemi avanzati di analisi del terreno, costringendo gli equipaggi a fare affidamento su pianificazioni pre-missione, aggiornamenti vocali e interfacce ormai superate.

La frammentazione tecnologica della flotta aerea statunitense rappresenta un ulteriore ostacolo. Le differenze tra hardware e sistemi di bordo costringono spesso piloti e operatori a ricorrere a soluzioni improvvisate, come radio software-defined o apparecchiature commerciali adattate all’uso militare. Tuttavia, l’assenza di uno standard comune rende difficile stabilire quali dati siano realmente disponibili e come condividerli in modo efficace.

Il problema è particolarmente rilevante per i velivoli ad alto valore strategico, come gli aerei da trasporto e le piattaforme di rifornimento in volo, progettati per operare in contesti meno ostili rispetto a quelli attuali. Proprio per questo, il nuovo programma della Defense Innovation Unit — denominato “Open Mission Engine” — punta a sviluppare un sistema in grado di integrare in un’unica interfaccia tutte le informazioni rilevanti: forze amiche, minacce, aggiornamenti di missione e supporto alle decisioni operative. Tra le funzionalità richieste figura anche una “mappa dinamica”, capace di visualizzare in tempo reale la posizione delle forze amiche, le aree di rischio, lo spazio aereo e le rotte ottimali, offrendo agli equipaggi uno strumento decisionale immediato e intuitivo.

Seppure il programma non faccia riferimento esplicito alle operazione che sono ancora in corso in Medio Oriente, è evidente come le perdite registrate nel corso di Epic Fury abbiano accelerato la ricerca di una soluzione. In scenari operativi sempre più complessi, caratterizzati da minacce mobili, sistemi di difesa avanzati e capacità di disturbo elettronico, la superiorità non dipende più soltanto dalla piattaforma o dall’armamento, ma dalla capacità di comprendere — e condividere — ciò che accade in tempo reale. Nella guerra di oggi, la vera sfida per il Pentagono non è solo combattere il nemico, ma riuscire a vedere chiaramente dentro la nebbia della guerra.