Nazionalizzare gli impianti di produzione di attrezzature per la Difesa per avere la garanzia di poter contare su un adeguato approvvigionamento di munizioni (e non solo) durante eventuali fasi emergenziali prolungate. È questa l’ultima ipotesi al vaglio del governo giapponese, che starebbe valutando l’inclusione di un simile piano nelle nuove linee guida in materia di politica economica e fiscale in via di imminente approvazione. Nella bozza della proposta visionata dal Japan Times sarebbe presente un particolare elemento: il passaggio al cosiddetto modello Goco, ovvero Government-Owned-Operated, e cioè gestito da appaltatori, in base al quale lo Stato andrebbe a possedere alcuni impianti di produzione, esternalizzando al contempo le operazioni quotidiane a società private.
I documenti preliminari propongono inoltre di rivedere legislazione del Giappone vigente in materia di produzione e tecnologie per la Difesa al fine di consentire un maggiore coinvolgimento statale nella fornitura di attrezzature per le quali una produzione stabile è considerata difficile. Tra le possibili modifiche, come detto, potrebbe anche trovare spazio l’allentamento delle condizioni alle quali il ministero della Difesa di Tokyo può acquisire impianti di produzione privati. Nel momento in cui scriviamo, il ministero può farlo solo quando le misure di sostegno esistenti per le aziende sono ritenute insufficienti a garantire un approvvigionamento adeguato.
La mossa del Giappone
Il Giappone ha fatto tesoro della guerra in Ucraina e intende adesso potenziare la propria capacità produttiva. Il governo guidato da Takaichi Sanae prevede dunque di presentare un disegno di legge volto a rivedere le normative esistenti e a rafforzare le basi produttive dell’industria della Difesa del Paese. La richiamata bozza non manca di toccare un aspetto rilevante, riguardante nello specifico una maggiore espansione del ruolo dell’esecutivo nell’industria della Difesa a seguito della storica semplificazione delle leggi sull’esportazione di armi da parte del Paese.
Allo studio ci sarebbe la creazione di un ente statale in grado di fungere da raccordo durante i negoziati sull’export di materiale bellico all’estero per conto delle aziende nipponiche, svolgendo al contempo un ruolo attivo in misure di supporto (quali il trasferimento di attrezzature, il finanziamento e l’assistenza pratica) in coordinamento con gli enti competenti. Il governo potrebbe poi giocare di sponda con questo ente e rafforzando la ricerca e lo sviluppo nel settore della Difesa.
Cosa bolle in pentola? Dietro iniziative del genere ci sarebbe la volontà del Partito Liberal Democratico al potere di rimodellare la base industriale della Difesa nazionale in vista della prevista revisione dei tre documenti chiave sulla sicurezza del Paese entro la fine dell’anno, passando da un sistema produttivo orientato principalmente alla domanda in tempo di pace a un’industria in grado di resistere a una crisi prolungata.
Ostacoli e ambizioni
Non mancano gli ostacoli alla realizzazione di un programma così complesso e radicale. In prima battuta bisogna considerare i fattori strutturali. Il governo può anche essere interessato a consolidare le catene di approvvigionamento e indurre i fornitori più piccoli a cedere determinate attività ai colossi del settore, ma le aziende potrebbero opporsi a misure che potrebbero incidere sulla redditività o comportare la rinuncia a operazioni strategicamente importanti.
Keidanren, la più influente lobby imprenditoriale giapponese, ha ad esempio messo in guardia contro gli accordi di tipo Goco, affermando che dovrebbero essere limitati alle aree in cui la domanda in tempo di pace è troppo bassa per giustificare gli investimenti privati, e dove il controllo statale è ridotto al minimo.
C’è poi un altro ostacolo: l’accettazione del piano da parte dell’opinione pubblica. Un maggiore coinvolgimento dello Stato nella produzione di armi e negli appalti per la Difesa potrebbe infatti alimentare critiche più ampie, secondo le quali il Giappone si starebbe ulteriormente allontanando dalla sua posizione pacifista del dopoguerra (soprattutto se questo cambiamento avvenisse senza un dibattito pubblico approfondito).