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“Se la Cina dovesse dispiegare navi da guerra e usare la forza, credo che questa potrebbe essere considerata una situazione che minaccia la sopravvivenza del Giappone”. Con queste parole, rispondendo a una domanda su un possibile blocco cinese di Taiwan, la Prima ministra giapponese Sanae Takaichi ha innescato una delle più gravi crisi diplomatiche tra Cina e Giappone degli ultimi anni: oltre 400.000 posti su voli da turismo cancellati, sospensione dell’importazione dei prodotti ittici giapponesi, rinvio nella distribuzione di film e contenuti culturali, e pattugliamenti intensificati attorno alle isole contese Diaoyu/Senkaku.

Misure punitive multisettoriali accompagnate da richieste esplicite di ritrattazione delle dichiarazioni, considerate una violazione del principio di “Una Sola Cina,” e da minacce dirette come quella del console generale cinese a Osaka, che in un post su X aveva affermato: ”Non ci sarebbe altra scelta che tagliare quella testa sporca senza un minimo di esitazione.”

La risposta di Takaichi ha interrotto decenni di quella che viene definita politica di ambiguità strategica sulla questione taiwanese, che consiste nell’adesione formale al principio di “Una Sola Cina” e nella contemporanea opposizione a qualsiasi cambiamento dello status quo con la forza. Definendo un’eventuale azione cinese come “minaccia esistenziale”, la Premier ha aperto alla possibilità concreta di un coinvolgimento diretto delle Forze di Autodifesa giapponesi in uno scenario di crisi, innescando così una reazione risoluta su cui però si fonda la stabilità della leadership del Partito Cinese.

Per la Repubblica Popolare Cinese, Taiwan non è soltanto una questione territoriale, è intrinsecamente una questione identitaria. Dopo la fondazione della RPC, i membri del Kuomintang sconfitti nella guerra civile si rifugiarono sull’isola di Formosa. Da allora, la riunificazione è rimasta uno degli obiettivi centrali del Partito, diventando con Xi Jinping un tassello fondamentale della tanto aspirata rejuvenation (rinascita nazionale). Tuttavia, la crisi con il Giappone va oltre Taiwan: le dichiarazioni si inseriscono in una frattura più profonda che riguarda memorie storiche divergenti.

Dopo Mao una nuova narrativa

Dopo la morte di Mao Zedong, il trauma della Rivoluzione Culturale e le conseguenze disastrose delle riforme economiche fallimentari imposero alla leadership del partito la necessità di trovare un nuovo terreno di legittimità. Occorreva una nuova narrativa che unisse la nazione sotto la sua guida. Oltre al miracolo economico, il patriottismo divenne un pilastro essenziale. La Seconda guerra mondiale, conosciuta in Cina come la “guerra di resistenza contro l’aggressione giapponese”, riemerse al centro dell’educazione patriottica, promuovendo il Partito come l’unico baluardo capace di salvare la Cina da umiliazioni straniere. Le atrocità commesse dal Giappone imperiale, dal massacro di Nanjing alla schiavitù sessuale delle comfort women, divennero elementi fondamentali di coesione nazionale e di legittimazione politica.

Crescita economica e patriottismo sono così diventati un continuum. “Solo il socialismo può salvare la Cina. E solo il socialismo può sviluppare la Cina,” ha affermato Xi in occasione del centenario della fondazione del PCC. In questo contesto, qualsiasi mossa giapponese percepita come militarista diventa per il Partito un’opportunità, e un dovere, di riaffermarsi come difensore della nazione. Ecco che la risposta di Pechino alle affermazioni di Takaichi assume una logica più comprensibile.

Anche le parole della Premier si collocano all’interno di una continuità narrativa: quella del conservatorismo giapponese. Sin dal secondo dopoguerra, questa corrente ideologica, poi diventata anche politica, ha cercato di minimizzare la natura aggressiva dell’imperialismo giapponese, ridimensionandolo come parte di un più ampio clima globale di violenza. L’ultima generazione di questa corrente è incarnata dal Primo ministro Shinzo Abe, in carica dal 2012 al 2020. Abe, pur reiterando le scuse per il passato militarista, ha però sostenuto la necessità di superare il regime del dopoguerra per restituire alla nazione un ruolo pienamente riconosciuto sulla scena regionale e globale. Ciò implicava anche un ruolo più attivo delle Forze di Autodifesa, viste non come strumenti di aggressione, ma come elemento fondamentale per una qualsiasi nazione sovrana. In questo quadro, Takaichi incarna perfettamente l’ala conservatrice che desidera un riconoscimento pieno del Giappone come attore autorevole e legittimo nell’Indo-Pacifico.

La crisi diplomatica tra Cina e Giappone su Taiwan è dunque più di un incidente geopolitico contingente. È l’ennesima manifestazione di memorie storiche divergenti che continuano a plasmare la politica interna e estera di entrambi i Paesi. Da una parte, la narrativa cinese di auto-vittimizzazione e resistenza all’imperialismo straniero impone a Pechino il mantenimento di una postura salda e reattiva di fronte a ogni tentativo di normalizzazione militare giapponese. Dall’altra, la narrativa conservatrice giapponese, espressione del desiderio di essere una nazione non più vincolata alle limitazioni del dopoguerra, spinge la leadership a ridefinire l’immagine del paese, anche attraverso dichiarazioni come quelle di Takaichi.

Due memorie, due forme di legittimità interna, due proiezioni esterne che si scontrano su Taiwan e che andranno a determinare il futuro della stabilità regionale dell’Asia Orientale. Questo perché venire a patti con la propria storia non è mai un semplice esercizio storiografico, è un atto politico.

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