La guerra in Ucraina non ha portato Washington ad abbassare l’attenzione sul Paese che è ritenuto il rivale strategico numero uno degli Stati Uniti, la Cina. Pechino continua a occupare il primo posto nella lista dei rivali strategici di Washington e in un certo senso la relativa cautela con cui, tra gli apparati Usa, il Pentagono sta trattando la questione russo-ucraina va di pari passo con la volontà di non perdere la focalizzazione sulla Repubblica Popolare

Negli ultimi giorni è stato proprio il capo degli Stati Maggiori Riuniti, il generale Mark Milley, a pressare su questo fronte l’amministrazione Biden. La Casa Bianca ha proposto di alzare la spesa militare a 773 miliardi di dollari nella linea guida di budget per il 2023, un aumento del 4% ritenuto insufficiente da Milley perché inferiore al tasso di crescita dell’inflazione, già superiore al 7%, e non adatto a permettere agli Usa di muoversi in un contesto in cui “il rischio di un conflitto tra grandi potenze sta aumentando, non diminuendo”. Milley non è solo: anche l’ammiraglio John C. Aquilino, capo del comando Usa nell’Indo-Pacifico, ha fatto dichiarazioni allarmanti sulla modernizzazione dell’esercito di Xi Jinping. Per Aquilino il rafforzamento militare cinese nell’Indo-Pacifico, ha dichiarato all’Associated Press, è “il più grande dalla seconda guerra mondiale”.

Missili ipersonici, caccia J-20, nuove forze nucleari e due nuove portaerei: la “lista della spesa” di Pechino è messa sotto il particolare scrutinio del Partito Repubblicano, che sul contrasto alla Cina mira a costruire la sua agenda di politica internazionale in vista delle elezioni di mid-term e delle presidenziali 2024. Con qualche forzatura Mike Rogers, deputato dell’Alabama, ha dichiarato che Pechino ha “il più grande esercito e la più grande marina del mondo”, per quanto questo sia vero in termini numerici e non qualitativi, attaccando Biden per una presunta sottovalutazione della minaccia.

Pechino ha effettivamente aumentato  il budget per le sue Forze armate per il 2022 a 1.450 miliardi di renminbi (230 miliardi di dollari), pari al 7,1% del Pil, un aumento considerevole che mostra la volontà di competere con maggior forza con gli Usa e i loro alleati nell’Indo-Pacifico. Il budget militare cinese è il secondo al mondo. In particolare, secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) la Cina disporrebbe oggi di 350 testate nucleari, 60 in più del 2019. E di questo è conscia anche l’amministrazione Biden, che in seno ad essa ha il Pentagono guidato dal generale Lloyd Austin maggiormente focalizzato su Pechino rispetto al Dipartimento di Stato, che vede nel doppio contenimento di Cina e Russia una priorità fondamentale. La Strategia per la Difesa nazionale del 2022 firmata dal Pentagono indica nella Cina “il nostro rivale strategico principalee una sfida crescente per il Dipartimento della Difesa”, in continuità con la National Security Strategy evoluta dall’era Trump in avanti.



Washington non deve però cadere nell’errore opposto di sopravvalutare il riarmo cinese. In materia di soft power, di proiezione mondiale, di offshore balance, di autonomia tecnologica nei settori critici, di esperienza sul campo degli uomini delle forze armate e di alleanze internazionali, la distanza tra Stati Uniti e Cina appare incolmabile a breve scadenza. Washington ha a lungo sottovalutato Pechino, ora la teme pensando a una profezia in grado di autoavverarsi che vedrebbe la Cina pronta a saldarsi in un asse militare con la Russia in grado di causare dolori a Washington.

La realtà dei fatti è molto più prosaica: la Cina mantiene un netto ritardo sugli Usa in materia di dimensione e efficienza della triade nucleare, non dispone della capacità di schierare una flotta d’alto mare in sicurezza in teatri bellici che vadano oltre il Mar Cinese Meridionale, manca di fanteria di marina, efficienti bombardieri strategici, mezzi da combattimento moderni per trasporto truppe. Mantiene invece una buona capacità di deterrenza e interdizione costiera, potendo dunque respingere potenzialmente un accesso di forze ostili in prossimità delle sue coste. Ma la primazia di Washington non è destinata a essere insidiata, su questi fronti, a breve termine. Il Journal of Indo-Pacific Affairs ha calcolato che dalla fine della Guerra Fredda in avanti gli Usa hanno speso, a fine 2021, 19 trilioni di dollari nella Difesa contro i 3 trilioni cinesi ottenendo una netta superiorità su armamenti, tecnologie, elettronica e capitale umano.

Inoltre, come ha ricordato Analisi Difesa, il “riarmo cinese (non solo quello nucleare) è tra le cause del sensibile incremento della spesa militare in Asia e Oceania che assorbe, sempre secondo il Sipri, il 42% delle forniture mondiali di armamenti con incrementi considerevoli delle spese militari” legati principalmente al timore dei Paesi della regione di un maggior presenzialismo cinese. Questo è vero, guardando alle evoluzioni del biennio 2020-2021, “soprattutto in India (72,9 miliardi di dollari, con un più 2,1% rispetto al 2019), Australia, Corea del Sud (45,7 miliardi, + 4,9%), Giappone (49,1 miliardi, più ,2%), Taiwan (12,2 miliardi, più 5,5%), Singapore (10,9 miliardi, più 3,4%) e Indonesia ( 9,4 miliardi di dollari, più 5,4% e più 83% negli ultimi dieci anni)”. L’assertività cinese ha contribuito a creare il gruppo di coordinamento del Quad prima e l’alleanza Aukus poi; Washington resta il referente securitario numero uno e quindi l’incremento di spesa del Pentagono è solo una delle voci di un’eventuale capacità americana di risposta a mosse ostili cinesi in teatri come Taiwan o il Mar Cinese Meridionale. Ed è questo, ad oggi, il vero fattore di forza relativa degli Usa.

 

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