Per lungo tempo la strategia marittima è stata interpretata attraverso un paradigma fortemente incentrato sulla battaglia navale decisiva. Nella tradizione classica del pensiero strategico, la distruzione della flotta avversaria rappresentava il momento culminante della guerra sul mare e il presupposto per l’esercizio del dominio marittimo. Tuttavia, una lettura più attenta della storia della navigazione e della geopolitica marittima mostra come il mare sia stato utilizzato anche – e spesso soprattutto – come uno spazio di pressione indiretta e di competizione politica. Nell’epoca della globalizzazione, caratterizzata da una fitta rete di scambi commerciali e da una forte interdipendenza economica, questa seconda dimensione assume un rilievo crescente. Il controllo delle rotte marittime, dei passaggi obbligati e delle infrastrutture portuali consente infatti di produrre effetti politici ed economici anche senza ricorrere allo scontro militare diretto. Per comprendere questa evoluzione è utile rileggere il pensiero di due importanti teorici britannici della strategia: Julian Corbett e Basil Liddell Hart. Le loro riflessioni, elaborate tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, offrono ancora oggi strumenti interpretativi utili per comprendere la natura della competizione marittima contemporanea.
Corbett: al centro le comunicazioni marittime
Lo storico e stratega navale Julian Corbett sviluppò una concezione della strategia marittima profondamente diversa rispetto a quella più rigidamente navalista diffusa nel suo tempo. Nel suo celebre lavoro Some Principles of Maritime Strategy (1911), Corbett sostenne che il valore strategico del mare non risiede tanto nel suo possesso territoriale quanto nella sua funzione di via di comunicazione. In questa prospettiva, il concetto di command of the sea non implica un dominio assoluto e permanente dello spazio marittimo. Al contrario, il controllo dei mari è sempre relativo, temporaneo e circoscritto a determinati obiettivi politici e militari. Ciò che conta è garantire la libertà di movimento delle proprie comunicazioni marittime e, al contempo, negare quella dell’avversario.
Questa visione introduce una dimensione più flessibile e politica della strategia navale. Il mare diventa uno strumento funzionale alla conduzione della guerra e alla realizzazione di obiettivi statali più ampi. Non è necessario dominare stabilmente tutti gli oceani: è sufficiente controllare i punti critici della circolazione marittima nel momento in cui ciò risulta strategicamente rilevante. La teoria corbettiana si rivela particolarmente adatta ai conflitti limitati e alle forme di competizione prolungata che caratterizzano il sistema internazionale contemporaneo. In un contesto in cui la guerra totale tra grandi potenze rimane improbabile ma la rivalità geopolitica è intensa, il controllo selettivo delle comunicazioni marittime assume una valenza strategica decisiva.
Liddell Hart e la logica dell’approccio indiretto
Se Corbett offre una chiave di lettura del dominio marittimo, il pensiero di Basil Liddell Hart consente di comprendere come la strategia possa produrre risultati politici evitando lo scontro frontale. Nel suo celebre libro Strategy: The Indirect Approach, Liddell Hart critica l’idea secondo cui la vittoria militare derivi necessariamente dalla distruzione diretta delle forze avversarie. Al contrario, egli sostiene che il modo più efficace per sconfiggere un nemico consiste nel destabilizzarne l’equilibrio strategico attraverso manovre indirette. L’obiettivo non è colpire il punto di massima forza dell’avversario, ma individuare le sue vulnerabilità sistemiche. Attraverso la sorpresa, la manovra e la pressione psicologica è possibile compromettere la capacità di coordinamento e resistenza del nemico prima ancora che avvenga lo scontro armato.
Questa logica si adatta particolarmente bene al dominio marittimo. Le flotte non devono necessariamente distruggere quelle avversarie per ottenere risultati strategici. Possono invece essere impiegate per esercitare pressione economica e politica attraverso il controllo dei traffici, i blocchi navali o l’interdizione delle rotte commerciali. Il mare diventa così uno spazio privilegiato per l’applicazione dell’approccio indiretto: un luogo in cui la strategia mira a produrre effetti sistemici più che vittorie tattiche.
Il Mar Rosso e la strategia degli Houthi
Le dinamiche osservate negli ultimi mesi nel Mar Rosso offrono un esempio concreto di questa logica strategica. A partire dall’autunno del 2023, il movimento politico-militare degli Houthi ha condotto numerosi attacchi contro navi commerciali in transito nella regione. L’area più colpita è lo Stretto di Bab el-Mandeb, uno dei principali choke point del commercio mondiale. Da questo passaggio marittimo transita una quota significativa dei traffici tra Europa e Asia diretti verso il Canale di Suez. Gli attacchi – condotti con droni, missili antinave e operazioni di abbordaggio – non hanno avuto come obiettivo la distruzione sistematica della navigazione commerciale. Il loro scopo principale è stato piuttosto quello di aumentare il livello di rischio percepito lungo questa rotta. Il risultato è stato immediato: numerose compagnie di navigazione hanno scelto di evitare il Mar Rosso, deviando le proprie rotte lungo il periplo africano attraverso il Capo di Buona Speranza. Questa scelta comporta tempi di navigazione più lunghi, costi di trasporto più elevati e premi assicurativi significativamente maggiori.
Quando pochi mezzi producono effetti globali
Il caso degli Houthi dimostra come un attore dotato di capacità militari relativamente limitate possa generare effetti geopolitici di ampia portata intervenendo su nodi critici della rete commerciale globale. Non è stato necessario esercitare un controllo stabile del mare. È bastato rendere più rischioso il transito in un punto strategico per produrre conseguenze economiche rilevanti su scala internazionale. L’effetto è perfettamente coerente con l’intuizione di Corbett: il valore strategico del mare risiede nella sua funzione di infrastruttura della mobilità globale. Allo stesso tempo, la sproporzione tra i mezzi impiegati e gli effetti prodotti riflette la logica dell’approccio indiretto elaborata da Liddell Hart. Gli impatti più significativi non si sono manifestati sul piano militare, ma su quello economico e politico.
Una nuova centralità della geopolitica del mare
La competizione marittima del XXI secolo appare sempre meno orientata alla conquista territoriale e sempre più alla contestazione selettiva delle rotte e delle infrastrutture della globalizzazione. Il mare si configura come uno spazio di competizione strategica caratterizzato da gradualità, ambiguità e controllo dell’escalation. Colpire i traffici commerciali o minacciare i passaggi obbligati consente di esercitare pressione sull’avversario senza necessariamente oltrepassare la soglia della guerra aperta. Proprio per questa ragione, le riflessioni di Corbett e Liddell Hart conservano una sorprendente attualità. Esse permettono di comprendere come il dominio marittimo non sia soltanto una questione militare, ma una leva politica capace di influenzare l’equilibrio economico e strategico globale.