Certo, ci sono i boy scout nostrani, che parlano della guerra in Ucraina come se la combattessero loro. E che quindi hanno fatto la ola come nelle curve degli stadi quando la Camera dei rappresentanti del Congresso Usa ha approvato il nuovo “pacchetto” di aiuti militari da 61,8 miliardi di dollari destinato alla resistenza di Kiev contro l’invasione russa (più 26 per Israele e 8 per Taiwan e l’Indo-Pacifico). Ma i commentatori seri, anche se hanno spesso manifestato sollievo per la mossa arrivata dopo mesi e mesi di polemiche tra democratici e repubblicani, si sono affrettati a gettare acqua sul fuoco, dicendo e scrivendo che è in pratica impossibile che questi aiuti cambino radicalmente l’andamento della guerra. È la posizione, per esempio, del Wall Street journal e dell’Institute for the Study of War. Memori forse di certi eccessivi entusiasmi del recente passato, svaniti poi come neve al sole. Come quando furono destinati alla resistenza di Kiev i carri armati Leopard tedeschi e Abrams americani, per scoprire poco dopo che un drone da mille dollari riusciva con relativa facilità a distruggere un tank da 10 milioni di dollari.
Le ragioni della cautela sono diverse, e alcune riguardano la natura stessa del “pacchetto” di aiuti. Dei famosi 61,8 miliardi, quasi 20 servono a ricostituire le scorte di armi e munizioni che gli Usa hanno già fornito all’Ucraina nei due anni appena trascorsi. Denari, quindi, che andranno da un ufficio all’altro del Governo americano. E altri 8 miliardi andranno a finanziare le agenzie federali Usa che collaborano con le agenzie e le forze armate ucraine. Non che non serva, ma non è come mandare armi e munizioni in prima linea.
La cautela di cui sopra, però, è motivata anche da altre e ben più concrete ragioni. Un rapporto dell’intelligence della Nato, diffuso dalla CNN nelle scorse settimane, rendeva noto che l’apparato industrial-militare russo è in grado di produrre oggi (e si pensa che lo sarà ancor più in futuro) circa 3 milioni di proiettili di artiglieria l’anno, mentre Usa ed Europa insieme arrivano a poco più di un terzo. Non solo: la Russia sforna circa 115 missili a lungo raggio e 300 droni al mese, e ha ancora 700 missili di scorta negli arsenali. Immaginare quindi che il “pacchetto” made in Usa possa rovesciare le sorti della guerra è pura fantasia. Non a caso la mobilitazione americana è stata preceduta da quella degli europei. Danimarca, Olanda e Repubblica Ceca hanno formato una triplice alleanza per fornire all’Ucraina droni e pezzi di ricambio per i missili. La Germania si è impegnata a fornire un nuovo sistema Patriot. La Lituania mezzi corazzati. L’Olanda 24 caccia F-16. La Repubblica Ceca ha poi organizzato una “raccolta fondi” presso quindici altri Paesi per comprare sul mercato internazionale proiettili d’artiglieria e razzi Grad.
Uno sforzo collettivo che, dichiaratamente, almeno in questa fase, ha come scopo bloccare l’avanzata dei russi e stabilizzare il fronte, almeno congelando la situazione. Anche in attesa di capire se la nuova legge sulla mobilitazione, appena varata dal Parlamento ucraino, produrrà i frutti sperati, visto che un altro problema delle forze armate di Kiev è, appunto, la scarsità di soldati giovani preparati. La stabilizzazione che auspicava il famoso generale Zaluzhny, prima di essere silurato e mandato a far l’ambasciatore a Londra per delitto di lesa maestà zelenskiana.
Questo sarebbe certamente un risultato di non poco conto, visto che anche in questi giorni il successore di Zaluzhny, il generale Syrsky, ha ammonito che la situazione al fronte è difficile. Un risultato immediato, però, il “pacchetto” americano potrebbe ottenerlo. Le armi possono essere consegnate in pochi giorni, essendo già immagazzinate nei vari depositi in Europa. E poiché prevedono soprattutto razzi e missili, possono aiutare le forze di Kiev a proteggere quello che, ancor più delle città del Nord, è il punto-chiave di questa fase della guerra: la città e il porto di Odessa. Lì Kiev ha ottenuto i risultati più evidenti, tenendo i russi alla larga dalla città e decimando la Flotta del Mar Nero che avrebbe dovuto minacciarla da vicino. Più che a vincere la guerra, insomma, si punta a non farla vincere ai russi. A guadagnare tempo, insomma. Più in là, magari a questione delle elezioni Usa in un modo o nell’altro risolta, si potrà forse pensare a riprendere una trattativa che, a quanto pare, poteva dare frutti già un paio d’anni fa e che fu mandata appositamente a monte.