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Washington approva il più ambizioso piano antimissilistico di sempre: il Golden Dome rappresenterà il futuro del sistema integrato statunitense di difese antiaeree, ma le stime per l’impegno di spesa sono in aumento, le tempistiche di realizzazione incerte e le sfide dei competitor non trascurabili per il Pentagono.

Una “Cupola aurea” per la nuova America

In data 10 dicembre 2025 la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti d’America ha approvato il disegno di legge annuale sulla difesa di oltre 3.000 pagine, delineando un bilancio di 900 miliardi di dollari. Il testo, strutturato in “divisioni” che coprono l’intero ambito della NDAA (Autorizzazione alla Difesa), comprende la strategia di acquisizione e i limiti di spesa, programmi di procurement, equipaggiamenti, nonché progetti per infrastrutture militari, basi, impianti e supporto logistico, ecc.

Una parte considerevole del budget per il programma missilistico sarà destinato al Golden Dome, presentato come il più grande impegno tecnico che il Pentagono abbia intrapreso dai tempi del Progetto Manhattan.

Stando al Servizio di Ricerca Congressuale (CRS), il costo del Golden Dome stimato nel maggio 2025 in 175 miliardi di dollari potrebbe lievitare ad oltre 500 miliardi di dollari, tenendo conto del tradizionale divario di costi che si crea “dalla carta al ferro”, ossia tra la fase di progettazione iniziale e la consegna finale dei sistemi.

Originariamente chiamata “Iron Dome for America”, si tratta di “un’architettura di sensori multi-dominio” che è in grado di includere “sensori spaziali di larga diffusione e radar terrestri di nuova generazione, insieme a sistemi di comando e controllo per integrare nuovi sensori e fornire la gestione in battaglia di intercettori terrestri e spaziali”. 

Come ha rilevato il CRS lo scorso giugno, il progetto statunitense potrebbe avere effetti destabilizzanti sugli equilibri strategico-militari globali, minando la sicurezza garantita dalla deterrenza nucleare (in particolare con potenze dotate di arsenali nucleari come Russia e Cina), e incentivando gli avversari nella ricerca di nuove capacità di espansione delle proprie forze offensive (per esempio con il potenziamento delle proprie forze nucleari o missilistiche per superare o saturare la difesa).

Un guanto di sfida verso “pari e quasi pari”

Il sistema di difesa missilistica avanzato segnerà probabilmente un cambio di paradigma tattico-operativo da un modello di “Difesa in aree limitate” a quello di “Sorveglianza in aree estese”. Ma è difficile che “avversari pari e quasi pari” – come venivano definiti Paesi quali Cina e Russia nel documento The Iron Dome for America lo scorso gennaio – restino inerti, soprattutto alla luce delle loro capacità dimostrate nello sviluppo di “sistemi di lancio di nuova generazione e delle proprie capacità di difesa aerea e missilistica integrate”.

La Dichiarazione congiunta russa e cinese dello scorso maggio non lascia adito a dubbi circa l’interpretazione data da Mosca e Pechino all’iniziativa statunitense: il progetto Golden Dome manifesterebbe “un rifiuto completo e definitivo di riconoscere l’esistenza dell’inscindibile interrelazione tra armi strategiche offensive e armi strategiche difensive, che è uno dei principi centrali e fondamentali per il mantenimento della stabilità strategica globale”. 

Da un punto di vista del diritto internazionale, l’iniziativa segna un ulteriore “stress test” per il quadro normativo esistente. Già fuoriusciti nel 2002 dal Trattato antimissili balistici (ABM), e nel 2019 dal Trattato sull’eliminazione delle armi nucleari a medio raggio (INF), gli Stati Uniti con la “Cupola d’oro” solleveranno nuove preoccupazioni per la sostenibilità del Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico, siglato nel lontano 1967 per garantire la non militarizzazione dello spazio. Benché l’installazione massiva di intercettori spaziali, con oltre 600 satelliti previsti in orbita entro il 2030, non violi esplicitamente il Trattato, si tratta di una mossa che susciterà una corsa agli armamenti spaziali con Russia e Cina.

Rimane da capire quali potrebbero essere le misure asimmetriche russe o cinesi di risposta al progetto USA. Alcuni studiosi cinesi indicano nel ripristino della deterrenza reciproca (MAD) un rafforzamento della capacità e credibilità di ritorsione di Pechino in caso di iniziative ostili. Un’altra strada potenzialmente percorribile è la prosecuzione dell’ammodernamento nucleare: è probabile che, in futuro, il PLA si doti di un arsenale sempre più ampio sul piano quantitativo e avanzato sul piano qualitativo per garantire una solida seconda capacità di attacco. 

Ma Pechino potrebbe anche potenziare assetti e capacità di cui già dispone, come i sistemi d’arma ipersonici e tecnologie in grado di aggirare le difese, come ad esempio il sistema di bombardamento orbitale frazionale (FOBS), capace di portare testate nucleari in orbita parziale e di garantire un rientro atmosferico delle testate secondo traiettorie imprevedibili.

Da parte sua la Russia, che secondo un report del think tank del Congresso USA dispone già di tecnologia militare ipersonica contro cui il Pentagono sarebbe privo di difese, potrebbe accelerare lo sviluppo e il dispiego di sistemi anti-satellite (ASAT) e di attacco spaziale, trasformando lo spazio orbitale in un ambiente ricco di obbiettivi (“target-rich”).

Si tratta poi di un programma tutt’altro che budget-friendly e competitivo rispetto ad altri sistemi avanzati di difesa antiaerea. Anche le stime più prudenti, infatti, suggeriscono che il Golden Dome costerebbe dalle 7 alle 17 volte di più di un completo schieramento americano Terminal High Altitude Area Defense (THAAD), e potenzialmente dalle 20 alle 70 volte di più dell’intero programma S-500 Prometey, che attualmente rappresenta il più avanzato sistema di difesa antibalistica ed aerea russo.

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